disturbo e conforto

Il doppio spettro dell’arte: una riflessione tra disturbo e conforto

Art should comfort the disturbed and disturb the comfortable (L’arte dovrebbe confortare il disturbato e disturbare il confortevole) 

Qualcuno attribuisce questa frase a Banksy, qualcuno a Cesar A. Cruz. Fa però sorridere come tale espressione riesca a riassumere così bene la funzione dell’arte. Nel corso dei secoli, infatti, si è ripetutamente cercato di trovare una definizione univoca di arte, che tracciasse un confine netto e ben visibile: un discrimine oggettivo che mettesse tutti d’accordo sulla valenza artistica di un prodotto.

Eppure basterebbe così poco – uno sguardo dentro noi stessi, forse – per capire che l’arte è visceralmente legata al modo in cui noi la percepiamo. È a volte una chiamata, una sveglia che rimbomba nella testa, una lacrima inaspettata: sono mille le modalità con cui l’arte comunica allo spettatore che sta parlando con lui. Questo può succedere a chiunque, con qualsiasi opera si abbia davanti, perché l’arte parla sempre, e parla a tutti: bisogna solo essere disposti ad ascoltarla. In alcuni momenti, questo accade con più facilità.

disturbo e conforto
Edvard Munch, L’urlo (1893-1910)

Le funzioni dell’arte

Lo stato di disturbo e lo stato di conforto sono due polarità di uno spettro lungo il quale ciascuno si posiziona a suo piacimento. Nessuno sa mai davvero in che posizione si trova, da che parte pende. Tutti sono costantemente in cerca di un equilibrio interiore per cercare di restare a galla, a volte mentendo anche a se stessi, ignorando pensieri e sensazioni che non fanno stare bene. Poi, all’improvviso, capita d’imbattersi in un dipinto, in una scultura o in uno scatto fotografico, allora qualcosa si rompe o si ricompone dentro lo spettatore. Ed è strano, perché mai si potrebbe immaginare che un oggetto prodotto da qualcuno di così lontano dall’osservatore, come un artista, uno sconosciuto, possa parlare una lingua così simile alla sua.

L’arte ha dunque due funzioni: disturbare e sanare. Disturbare chi? Chi è sicuro di sé, chi si sente a suo agio, chi crede di avere tutte le risposte. Sanare chi? Chi si sente a pezzi, chi si sente inadatto, chi si è perso. Tutti apparteniamo in qualche modo a una o all’altra categoria, magari ad entrambe, a seconda del momento in cui ci troviamo.

Lo stato di conforto

“A chi non sbaglia mai […], a chi non si perde mai, a chi non ha mai davvero paura” l’arte insegna che tutta la sua sicurezza deriva da una bugia che egli si racconta. Schietta e brutale, l’arte mette l’individuo di fronte uno specchio in cui leggere tutti i suoi timori messi a nudo. Sono gli stessi timori che l’artista, autore dell’opera, aveva accettato e affrontato, ma non sempre superato.

disturbo e conforto
Egon Schiele, Autoritratto con braccio girato intorno alla testa, 1910

Farà paura scoprire che non si è perfetti come si credeva, sapere che basta così poco – il frutto di un pennello o uno scalpello – a mettere chiunque in crisi. È terrificante sapere che qualcuno dietro una tela ci ha capiti così bene, senza nemmeno conoscerci, che ha visto il nostro punto debole e ha mirato dritto ad esso. Ma il trauma che nasce da questa scoperta può dare vita a qualcosa di nuovo.

Grazie all’arte l’osservatore apre gli occhi e guarda ciò che lo circonda in modo diverso. Gli vengono offerte nuove occasioni per mettersi in discussione, per vacillare un attimo, per sentirsi perso dentro un museo e dentro la vita.

Lo stato di disturbo

A chi non crede più in se stesso, a chi si sta lasciando andare, a chi vede solo buio, l’arte insegna che quel buio può essere sfondo di cose meravigliose. Il dolore può anche essere bello: questo è un principio su cui l’arte si fonda da sempre. Sono infatti tantissimi gli artisti che hanno usato il pennello o lo scalpello per dare voce a uno strazio così intenso e potente, che niente avrebbe potuto trattenerlo. Lo buttano fuori, lo espellono, tramutandolo in autentici capolavori.

E la magia si compie quando un giorno qualcuno, osservando quel capolavoro, troverà tutto quello che stava cercando nella vita: una mano tesa che lo salvasse da un mare in tempesta. Così l’arte gli offre un’occasione di comprendersi, di accettarsi, di dividere il peso con qualcuno.

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Vincent Van Gogh, Notte Stellata, 1889

Frida Khalo, ha messo nero su bianco questo concetto, nella sua raccolta di aforismi:

Ero solita pensare di essere la persona più strana del mondo ma poi ho pensato, ci sono così tante persone nel mondo, ci dev’essere qualcuna proprio come me, che si sente bizzarra e difettosa nello stesso modo in cui mi sento io. Vorrei immaginarla, e immaginare che lei debba essere là fuori e che anche lei stia pensando a me. Beh, spero che, se tu sei lì fuori e dovessi leggere ciò, tu sappia che sì, è vero, sono qui e sono strana proprio come te.

Per questo paura, ansia e dolore sono spesso alla base di creazioni straordinarie. Sono queste le opere vere, reali, viscerali, frutto di un’introspezione profonda e totalizzante. Così l’artista mette una parte di di sé nell’opera d’arte, nella speranza che qualcuno, un giorno, possa trovarlo e farne tesoro.

Ascoltare l’arte

Arte e pubblico sono due infiniti che si toccano, come cielo e mare. Non c’è modo di definire cosa sia arte per gli altri, è una ricerca che non compete a nessuno. Si impari solo a riconoscere l’arte come un’amica fedele, piena di consigli e parole. Parole belle, a volte, dure e violente, altre. Possiamo noi essere sempre in grado di ascoltarle.


 

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