“No green pass”, se la salute diventa l’unico diritto

Impossibile, in questi giorni convulsi, non essere al corrente dell’ondata di manifestazioni “No Green Pass” che stanno scuotendo il nostro Paese (ne abbiamo trattato qui). Il “certificato verde”, strumento eletto alla garanzia di un ritorno alla normalità il più possibile in sicurezza, ha comprensibilmente trovato un largo fronte di detrattori pronti a contestarlo, a ogni costo. Il Paese si è ormai polarizzato in due fronti, l’un contro l’altro armato: i “no-pass” (che nell’immaginario comune coincidono grosso modo coi già famigerati “no vax“) e i “sì-pass”. Le istituzioni, dal canto loro, hanno preso la loro posizione con compattezza, imponendo una serie di limitazioni piuttosto pesanti allo svolgimento delle manifestazioni – che ormai hanno cadenza settimanale – contro la misura del Green Pass.

Scorrendo alla ricerca di più informazioni su pressoché ogni testata giornalistica maggiore del nostro Paese, al lettore dotato di spirito d’osservazione salteranno all’occhio due fatti interessanti: le limitazioni, piuttosto che essere trattate come argomento di primaria importanza, non sono considerate “scoop da prima pagina”, né tantomeno si trovano molte voci contrarie ad esse. È naturale, si potrà pensare: abbiamo già fatto la conoscenza del profilo del no-green pass medio: tendenzialmente no-vax, spesso disinformato e non raramente con qualche legame poco chiaro con associazioni e partiti di estrema destra. Difficile che individui del genere rappresentino la volontà generale del popolo.

Non solo “ignoranti”

Manifestazione contro il green pass

Ma l’analisi per la quale le tesi no green pass siano pericolose e vadano il più possibile ostracizzate è forse troppo superficiale e affrettata. Non bisogna dimenticare cosa, nel concreto, sia il certificato: un codice QR che stabilisce chi possa vivere la vita di tutti i giorni, e chi invece no.

Al netto dell’utilità – che non verrà qui messa in dubbio – dei vaccini e della responsabilità collettiva, si tratta comunque di una limitazione spinosa e quantomeno dibattibile, specie tenendo conto del fatto che anche numerosi esponenti dell’élite accademica si sono espressi contrari a tali limitazioni.

Uno dei più rispettabili esempi è il professor Andrea Zhok, docente di Filosofia morale presso l’Università degli Studi di Milano, che nel recente passato è stato protagonista di una serie di feroci attacchi nei confronti della certificazione verde. Non solo partecipazione dal vivo a dibattiti e manifestazioni, ma anche e soprattutto pubblicazioni online. Così il professore sintetizza in un articolo sul suo blog:

La strategia del Green Pass è eticamente preoccupante e pragmaticamente fallimentare […], nel momento in cui una decisione libera viene investita da uno stigma morale imposto dall’alto, è chiaro che questo finirà per amplificarsi in forme parossistiche. […] Il problema del Green Pass non è dunque che leda in astratto la “libertà”, ma che la sua implementazione quotidiana ricordi così tanto gli orwelliani “due minuti d’odio”.

Vaccinarsi è una questione di responsabilità collettiva, un dovere il quale il singolo cittadino è chiamato ad assolvere per la sicurezza propria e quella del resto della comunità. In questo senso, anche il green pass è stata una misura a suo modo apprezzabile, ai suoi albori: un utile strumento logistico per meglio organizzare il ritorno alla normalità mentre la campagna vaccinale ancora doveva carburare.

