di Diego Maroni

 

«We’ll meet the provinces within 90 days of the UN Climate Change Conference this December to develop a carbon pricing policy.»

Queste le parole con le quali Justin Trudeau, eletto da pochi mesi primo ministro del Canada, si è espresso sulla linea che intendeva dare alla sua politica riguardo al clima. Il Canada, con 15.9 tonnellate annue, è uno dei paesi con le più alte emissioni di CO2 pro capite (appena dietro Australia, Arabia Saudita e Stati Uniti). L’impegno di Trudeau è diretto a colpire proprio le alte emissioni, imponendo una tassa sull’anidride carbonica. Ma i problemi del Canada sono anche altri.

LE SABBIE BITUMOSE  Lo Stato è capofila nel mondo per quanto riguarda l’estrazione delle cosiddette sabbie bitumose, un tipo di roccia fortemente porosa nei cui alveoli è contenuto bitume, sostanza che, tramite vari processi di raffinazione, può essere trasformata in petrolio. L’85% circa di tali riserve si trova proprio in Canada, precisamente nella regione dell’Alberta. La salita del prezzo del petrolio negli ultimi 15 anni ha spinto le multinazionali a investire miliardi per il potenziamento degli stabilimenti dedicati all’estrazione delle oil sands. Le compagnie petrolifere erano fiduciose nel fatto che il prezzo del barile, rimasto molto alto fino a un anno fa, avrebbe coperto gli alti costi di estrazioni delle sabbie, assicurando un buon profitto in attesa di trovare metodi di lavorazione più economici. Il crollo del prezzo del barile nell’ultimo anno (da circa 115 dollari siamo scesi sotto i 40) ha sconvolto l’orizzonte e la prospettiva in cui questo settore viene considerato. Il costo di produzione di un barile di petrolio estratto dal bitume delle sabbie si aggira sui 60 dollari (mentre, in termini di emissioni di CO2, un barile di petrolio da sabbie costa il 40% in più di un barile di normale greggio), quindi le manovre delle compagnie sono dirette solo a minimizzare le perdite.

Il governo precedente, guidato dal conservatore Stephen Harper, ha indubbiamente favorito lo sviluppo delle grandi companies che lavorano le sabbie. Del resto, egli non ha mai fatto mistero del suo scetticismo verso la questione ambientale (ha dichiarato il Protocollo di Kyoto un accordo fondato su “dati contraddittori” e il riscaldamento globale un’invenzione di sedicenti scienziati). Harper si è anzi impegnato affinché multinazionali come la Suncor o la Syncrude, probabilmente le due maggiori aziende nel mercato dei giacimenti di oil sands, avessero a loro disposizione le migliori infrastrutture da utilizzare per operare. Per tutta la durata del suo mandato, dal 2006 al 2015, si articola la vicenda del mega-oleodotto Keystone.

L’OLEODOTTO KEYSTONE – L’elezione di Justin Trudeau, leader dei liberali canadesi, si inserisce in questo contesto, alla fine dello scorso ottobre dopo nove anni di governo Harper. Appena arrivato al governo, Trudeau ha imposto un drastico cambio di rotta alla politica canadese in campo climatico, evidenziando la distanza siderale che lo separa dal suo predecessore.

Proprio sul Keystone si è svolta la prima grande battaglia del neo-presidente: riuscire a interrompere la costruzione dell’ultimo tratto dell’oleodotto. Il progetto originario si divide infatti in quattro sezioni, le prime tre delle quali sono già state completate e attivate rispettivamente nel 2010, 2011 e 2014. Trattandosi però di territorio statunitanse, l’approvazione per costruire quest’ultima parte è affidata all’amministrazione degli Stati Uniti, la stessa che ha autorizzato la costruzione dei tre precedenti tratti di oleodotto con votazioni favorevoli da parte del Congresso contro le intenzioni di Obama e tramite complicate procedure politiche.

All’inizio di novembre del 2015, dopo anni di dibattimento, il presidente americano è riuscito a negare i permessi per Keystone XL, la quarta parte dell’oleodotto prevista nel progetto originale ma che era ancora sotto analisi e, ormai, non è stata approvata. Sebbene TransCanada, l’azienda proprietaria dell’oleodotto, abbia chiesto danni per 15 miliardi di dollari, Il neo-presidente Trudeau ha approvato la scelta di Obama definendola positiva e non dannosa per i rapporti USA-Canada. Poche settimane fa i due leader si sono incontrati alla Casa Bianca, dichiarando di volersi assumere un impegno da protagonista nella lotta al cambiamento climatico e per la riduzione delle emissioni.

In un periodo di incertezze, dubbi e prese di posizione fin troppo timide, Trudeau ha così saputo dare un aspetto fortemente definito alla propria politica, riportando nei palazzi delle istituzioni canadesi un tema come quello dell’ambiente che troppo a lungo era stato messo da parte.

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