Se si dovesse descrivere un luogo degli orrori, molto probabilmente i wet markets sarebbero l’ideale. Il loro nome, tradotto letteralmente con mercati umidi o bagnati, si riferisce alle viscere, al sangue e ai fluidi degli animali macellati al momento, che si riversano a terra e bagnano le scarpe dei clienti, i quali di conseguenza portano i batteri per le strade, per i ristoranti e per i negozi.

La caratteristica dei wet markets infatti è proprio quella di comprare carne di animali che sono stati trasportati vivi al mercato, uccisi e poi macellati sul posto, in condizioni igieniche molto precarie. Inoltre, non vi si trovano solo i consueti animali considerati necessari per la catena alimentare, come polli o manzi, ma anche e soprattutto cani, gatti, serpenti, pangolini, pipistrelli, coccodrilli e chi ne ha, più ne metta. Animali insomma che in natura non sono a contatto tra di loro e così facendo, invece, possono trasportare e trasmettere all’uomo malattie e virus nuovi, come è successo con la SARS e come quasi sicuramente sta succedendo con il Coronavirus.

Chi ha il coraggio quindi di addentrarsi in questi luoghi vedrà sangue sotto ai suoi piedi, animali sofferenti e molto spesso malati ammassati in gabbie, alcuni venditori senza protezioniguanti che uccidono cani e  gatti (ma non solo) a bastonate in testa, altri che li cuociono vivi, altri ancora che li macellano senza pietà.

I wet markets non rispettano né le norme igieniche necessarie per non diffondere malattie né tantomeno il benessere degli animali. Nonostante tutto ciò, sono mercati abbastanza estesi nel mondo: si trovano per esempio in alcune zone degli Stati Uniti, in alcuni stati dell’Africa e soprattutto in Asia, come in Thailandia, India e Cina;  sembrerebbe infatti che l’odierna pandemia si sia sviluppata nel wet market di Whuan.

Le indagini e i primi passi in avanti:

Le organizzazioni a difesa dei diritti degli animali pensavano che dopo lo scoppio dell’epidemia da Coronavirus tutti i wet markets avessero finalmente smesso di lavorare, ma così non è stato.

Infatti, l’associazione no-profit animalista People For Ethical Treatment of Animals (PETA) ha deciso di condurre un’indagine a inizio Aprile nei wet markets dell’Indonesia e della Thailandia, scoprendo che questi erano ancora aperti e funzionanti, nonostante tutti gli avvertimenti dei vari Stati. In questo caso, quei luoghi non sono solo terribili per gli animali e per la salute umana, ma anche dei centri di contagio da Coronavirus molto pericolosi.

La Cina invece ha deciso, nei primi giorni di diffusione del virus, di chiudere temporaneamente tutti i wet markets del territorio. È sicuramente un primo passo in avanti ma questo non basta, l’ideale sarebbe chiudere definitivamente questi mercati che non hanno nulla di positivo, per evitare il diffondersi di una nuova epidemia così come inutili sofferenze e brutalità nei confronti degli animali.

Come hanno fatto molti scienziati,  il segretario generale della Fondazione Cinese per la Tutela della Biodiversità e dello Sviluppo Verde Jinfeng Zhou si è appellato alle autorità per chiudere definitivamente i wet markets:

Sono d’accordo che ci dovrebbe essere un divieto globale su tutti i wet markets, aiuterebbe molto la tutela della fauna selvatica e proteggerebbe noi stessi da contatti impropri con questa. […] Più del 70% delle malattie umane deriva dalla fauna selvatica e la sopravvivenza di molte specie è minacciata.

Anche Animal Equality, l’organizzazione internazionale per la protezione degli animali da macello, ha condotto varie indagini nei mercati in Cina, Vietnam e India e, proprio in questi giorni, ha lanciato una petizione online per chiedere alle Nazioni Unite di intraprendere qualche provvedimento. Matteo Cupi, il direttore esecutivo di Animal Equality Italia, afferma:

I wet market non hanno posto nella nostra società e dovrebbero essere immediatamente chiusi. […] Non solo questi mercati sono estremamente crudeli per gli animali, ma la ricerca scientifica ha dimostrato il loro legame con le epidemie di malattie di origine animale, dimostrando che sono anche una minaccia immediata per la salute e la sicurezza pubblica.

