Hilal, da kamikaze a pasticciere. Dal tritolo, alle bombe alla crema. Kirkuk, capitale del Kurdistan iracheno, due fratelli originari di Mosul addestrati come bambini kamikaze. Uno dei due si lascia saltare in aria in una Moschea sciita; l’altro si salva. Ha 12 anni e viene bloccato mentre sta per innescare la cintura esplosiva nascosta sotto la maglietta, quella del suo campione preferito, quella con il numero 10 di Lionel Messi.

Un bambino appassionato di calcio con il destino segnato, quello di diventare un kamikaze, farsi saltare in aria in nome di qualcosa che appartiene al mondo dei grandi, qualcosa che a 12 anni forse non si arriva nemmeno a comprendere.
“Prendi questo filo Hilal e spingi il bottone, non sentirai niente, andrai direttamente in Paradiso”, gli dicevano. E chi si rifiutava, veniva ucciso. L’Isis non ha tempo da perdere per spiegare ai bambini i motivi per cui dovrebbero farsi saltare in aria, si limita a dare un’idea di massima, la religione, Dio, il Paradiso, chi non ci crede viene ucciso immediatamente. Chi si adegua e accetta, viene incaricato di mettere in atto il proprio suicidio. Insomma, la morte in ogni caso. Per mano dell’Isis o per mano propria e in questo caso con la garanzia di un biglietto per il Paradiso.
Hilal è stato minacciato e cosparso di olio perché aveva infranto un patto, aveva confessato di temere la morte, non voleva quel Paradiso, non si riconosceva in quell’estremo sacrificio, voleva vivere. Hilal è stato torturato perché ha scelto la vita, quella sulla Terra.
E siccome l’unico modo per vivere era fuggire, Hilal è scappato, ha intrapreso un viaggio lunghissimo, guidato dalla disperazione e dalla speranza; dalla forza vitale, dalla volontà di andare incontro a qualcosa di nuovo, di più bello, di più giusto.
E ha scelto l’Italia. Una scelta del tutto casuale, Hilal racconta che un giorno a scuola gli avevano chiesto quale fosse il paese “a forma di scarpa”, e lui da quel momento ha deciso di venire a vivere in Italia. Un viaggio lungo due anni, dall’Afghanistan all’Italia attraversando la Grecia.
L’Italia, l’Occidente, il progresso, la libertà, l’accoglienza, quella che troppo spesso viene dimenticata o messa da parte. Ma stavolta Hilal, nella sua tragedia, è stato fortunato: prima è stato accolto in una casa-famiglia. E poi ha conosciuto Salvatore, pasticciere di Roma-Nord, che lo ha accolto nel suo laboratorio, gli ha insegnato i segreti del mestiere (o almeno qualcuno) e gli ha servito su un vassoio un sogno, quello di diventare un pasticciere professionista, un “campione”, come Hilal si definisce.
Ecco: dalle bombe ai bignè. Sembra una favola ma è tutta vera questa storia che incrina la realtà dei bambini kamikaze nello stato islamico, così reale, così assurda, così lontana.
Il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha registrato, dal gennaio 2014, in Iraq, almeno 700 casi di bambini uccisi dall’Isis, adolescenti, prelevati dalle famiglie – spesso consenzienti- e sottoposti a un vero e proprio lavaggio del cervello. Farsi saltare in aria in nome di qualcosa di grande, in nome della religione, dello stato islamico.
Non c’è nulla di più vulnerabile e manovrabile della mente di un bambino. E soprattutto, quale modo migliore di portare avanti un progetto così importante come quello dello stato jihadista se non iniziando dalle basi, dalle radici, dalle nuove generazioni? Perché di questo si tratta, delle tanto discusse –in Oriente come in Occidente- nuove generazioni.
La guerra non conosce limiti e questa non è una novità, basta guardare indietro nel tempo per mettere in fila le atrocità della storia che nessun viso innocente di bambino ha mai fermato.
Eppure, quella dei bambini kamikaze è una storia che colpisce nel profondo: bambini influenzabili, carta bianca, tutta da colorare, ecco perché proprio loro. E poi, i bambini sono il futuro. E per l’Isis, è fondamentale avere un progetto che non si esaurisca nel giro di pochi anni.
Stavolta la storia è a lieto fine, una bella storia in una cornice di mostruosità che ognuno di noi dovrebbe tenere bene a mente quando si parla di “immigrazione” e di “clandestini”.
“In fondo è la loro guerra, e nessuno può farci niente”. Ma, forse, non è proprio così. C’è qualcosa che l’Occidente può fare, prima di tutto garantire un’accoglienza adeguata alle persone che fuggono dai paesi in guerra.
Hilal il pasticciere-kamikaze (o “kamikaze-pasticciere”, se preferite…) si è salvato, è felice in un paese che adesso gli garantisce lavoro e libertà. Ma la storia dei bambini kamikaze non si esaurisce così facilmente, perché per uno che si salva altri cento non ce la fanno. E soprattutto: per uno che si ribella e fugge, altri cento rimangono e imparano a crederci.
La mente di un uomo adulto può essere educata al male. Quella di un bambino è pulita. E allora: nessun senso di colpa se l’insegnamento è quello di farsi esplodere perché è giusto così e non farlo è sbagliato.
L’idea terrificante di una generazione che cresce con questa cultura.
Noi lo sappiamo che Hilal è l’eccezione. Quale bimbo sceglierebbe l’Inferno se invece il Paradiso è così vicino e a portata di mano? Basta premere quel bottone… Hilal, l’eccezione dolce fatta di creme e zabaioni. Magari un po’ di Inferno l’ha trovato o forse lo troverà anche qui da noi. Ma quella è già un’altra storia.

 

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