Alice ha tredici anni. Ha una bella casa con un giardino, un Maltese bianco, una sorella più piccola e due genitori che si amano e farebbero di tutto per le loro figlie; infatti accompagnano Alice alla fermata dell’autobus per andare a scuola tutte le mattine, le fanno trovare il pasto caldo quando rientra, la aiutano nei compiti quando ha bisogno, il martedì e il giovedì la accompagnano alla lezione di danza alle 18.00, il lunedì al corso di recitazione e il venerdì a quello di pianoforte e tutte le domeniche la mamma prepara un pranzo squisito per tutta la famiglia. Sembrerebbe il classico e perfetto quadretto alla ‘’famiglia del Mulino Bianco’’, eppure NON è ABBASTANZA.

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Alice sente che non si può sgarrare, non si può uscire dagli schemi, non si può dare una secchiata di vernice su una parete così intonsa, e neanche appoggiarci per sbaglio una mano: si sporcherebbe. DEVE ESSERE PERFETTA ANCHE LEI. Alice vuole  avere sempre il massimo dei voti in tutte le materie, anche quelle che non le piacciono. A danza vuole essere in prima fila, a recitazione le danno i ruoli principali e le sue dita sul pianoforte scorrono leggere senza mai sbagliare.

Il suo specchio però, ogni qualvolta lei si guardi, le dice che può fare ed ESSERE di più. E così le sue porzioni sul piatto diventano sempre MENO, la sua fetta di torta la domenica MENO grande, i suoi muscoli e le sue dita MENO  scattanti sulla musica, di MENO i suoi capelli, di MENO la sua vita.

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Oggi, dal momento che in tutti i contesti per emergere bisogna fare di più, essere il diverso, distinguersi, non siamo in grado di stare nel mezzo, quando invece la chiave della felicità è l’equilibrio. O tutto o il nulla, o una vaschetta di gelato, o il digiuno totale. Ciò ha spinto Alice a credere di non essere ABBASTANZA. Ma abbastanza per cosa? Per un TUTTO inesistente, una perfezione apparente e (per fortuna: che noia) irraggiungibile, che alla fine l’ha fatta rimanere senza NULLA. Ne è valsa davvero la pena?