La petizione ha già avuto un enorme successo, ha già raccolto 217.046 firme da tutto il mondo e il numero è in continua crescita.

La risposta dell’ONU non si è fatta attendere:

Elizabeth Maruma Mrema, la segretaria esecutiva della Convenzione delle Nazioni Unite sulla diversità biologica, non ha atteso molto tempo prima di invitare i vari Stati a chiudere in modo definitivo e permanente i wet markets, sottolineando quanto questi siano pericolosi per la diffusione di nuove epidemie e quanto siano stati centrali per la nascita e la diffusione del Coronavirus.

In un’intervista per il «Guardian»Mrema ha anche reso noto come la perdita di biodiversità e le azioni dell’uomo sul territorio, per esempio la deforestazione, abbiano modificato gli ecosistemi e reso quindi possibile il diffondersi di nuove malattie. Il mettere poi a contatto gli esseri umani con alcune specie animali che per natura non dovrebbero esserlo, per esempio il pangolino e il pipistrello, è doppiamente più pericoloso per la salute umana, com’è spiegato qui.

Mrema ha infatti affermato:

La perdita di biodiversità sta diventando un fattore trainante nell’emergere di alcuni di questi virus. La deforestazione su grande scala, la frammentazione e la degradazione di habitat, l’intensificazione dell’agricoltura, il nostro sistema alimentare, il commercio di alcune specie e piante, il cambiamento climatico antropogenico (causato cioè dall’uomo)… tutti questi sono fattori trainanti della perdita di biodiversità e delle nuove malattie. Due terzi delle infezioni e malattie emergenti ora arrivano dalla fauna selvatica.

A proposito di questo, anche il Dottor Ian Lipkin, un esperto di malattie infettive, si è espresso:

Se prendi gli animali selvatici e li metti in un mercato con animali domestici o altri animali, dove c’è la possibilità per un virus di fare il salto di specie, stai creando … una super autostrada per i virus per passare dall’animale selvatico all’uomo. Non possiamo più farlo. Non possiamo più tollerarlo. Voglio che i wet market siano chiusi per sempre.

I primi risultati:

Pochi giorni fa, la Cina ha iniziato a prendere i primi provvedimenti. Infatti, nonostante non abbia ancora deciso di chiudere definitivamente i wet markets, ha però preso una risoluzione molto importante: cani e gatti sono stati finalmente esclusi dall’elenco ufficiale degli animali destinati all’alimentazione. Nel documento è scritto infattoi:

Per quanto riguarda i cani, insieme al progresso della civiltà umana, alla preoccupazione pubblica e all’amore per la protezione degli animali, sono stati specializzati per diventare animali da compagnia e a livello internazionale non sono considerati bestiame e non saranno regolati come tali in Cina.

Questo significa anche che il Festival di Yulin, un festival brutale che ogni anno uccide e macella sul posto tantissimi cani, potrebbe finalmente venire abolito.

Martina Pluda, la direttrice di Humane Society International in Italia, ha commentato così questa decisione:

La carne di cane viene consumata solo raramente dal 20% dei cinesi . […]Un sondaggio del 2017 ha rivelato inoltre, che anche a Yulin, sede del noto festival della carne canina, il 72% degli abitanti non mangia regolarmente carne di cane. Tuttavia, gli animali coinvolti e brutalmente uccisi sono ancora moltissimi: le nostre stime dicono che ogni anno in Cina, vengono macellati tra i 10 e 20 milioni di cani per la loro carne. Vedere in prospettiva azzerati questi numeri è un grande successo.

Si può considerare un grandissimo passo verso un futuro attento al benessere sia animale sia umano, ma non bisogna fermarsi qua!