Concrete is the New Black: il brutalismo come etica e tendenza

Il termine Brutalismo o New Brutalism nacque in Inghilterra nel 1954, prendendo spunto dallArt Brut di Jean Dubuffet. Un’arte spontanea, violenta, senza intenzioni estetiche, creata attraverso l’assemblaggio e la combinazione di materiali di qualsiasi sorta come catrame e sabbia con frammenti di dipinti. Più che un genere artistico, per Dubuffet l’Art Brut rappresentava un’ideale da contrapporre all’arte comunemente intesa e carica di norme, accademismi e tradizioni.

Art Brut,Jean Dubuffet

Etica o Estetica?

Il termine deriva dalla parola svedese Nybrutalism, utilizzata dall’architetto Hans Asplund per descrivere Villa Göth, una moderna casa di mattoni a Uppsala, progettata nel 1950 da Edman e Holm in pieno approccio progettuale as found. Questo consiste in travi visibili su finestre, mattoni a vista all’interno e all’esterno e calcestruzzo versato in diverse stanze. L’espressione fu poi ripresa nell’estate del 1950 da un gruppo di architetti inglesi in visita, tra cui Micheal Ventris, Oliver Cox e Graeme Shankland.

Ottenne, in seguito un riconoscimento sempre più ampio quando lo storico di architettura britannico Reyner Banham se ne servì nel suo saggio The New Brutalism del 1955. Identificò uno stile etico ed estetico, in cui associò il movimento alle parole francesi beton brut, cemento grezzo, e art brut, arte grezza. Ampliò ulteriormente queste sue idee nel libro The New Brutalism: Ethic or Aesthetic? del 1966, in cui sottolineò l’importanza del lavoro di Le Corbusier come importante fonte di ispirazione che rese popolare il movimento.

La macchina per abitare

L’idea di spontaneità derivante dalla rudezza intenzionale e da un’estetica totalmente incurante dell’essere sgradevole, infatti, venne acquisita dapprima dall’architetto Le Corbusier. Nome d’arte di Charles-Édouard Jeanneret-Gris, nel 1923 attraverso il saggio Vers une architecture, l’artista contribuì a sua volta, alla definizione di Brutalismo con la frase: “L’architecture, c’est, avec des matières brutes, établir des rapports émouvants“.

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Pioniere nell’utilizzo del calcestruzzo armato, il cosiddetto béton brut, Le Corbusier decise di porre al centro della propria indagine architettonica l’uomo e il suo bisogno-diritto di essere felice. Operò, dunque, in modo da contrastare quelle superflue forme di ornamentazione tipiche dell’Art Nouveau dell’epoca, riabilitando l’estetica degli ingegneri, capaci secondo lui di produrre degli edifici esteticamente validi e corrispondenti a criteri funzionalisti.

Le fondamenta di un nuovo modello abitativo

Da questa analisi giunse alla conclusione che la casa dovesse essere considerata come una “macchina per abitare”, sorretta dai cosiddetti pilotis, alti piloni puntiformi di cemento armato che elevano la costruzione separandola dal terreno. Contraddistinta poi dai toit terrasses, capaci di riconnettere l’uomo con il verde; plans libre che consentissero all’architetto di costruire l’abitazione in tutta libertà; fenêtres en longueur, utilizzate come fonti di straordinaria illuminazione e façades libre costituite semplicemente da meri elementi orizzontali.

L’attività progettuale di Le Corbusier subì una brusca eclissi con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale che lo portò a trasferirsi in un piccolo villaggio nei Pirenei, fino al 1945. Quell’anno iniziarono gli anni della cosiddetta Ricostruzione in Francia, periodo che risultò eccezionalmente proficuo per l’architetto. Di questi anni, infatti, fu la sua prima celebrazione monumentale del beton brut, la costruzione dell’Unitè d’Habitation di Marsiglia (1947-52), un complesso edilizio popolare diretto a contrastare la mancanza d’alloggi venutasi a creare dopo la guerra, che diede inizio ad un’architettura primitiva e imponente.

