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24 novembre 2017

Libya: a human marketplace

Libya: a human marketplace

“Vedere questo coi miei propri occhi, vedere i miliziani abbandonare i morti sulla spiaggia, l’imbarcazione sgonfia… è stato come se in quel momento fossi arrivato al punto di non ritorno.” Narciso Contreras

Narciso Contreras, fotografo nato nel 1975 a Città del Messico, è l’autore di Libya: a human marketplace, fotoreportage realizzato da febbraio a giugno 2016 sul tema della crisi dei migranti e vincitore della settima edizione del premio Carmignac di fotogiornalismo. Alcune delle fotografie che fanno parte di questo progetto sono esposte in una mostra gratuita presso Palazzo Reale a Milano, fino al 13 maggio.

Contreras ha compiuto tre viaggi in Libia per mettere in luce la sofferenza di migliaia di migranti e per raccogliere testimonianze fotografiche sulla crisi umanitaria in corso. Durante il primo viaggio, l’ipotesi sostenuta dal fotografo è che la Libia post-Gheddafi sia un paese privo di un governo vero e proprio, con istituzioni a pezzi, corrotte, colpito da guerre tra tribù che si contendono il controllo del Paese e delle sue finanze, e destinazione transitoria per i migranti che sognano di raggiungere l’Europa. Proseguendo nel suo viaggio, man mano che Contreras si immerge nella realtà del Paese, un’altra ipotesi si fa strada, cioè che la Libia sia un luogo di traffico di esseri umani e commercio di schiavi, organizzati dalle milizie e dai gruppi armati al potere, legati a reti criminali internazionali in Africa ed Europa. Le autorità libiche si dichiarano soverchiate da questa crisi e di avere bisogno di aiuti internazionali, in realtà dirigono e approfittano di questo traffico di esseri umani. I migranti si recano in Libia per lavorare e mandare soldi alla famiglia o continuare il viaggio fino all’Europa. Una volta giunti lì, dopo essere sopravvissuti a lunghe traversate nel deserto, vengono razziati e sfruttati dalle milizie, poi imprigionati nei centri di detenzione e liberati solo in seguito al pagamento di un riscatto da parte della famiglia. Questi centri di detenzione, che ufficialmente servono a regolare l’immigrazione, sono stati il focus del lavoro di Contreras, a cui sono state concesse brevi visite e sempre sotto sorveglianza. Si tratta di luoghi sovraffollati, nei quali la dignità umana viene calpestata, luoghi di reclusione nei quali gli schiavi intrappolati in questo traffico sono ammassati e costretti a sopravvivere tra tanfo, rifiuti e malattie.

Le fotografie raccontano la disperazione di migliaia di migranti, costretti a lasciare la propria casa e la propria famiglia, alla ricerca di un destino migliore, e la delusione e la paura nei loro occhi quando vengono sequestrati in Libia. Molte sono le immagini forti: corpi senza vita sulle spiagge libiche, immagini di guerra, donne che hanno perso la ragione rinchiuse in un centro di detenzione. Contreras vuole forzarci a conoscere la realtà, ad aprire gli occhi e a prendere coscienza della crudeltà di ciò che sta accadendo nel Mediterraneo, ma anche della voglia di lottare e della speranza dei migranti. È una mostra difficile da visitare, o meglio affrontare, che urla la necessità di testimoniare.

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