Il governo Modi a settembre ha approvato un pacchetto legislativo che liberalizza il commercio agricolo portando alla ribellione di migliaia di contadini indiani dato che la riforma agricola sarà un vantaggio per le multinazionali e una catastrofe per il mercato agricolo tradizionale. Alcuni giornali hanno definito le proteste che sono conseguite dalle tre leggi sulla liberalizzazione del commercio agricolo come la più grande crisi che Narendra Modi ha dovuto affrontare.

In cosa consiste la riforma agricola di Modi?

Lo scorso 20 settembre il governo aveva fatto approvare dal Parlamento tre leggi che liberalizzano la vendita dei prodotti agricoli e vanno nella direzione di un mercato unico. In generale, il nuovo pacchetto legislativo prevede che gli agricoltori non debbano più cedere i raccolti a depositi statali a un prezzo fisso ma, invece, potranno venderli a chiunque senza vincoli di prezzo. Pertanto, si elimineranno i mandis (mercati regolati dallo stato) e vi sarà un coinvolgimento diretto dei privati.

Il problema è che questa riforma implica un favoreggiamento per le grandi società agricole che ora potranno liberamente imporre i prezzi sugli agricoltori indipendenti.

Tutto ciò accade in un Paese in cui l’agricoltura rappresenta il settore centrale del quale vive oltre il 70% delle famiglie. Questo settore è rimasto impoverito dalle ricorrenti siccità e ultimamente anche dalla pandemia, pertanto l’influenza degli agricoltori indiani sull’economia nazione si è ridotta.

Precedentemente alla riforma agricola, i comitati statali con competenze agricole avevano imposto delle restrizioni sulle piazze commerciali, gli intermediari e anche i flussi tra gli stati. Questo sistema aveva permesso al governo di accumulare scorte strategiche, di riso e grano, che poi venivano rivendute alla popolazione a prezzi bassi e allo stesso tempo garantivano ai produttori un reddito dignitoso.

Il ruolo del primo ministro nella riforma agricola

Il primo ministro indiano Narendra Modi ha difeso l’iniziativa a spada tratta affermando che implicherà grandi vantaggi per decine di milioni di contadini perché promuove una maggiore circolazione dei prodotti agricoli da uno Stato all’altro e al loro interno. Inoltre, il primo ministro sostiene che la riforma aumenterà gli investimenti privati nel settore e che il reddito agricolo aumenterà. Infine, Modi ha incolpato i partiti politici dell’opposizione per aver diffuso informazioni false sulla riforma agli agricoltori, spiegando che presto gli stessi agricoltori vedranno in prima persona i vantaggi di queste nuove leggi.

Ironicamente, gli agricoltori hanno svolto un ruolo molto importante nella prima vittoria elettorale di Narendra Modi, che durante la campagna elettorale aveva promesso di raddoppiare i loro redditi in cinque anni. Il primo ministro indiano non ha mantenuto la promessa e anzi, ha imposto prezzi ancora più bassi per il raccolto dei piccoli agricoltori.

Le proteste degli agricoltori indiani

A settembre, l’approvazione della riforma aveva immediatamente provocato proteste in India. Inizialmente, gli agricoltori avevano risposto con proteste locali a partire dal Punjab, il granaio dell’India, che avevano bloccato il passaggio dei treni per settimane.

Le proteste erano culminate con la marcia su Delhi il 26 novembre scorso dopo che il dissenso popolare si era sparso anche negli stati dell’Haryana, Uttarkhand e l’Uttar Pradesh. Lo sciopero ha coinvolto 250 milioni di lavoratori che hanno marciato verso la capitale, in quella protesta che è stata chiamata “Dilli Chalo” (Andiamo a Delhi) dai giornali. Purtroppo, la polizia ha tentato di fermare violentemente i contadini utilizzando gas lacrimogeni, cannoni ad acqua e cariche per respingere i protestanti.

Il 28 novembre le autorità indiane hanno raggiunto un accordo con i manifestati e hanno concesso loro di entrare a Nuova Delhi e la possibilità di manifestare in luoghi prestabiliti. Alcuni manifestanti hanno poi bloccato la principale autostrada che porta all’ingresso di New Delhi e si collega ad altre importanti città.

L’ultimo sciopero generale organizzato in India contro la riforma agricola di Narendra Modi si è tenuto l’8 dicembre scorso. La marcia sulla capitale ha coinvolto persone di tutti i tipi che si sono ritrovate insieme: anziani, giovani, donne e perfino bambini si sono accampati nelle strade in segno di protesta e hanno marciato verso la capitale muniti di mascherine e scorte di cibo.

Le proteste sono continuate nel nuovo anno e i manifestanti non si sono arresi nonostante le condizioni penose in cui sono trovati negli ultimi quattro mesi. I manifestanti dormono in centinaia di rimorchi attaccati a trattori allineati per diversi chilometri e i loro pasti consistono in cibo preparato in cucine da campo e vi sono alcuni medici che hanno allestito degli ambulatori improvvisati.

 

Decine di migliaia di persone hanno scioperato in solidarietà con gli agricoltori e hanno invitato il popolo indiano a un bharat banh (sciopero nazionale). I treni non hanno viaggiato in gran parte dell’India, le autostrade sono rimaste bloccate e i camionisti non hanno guidato. Inoltre, decine di sindacati hanno aderito a sostegno degli agricoltori paralizzando gli stati del Punjab e dell’Haryana e il territorio della capitale. Politicamente parlando, venticinque partiti di opposizione (tra cui risaltano il Partito dell’uomo comune e il Congresso nazionale indiano) e gli avvocati presso la Corte Suprema hanno affiancato i ferrovieri, i camionisti e ovviamente gli agricoltori.

Il 12 gennaio 2021, la Corte Suprema dell’India ha sospeso l’entrata in vigore delle tre leggi della riforma agricola a seguito delle proteste degli agricoltori e la crisi sociale che ne è conseguita.