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L’approccio sociale

In un’epoca difficile ed incerta, come quella del dopoguerra, in cui riecheggiava ancora il ricordo di devastazione, paura e separazione, il Brutalismo si impose come un Nuovo Risorgimento. Il suo impatto si afferma nella ricostruzione di case, chiese, università, e soprattutto nell’architettura partecipata, realizzata pensando agli spazi condivisi e ai suoi abitanti, ad edifici per la comunità e non privati. Discendente dal Movimento Modernista, il New Brutalism, non è soltanto uno stile architettonico, è un approccio filosofico alla progettazione architettonica, un tentativo di creare edifici semplici e funzionali. Stilisticamente, è un linguaggio di design rigoroso e modernista, una reazione all’architettura degli anni ’40, in gran parte caratterizzata da una nostalgia retrospettiva.

Gli Smithson

Avanguardisti pienamente coinvolti nel campo delle possibilità espressive offerte dal cemento armato grezzo furono anche Alison e Peter Smithson. La loro visione, oltre che ad una rivalutazione delle istanze funzionali e strutturali, conferì nuovi significati formali ai materiali, deliberatamente esibiti. Lo dimostrano la Sudgen House di Watford e la Hunstanton School, localmente conosciuta come The Glasshouse, definita da Philip Johnson come “l’edificio più moderno d’Inghilterra”, in particolare per il suo ampio uso di vetro e acciaio e per l’insolita torre dell’acqua indipendente. Questa fu completata dai coniugi nel 1954 a Norfolk e i due esempi citati rappresentano le prime forme di New Brutalism nel Regno Unito.

Un tema comune nei progetti brutalisti è l’esposizione all’esterno dei meccanismi interni dell’edificio e ne è un esempio il progetto della Hunstanton School che ha posizionato il serbatoio dell’acqua della struttura, normalmente un elemento di servizio nascosto, in una torre visibile e prominente. Quindi, invece di essere nascosti nei muri, l’acqua e le utenze elettriche venivano erogate tramite tubi e condutture facilmente visibili.

La rivoluzione del Team 10

Nel 1954 gli Smithson avviarono un dibattito all’interno dei CIAM (Congressi Internazionali di Architettura moderna), con la formazione del Team 10, un gruppo di architetti favorevole alla ripresa della modernità al di fuori del contesto rituale del razionalismo di maniera, così da trarre una nuova forza dalla lettura sociale delle trasformazioni produttive del loro tempo.

In particolare criticarono il progetto della città del Movimento Moderno, caratterizzata da edifici a torre e da ampie strade di scorrimento veloce, e proposero una riflessione sull’importanza della strada pedonale, le cosiddette Streets in the Sky, strade nel cielo. Si trattava di un sistema di percorsi sopraelevati in cui le vie pedonali erano nettamente separate dal traffico veicolare, così da ricreare un senso di comunità all’interno dei complessi abitativi. Un’ideologia utopica socialista, capace di creare un collegamento tra l’architettura e la realtà della vita moderna.

Questo stile ha avuto posizione di rilievo nell’architettura dei paesi comunisti europei dalla metà degli anni ’60 alla fine degli anni ’80. Soprattutto in Cecoslovacchia, in cui i panelaky hanno rappresentato uno stile architettonico nazionale ma anche socialista moderno.

Le sfumature dei materiali

Gli edifici brutalisti si presentano come costruzioni minimaliste messe a nudo nell’oggettività dei loro materiali e private di qualsiasi elemento strutturale tipico del design decorativo. Tuttavia, nonostante l’aspetto apparentemente semplice delle facciate, mostrato quasi sempre senza pretese, la varietà di minerali presenti nel cemento dà vita a tante diverse sfumature che, associate alle varie dimensioni dei blocchi, conferiscono all’edificio un volto unico, mostrando il lato meno banale del calcestruzzo. Questo materiale, tuttavia. non è stato l’unico ad essere utilizzato nell’architettura brutalista.

