Le motivazioni dietro alle rotte migratorie del Mediterraneo

Cosa sono le rotte del Mediterraneo?

Il mar Mediterraneo ha visto aumentare l’immigrazione per mare negli ultimi decenni, e contemporaneamente i Paesi europei hanno irrigidito la loro politica di accoglienza. Oggi è fin troppo comune sentire notizie di barconi di migranti al telegiornale, alla radio o mentre scrolliamo i social. Sfortunatamente, queste notizie non hanno mai un lieto fine, anzi si tende a dare un’attenzione mediatica breve all’ennesimo naufragio che avviene lungo le rotte nel Mediterraneo, senza sviluppare un pensiero critico che possa dare rilevanza alle cause di tragedie simili.

Naufragi, morte e abusi che segnano la vita delle persone che attraversano il mar Mediterraneo non sono una casualità, ma il risultato di politiche migratorie che non tutelano i diritti degli esseri umani nelle rotte del mediterraneo verso l’Europa.

Tra queste politiche risaltano quelle rivolte alle ONG. La criminalizzazione delle ONG che si occupano di soccorrere i migranti ha sicuramente peggiorato la tutela di questi ultimi, dato che le operazioni di soccorso vengono classificate automaticamente come offensive, nonostante la loro natura umanitaria.

In questo articolo si cercherà di chiarire la situazione politica dei principali stati coinvolti nelle rotte migratorie del Mediterraneo per comprendere al meglio le cause profonde delle rotte migratorie.

Innanzitutto, è importante chiarire che i flussi migratori del Mediterraneo sono misti, poiché che si tratta sia di migranti economici che di rifugiati politici. Le principali rotte sono tre: la prima è quella che va verso la Spagna, chiamata anche la rotta occidentale; la seconda è quella diretta all’Italia, ossia la rotta centrale; infine, la terza rotta è quella orientale, ovvero quella diretta in Grecia.

La politica di accoglienza europea

Le principali mete delle rotte dei migranti sono quindi gli Stati dell’Unione europea, come le coste della Grecia, Spagna e Italia. Pertanto, quando si parla della politica di accoglienza di questi Stati, è inevitabile menzionare l’Unione europea.

Frontex è l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera e si occupa della gestione delle frontiere fuori dallo Spazio Schengen e dell’UE. L’obiettivo di Frontex è la coordinazione dell’azione per la gestione delle risorse dei Paesi europei. Inoltre, dovrebbe assicurare una gestione efficiente dei flussi migratori affinché l’Unione europea garantisca la libera circolazione delle persone ma allo stesso tempo non rinunci alla sua sicurezza interna.

Frontex, tuttavia, non è priva di problematiche. L’agenzia è particolarmente criticata per il suo ruolo nella pratica illegale greca della respinta dei migranti turchi, violando chiaramente i principi cardinali dell’Unione.

A livello nazionale, soprattutto con Matteo Salvini come Ministro dell’interno, si è spesso sentito parlare dei celebri decreti sicurezza che avevano inasprito pesantemente la politica di accoglienza italiana. A ottobre dello scorso anno è stato emanato un nuovo Decreto sull’Immigrazione che avrebbe dovuto rendere l’Italia “più umana e sicura”, a detta di Nicola Zingaretti.

Purtroppo, la realtà è un’altra. È vero che è stata reinserita la protezione umanitaria per coloro che avevano richiesto l’asilo cosicché un numero maggiore di migranti abbia la possibilità di intraprendere un percorso regolare. Inoltre, i richiedenti asilo possono di nuovo avere accesso all’iscrizione anagrafica. Senza essa, i richiedenti asilo non avevano accesso ad alcun servizio e perciò, come la Corte Costituzionale aveva decretato, si trattava di un’incostituzionale disparità di trattamento.

A livello europeo, e anche nazionale, si ignorano i diritti dei migranti e si predilige una politica basata sulla sicurezza interna dell’UE. Questo approccio non funziona nel lungo termine perché senza la garanzia della libera circolazione delle persone e tutti i diritti annessi, le rotte migratorie non smetteranno di esistere, anzi. I migranti non cesseranno di richiedere visti e asilo ai Paesi europei, e quando questi vengono rifiutati, l’ultima sponda resta attraversare il Mediterraneo senza la certezza di arrivare dall’altro lato.