Oggi, però, oltre l’84% della popolazione italiana ha completato il proprio ciclo vaccinale (fonte: Ministero della Salute), a fronte di quell’80% che sarebbe dovuto servire per dichiarare chiusa l’emergenza sanitaria. Nonostante questo ragguardevole traguardo, lo stato d’emergenza è ben lungi dall’essere dichiarato terminato e il green pass ha assunto sempre più il ruolo di uno strumento discriminante, che nella percezione comune spacca la popolazione in due frange: i “pro vax” e i “no vax“, i primi da lodare e i secondi da persuadere e, nel caso, emarginare. In questo senso la sopracitata circolare interna firmata dal Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, è in netta contrapposizione con l’articolo 17 della nostra Costituzione, le cui limitazioni sono di difficile comprensione in questo caso specifico.

I rischi concreti

Doveroso poi vigilare anche su quanto accade all’estero, dove le discriminazioni assumono forme ancora più esplicite. Basti guardare a casi come quelli di Singapore e della Danimarca, dove ai non vaccinati viene preclusa l’assistenza sanitaria gratuita, una decisione molto discussa.

Non meno rilevante quanto sta accadendo nella vicina Austria, dove ai non possessori di green pass viene imposto quello che di fatto è un lockdown in piena regola, venendo così a mancare la tutela dei fondamentali diritti civili. Le osservazioni circa le somiglianze col lockdown vero e proprio, d’altro canto, lasciano il tempo che trovano: una misura generalizzata figlia dell’incapacità di affrontare altrimenti un’improvvisa emergenza è comprensibile e condivisibile, l’arbitraria sospensione dei diritti di una precisa minoranza della popolazione solleva questioni etiche molto più urgenti.

L’aspetto forse più preoccupante, come si accennava, non riguarda tanto il comportamento dei governi nei confronti dei dissidenti: questo è un fatto grave, ma sempre giustificabile col dovere di tutelare la sicurezza pubblica della maggioranza della popolazione. Il fatto più grave è rappresentato dalle maggiori agenzie di stampa, le quali concordano uniformemente nella condanna alle tesi contrarie al green pass aprioristicamente, incorporandole automaticamente a posizioni anti-vacciniste. Sempre il Professor Zhok, nel corso di un recente dibattito pubblico sul tema:

Bisogna sempre stare attenti: le condizioni storiche di oggi non sono poi così diverse da quelle di cent’anni fa. Si nota un atteggiamento quasi squadrista da parte dell’informazione, che deride le opposizioni.

Si apra (per davvero) il dibattito!

A prescindere dalle opinioni personali circa una misura tanto discussa, il punto focale sul quale riflettere è il seguente: davvero, nel nome della sicurezza pubblica, è accettabile una situazione in cui il dibattito pubblico viene sterilizzato? Si può accettare univocamente una misura fondamentalmente discriminatoria senza nemmeno che sia data voce a chi la contesta?

Il principio fondamentale della democrazia è la garanzia di alcuni diritti inalienabili dell’uomo, tra cui quello di libera espressione e di libertà di pensiero. Caratteristica fondamentale della democrazia contemporanea è il dibattito: che si parli di vaccini, di immigrazione, di politiche fiscali o di antifascismo, sempre è consentito – e anzi incoraggiato – il dibattito costruttivo, che possa un po’ utopisticamente condurre a una sintesi di diverse posizioni e permettere a chiunque di vedere le proprie tesi rappresentate.

Sul green pass assistiamo a un fenomeno contrario: i suoi detrattori si vedono implicitamente negato il diritto a manifestare, vengono stigmatizzati dall’opinione pubblica e trovano canali di sfogo delle proprie idee solo in contesti fortemente politicizzati.

Quella sullo Stato come garante delle libertà individuali piuttosto che della sicurezza pubblica è una controversa questione, vecchia almeno quanto lo Stato (di diritto) stesso. È probabile che una soluzione che accontenti tutti sia semplicemente impossibile, e dunque è realistico pensare che misure come il green pass, per quanto necessarie, facciano sempre discutere. La particolarità sulla quale riflettere però è proprio questa: perché, nel 2021, all’applicazione di misure potenzialmente pericolose come questa, governi e agenzie stampa di tutto il mondo non sembrano disposte a lasciar spazio ad alcuna forma di dissenso?

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