I coniugi Smithson, infatti, si sono serviti anche di mattoni, acciaio, vetro e legno per dare ai loro edifici lo stesso carattere crudo e de-ornato del cemento, mostrando al contempo la qualità e il rispetto per i materiali visibili per quello che erano (la boscosità del legno, la granulosità della sabbia) e sostenendo che il “Brutalismo è un’etica e non un’estetica”.

L’internazionalità del movimento

Questa forma di espressione architettonica, ritenuta da molti innovativa, è stata prefigurata dall’opera di altri architetti come l’estone-americano Louis Kahn, autore della monumentale Yale University Art Gallery; l’inglese Erno Goldfinger, il finlandese Alvar Aalto, lo statunitense Paul Rudolph, che nel 1958, si occupò della costruzione della Yale School of Architecture, poiché, in quel periodo, molte università nordamericane adottarono lo stile brutalista per via del suo basso costo e facilità di costruzione. Punti di contatto si trovano anche nelle esperienze pre-metaboliste giapponesi  di Kenzo Tange e del suo Gruppo Metabolism.

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L’eredità artistica in Italia

In Italia diversi architetti hanno concepito opere brutaliste considerevoli come: la Torre Velasca a Milano del Gruppo BBPR (1955-1957), che evidenzia fortemente le nervature della struttura;  l’Istituto Marchiondi a Milano di Vittoriano Viganò (1957), dove le strutture in cemento armato sono enfatizzate e portate all’esterno con forte espressività e il cui plastico è esposto al Moma di New York. Di forte impatto è anche l’affascinante e misteriosa Casa Sperimentale o Casa Albero di Giuseppe Perugini progettata e realizzata alla fine degli anni ’60 nei pressi del litorale di Fregene in collaborazione con suo figlio Raynaldo e sua moglie Uga de Plaisant.

Si tratta di un nido futuristico in calcestruzzo che, nonostante oggi sia in uno stato di totale abbandono, desta ancora interesse da parte di fotografi, studiosi e visitatori di passaggio. C’è poi Il Villino in via dei Colli della Farnesina di Berarducci a Roma (1969), alcuni progetti di Leonardo Ricci come l’Auditorium di Riesi del 1963 e le abitazioni del quartiere Sorgane a Firenze del 1966.

 

Pur rispondendo ad etiche compositive ben specifiche, l’internazionalità di questo movimento si racconta in maniera diversa a seconda del Paese in cui si trova. Nel Regno Unito fu espressione del Welfare state. In Unione Sovietica e negli Stati Uniti della Guerra Fredda in atto. Per il Giappone fu sintomo della reinvenzione nazionale post-guerra. Per l’India rappresentò l’indipendenza dalla Gran Bretagna,  in Spagna invece significò il riscatto dal totalitarismo franchista. Una tendenza che per quanto multiforme, prendeva slancio dalla volontà condivisa degli architetti di voler cambiare il mondo. Molti Paesi, inoltre ne hanno fatto un vero e proprio modus operandi per la creazione di quartieri o la ripopolazione di grandi spazi pubblici.

Le critiche

La popolarità del movimento iniziò a diminuire alla fine degli anni ’70, quando il pubblico cominciò a pensare che il Nuovo Brutalismo non si interessasse più alla vita reale di chi viveva dentro i suoi edifici diventati poco a poco sempre più fatiscenti anche a causa dell’incuria delle amministrazioni. Ciò ha comportato un ulteriore serie di critiche attribuendo alla corrente una connotazione negativa.

