Nella fotografia c’è una realtà così sottile che diventa più reale della realtà.

Alfred Stieglitz

Nel 1839 nasce un nuovo tipo di percezione della realtà del mondo, più impersonale, obiettiva e priva di qualsiasi coinvolgimento emotivo. Un fenomeno straordinario e rivoluzionario che prende il nome di dagherrotipo, più comunemente conosciuto come fotografia. Grazie a quella sua combinazione di creatività e tecnica, utili nel reinventare la realtà e produrre nuovi punti di vista, il disegno fotogenico ha subito riscontrato un enorme successo presso nobili e intellettuali dell’epoca.

Giovanni Verga
Photo Fatal

Una delle tante vittime cadute nel fascino insolito di questa fatale invenzione è stato lo scrittore Giovanni Verga. E la cui testimonianza artistica sarebbe rimasta ignota, non fosse stato per il ritrovamento nel 1966, da parte del giornalista Giovanni Garra Agosta, di oltre ben 440 negativi fotografici. Trattasi di lastre in vetro e fotogrammi in celluloide, rinvenuti nell’abitazione dello scrittore a Catania.

Non tutti sanno che la calligrafia fotografica di Verga iniziò a trasparire già a partire dall’età di 9 anni, quando lo scrittore verista vide lo zio paterno, Salvatore Verga Catalano, scattare fotografie con uno dei primi prototipi di macchine a cassetta. In seguito, se ne servì poi lui stesso per le sue prime prove. Tra queste, la prima istantanea consiste in un autoscatto risalente al 1878 in compagnia dei suoi parenti più stretti, quindi ancora dentro il cosiddetto spettacolo della realtà. Successivamente, invece, Verga preferirà stare quasi sempre dietro l’obiettivo, così da approfondire quell’atteggiamento di osservatore esterno, lontano dal Gran Varietà del palcoscenico mondo. Vi ricorda qualcosa? Un elemento tipico della sua forma mentis letteraria.

Vecchia signora, Giovanni Verga
Il visibile dietro l’invisibile

Guida e maestro di Verga fu lo scrittore Luigi Capuana che, insieme a Federico De Roberto, diede vita alla Triade di Catania. Un trio siciliano che condivideva l’obiettivo comune di raccontare il mondo e la realtà fatta di difficoltà e miserie attraverso l’essenzialità dello scatto nudo e crudo. Così, oltre ai ritratti dei parenti e degli amici più cari, Verga riprende anche volti di gente comune nell’ambiente siciliano. Sono le persone del popolo, massari, contadini, cacciatori, cameriere. Visi segnati dalla vita dura e dalle sue difficili condizioni, volti scavati da rughe profonde, espressioni che lasciano comprendere tutto il loro vissuto di bassa estrazione sociale.

Famiglia- Giovanni Verga

In certi casi vengono ripresi nelle loro case o fuori nel cortile, in altri, su terrazzini, su muri decorati,  sempre in pose e abiti che fungono da indizi rivelatori dello stile di vita, dell’estetica e della storia del tempo. L’autore, quindi, si serve della fotografia per penetrare e raccontare la quotidianità di quelle classi sociali altrimenti invisibili e impenetrabili, come i personaggi che animano i suoi libri.

La realtà dei Vinti

Da fotografo efficace e immediato, Verga dedica il suo interesse anche alle riprese paesaggistiche cittadine, come Aci Castello, o lacustri, visitate nei dintorni di Milano. E il cui denominatore comune non è la ricerca artistica o l’esposizione perfetta, bensì la commistione tra sperimentalismo e passione fotografica.

Questa sfocia in sfocature, inquadrature sbilanciate o alonature, allo scopo di rappresentare esattamente la realtà del mondo dei vinti. Per realizzarle Verga si è avvalso di svariati apparecchi fotografici, a partire dalla prima macchina a cassetta di suo zio Salvatore. Sono poi seguite  la Kodak e l’istantanea Murer & Duroni, fino alla macchina Eastman con i rullini in celluloide.

Aci Castello, Giovanni Verga
Scatto + parola= soluzione osmotica

Fin dal ritrovamento dei negativi verghiani, la critica letteraria si è interrogata sul rapporto tra la sua produzione letteraria e la fotografia, delineando due posizioni. Da una parte la fotografia è stata istituita come modello per la scrittura, a prova dell’uso parsimonioso dei colori nei suoi scritti e della preferenza per il bianco e il nero. Nella novella Cavalleria rusticana, ad esempio, non ricorre nessun altro colore oltre al bianco e nero. Nel Mastro Don Gesualdo, invece, il racconto si sviluppa attraverso un susseguirsi di scene neorealiste, unite dalla voce del narratore, proprio come una sequenza di foto istantanee.

Bambino- Giovanni Verga

Un’ulteriore prova della coesistenza dell’arte visiva con quella scrittoria sono i personaggi, per lo più umili, che risaltano come figure in chiaroscuro sullo sfondo di un paesaggio rurale e umano. Questo, grezzo e spesso ostile, appare ritratto fedelmente, come nelle sue fotografie. Tale scelta potrebbe derivare dal distacco emotivo e dal perseguimento del canone dell’impersonalità tipico dell’autore, secondo cui la mano dello scrittore deve restare invisibile, così che l’opera sembri essersi fatta da sé.

E nel discorso fotografico tale tecnica si traduce nell’immortalare la realtà nuda e schietta, senza alcuna alterazione soggettiva. Viene riportato così quell’occhio fotografico che guarda dall’alto i personaggi, come per esempio accade nella novella I Malavoglia.

Lo scollamento

Se da un lato, quindi, la critica considera la fotografia e la scrittura come un duplice strumento, utilizzato da Verga per perseguire il suo obiettivo di mostrare il semplice fatto umano. Dall’altro, però, le vede come due realtà artistiche separate, come se la grandezza dei suoi capolavori potesse in qualche modo essere sminuita da un’arte ritenuta minore come la fotografia. Per alcuni, addirittura, come lo scrittore Consolo, il rapporto tra fotografia e letteratura in Verga è completamente assente. Non solo, ma il verismo fotografico presente nell’iconografia degli umili non corrisponde ad un’attendibile poetica fotografica artistica. A sua opinione, Verga iniziò a fotografare solo per passatempo una volta tornato a Catania.

Madre e figlio, Giovanni Verga
Cogli la rosa quando è il momento, che il tempo, lo sai, vola…

Anche se ancora non è stato raggiunto un giudizio univoco, è sorprendente notare come in entrambe le sue attività, Verga, voglia cogliere l’attimo fuggente. Insomma, voglia fermare la vita nella sua frenesia quotidiana, quasi come un carpe diem letterario e fotografico. In questo modo ambienti e personaggi, miseria e tragedia sembrano essere balzati fuori dal film La terra trema di Visconti. E vengono utilizzati da Verga per fissare e consegnare un mondo immutato alle trasformazioni del futuro, concordando perfettamente con quell’aspetto più conservatore dell’autore. Da buon possidente siciliano, infatti, Verga non vedeva il progresso come fattore positivo di mobilità sociale.