È stato fatto presente, ad esempio, che le facciate in cemento non invecchiano bene in climi marittimi umidi e nuvolosi come quelli dell’Europa nord-occidentale e del New England, poiché il calcestruzzo viene rigato da macchie d’acqua e da macchie di ruggine per le armature di acciaio. Lo stile è stato definito poco attraente per il suo aspetto freddo, che proietta verso un’atmosfera di totalitarismo, così come l’associazione degli edifici al degrado urbano dovuto sia ai materiali che resistono male in determinati climi che alle superfici soggette a vandalismo da graffiti. Tra i critici più severi spicca Carlo, Principe di Galles, i cui discorsi e scritti sull’architettura hanno definito molte delle strutture brutaliste come pile di cemento.

La seconda giovinezza

Nonostante tutto, lo stile è anche apprezzato e nel Regno Unito sono in corso sforzi di conservazione, che hanno suscitato il sostegno di architetti e comunità locali per trasformare molti edifici in icone culturali. Oggi il New Brutalism, dopo un periodo di oblio in cui ha lasciato il posto all’espressionismo e al decostruttivismo, è tornato al centro dell’attenzione, portando diversi architetti bostoniani a richiedere un rebranding dello stile come “Architettura eroica“. Così da prendere le distanze dal risentimento contro il termine Brutalismo degli anni precedenti.

Brutal East, Zupagrafika

Inoltre, dal 2015 ha registrato una rinascita di interesse con la pubblicazione di una varietà di guide e libri, tra cui la Brutalist London Map (2015), This Brutal World (2016), SOS Brutalism: A Global Survey (2017) e il sontuoso Atlas of Brutalist Architecture (Phaidon, 2018). Così è diventato una vera e propria tendenza anche nel campo dell’Interior e Product design. Un esempio sono i kit Brutal East firmati Zupagrafika, delle mini architetture brutaliste da montare e tenere in bella vista sulla scrivania.

Molti degli aspetti distintivi dello stile sono stati poi ammorbiditi negli edifici più recenti, con facciate in cemento spesso sabbiate per creare una superficie simile alla pietra o ricoperta di stucco. Un esempio è Villa Göth, da poco classificata come storicamente significativa, per la sua architettura estrema che aderisce perfettamente alla descrizione brutalista. Tuttavia, nonostante le numerose campagne contro la demolizione degli edifici brutalisti, i Robin Hood Garden degli Smithson (2017) a East London sono stati smantellati.

Videogiochi e Social

La potenza espressiva e la pionieristica carica eversiva del New Brutalism è comunque manifesta in un’incredibile varietà di esempi sparsi nel mondo e tornati alla ribalta grazie alla spinta propulsiva dei social. Come Instagram, in cui migliaia di follower del Beton Brut si sono fatti promotori della campagna #sosbrutalismo, mirata alla salvaguardia di edifici sottovalutati o a rischio di demolizione. Lo stesso è avvenuto su Facebook, in cui appassionati si riuniscono in gruppi come The Brutalism Appreciation Society e seguono blog come Fuck Yeah Brutalism.

Control, Remedy Entertainment

Non sorprende, quindi, che la seconda giovinezza del Brutalismo sia arrivata anche nei videogiochi, ispirando spazi digitali come per il recente Control di Remedy Entertainment. Questo è ambientato all’interno di un misterioso Golden House, un grattacielo ispirato alla Long Lines Building di Manhattan, un tardo edificio in stile brutalista, in cui la protagonista si avventura alla ricerca del fratello scomparso. Al suo interno le superfici, sostituite con una più monotona e grigia texture, fingono di essere di cemento armato, ma non mostrano realmente il materiale virtuale di cui sono composte e il lavoro di chi le ha modellate.

Queste opere condividono però con il Brutalismo il desiderio di rendere lo spazio architettonico protagonista in quanto spazio. Niente orpelli, niente intermediazioni, niente necessità di fingersi altro. Per gli sviluppatori di videogiochi, questa è stata anche un’occasione per superare quella lunga tradizione basata sulla concezione di uno spazio digitale dove più dettaglio significa maggiore qualità. Quando, invece, non è così, al contrario, una superficie placida, libera di particolari è in grado di evocare ordine ed eternità, restituendoci uno spazio puro.


 

 

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