Cosa succede in Libia?

I Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa sono fondamentali nella valutazione geopolitica dei flussi migratori verso le coste dell’Europa. Negli ultimi anni, la Libia ha acquisito un maggior ruolo di rilevanza come Paese di transito delle rotte che partono dall’Africa subsahariana e giungono in Europa.

 

In aggiunta, la Libia si è inserita nella gestione dei flussi grazie ad accordi politici ed economici che conferiscono alle autorità libiche di agire in modo preventivo. La Libia è quindi diventata una sorta di “stato cuscinetto”, dato l’UE cerca di esternalizzare la sua responsabilità della riduzione della pressione migratoria, con questi accordi. Il loro modus operandi è però fortemente contestato, dal momento che bloccano la rotta centrale rinchiudendo migliaia di persone in centri di detenzione. Secondo l’UNHCR, nel 2020, 50.000 persone hanno richiesto asilo in Libia ufficialmente. Parte del problema della gestione libica risiede nella mancanza di una legislazione che assicuri una tutela adeguata dei richiedenti asilo e, così, crea condizioni di vita ai limiti del legale per i migranti irregolari nei centri di detenzione.

Attualmente, la Libia presenta un governo di unità nazionale ad interim, annunciato il 5 febbraio 2021. Il governo di unità nazionale ha una vita limitata dato che lo scopo è mantenere lo Stato unito fino alle elezioni del dicembre 2021, alle quali nessuno rappresentate di questo governo ad interim potrà candidarsi.

Le prime elezioni libere in Libia si sono tenute nel 2021 e la partecipazione popolare è stata elevata. Dopo due anni, però, era evidente che si fosse diffuso un sentimento di disillusione nelle strutture politiche del paese e nella transizione democratica post-Gheddafi. Infatti, alle elezioni del 2014, meno del 20% delle persone aventi diritto al voto ha partecipato alle elezioni e molti seggi non sono nemmeno stati assegnati a causa della Fratellanza Musulmana (movimento politico-religioso conservatore) che aveva boicottato il voto.

Cosa succede in Iraq?

L’Iraq non è un Paese sul Mediterraneo ma resta comunque fondamentale nell’analisi delle rotte verso l’Europa. Il Medio Oriente, difatti,  presenta uno scenario geopolitico particolarmente pieno di conflitti ed è il risultato di negoziazioni da parte di Paesi europei che non hanno tenuto in conto il quadro sociale ed etnico della regione.

L’Iraq presenta una popolazione eterogenea dato che i suoi confini sono stati dettati dalla Gran Bretagna dopo la Grande Guerra e comunità diverse culturalmente e non solo sono state costrette a convivere sotto un governo centralizzato.

La maggioranza della popolazione è araba, ma è presente una minoranza curda (15% della popolazione) rilevante nel nord dello Stato. Gran parte della popolazione è di fede musulmana, ma nonostante ciò vi è una profonda differenza tra i musulmani sciiti, la maggioranza, e i musulmani sunniti, una minoranza insediata nel centro dell’Iraq. Le tensioni culturali tra questi due gruppi sono state sfruttate da movimenti estremisti come l’ISIS per raggiungere i propri obiettivi politici.

La storia irachena è stata profondamente segnata dalla caduta del regime di Sadam Hussein nel 2003, durante la celebre “War on Terror” degli Stati Uniti. Infatti, il regime di Hussein rappresentava la dominanza di una minoranza, ossia degli arabi sunniti, sul resto del popolo iracheno. Dopo la sua caduta, gli Stati Uniti hanno provato ad instaurare un governo ad interim, la Coalition Provisional Authority, con lo scopo di eliminare qualsiasi traccia del partito Ba’ath di Saddam Hussein dall’apparato politico e amministrativo. Tuttavia, la mano estera statunitense non è stata ben accolta da nessuna frazione del popolo iracheno, e, anzi, ha aumentato la rilevanza di organizzazioni come l’ISIS nella regione.

La situazione siriana

Anche la Siria non affaccia sul Mar Mediterraneo e sulle sue rotte, ma appartiene alla regione del Medio Oriente. A partire dal 1950 e 1960, i flussi migratori in Siria hanno marcato la vita di migliaia di persone. Si tratta principalmente di flussi interni alla regione, dato che la maggior parte dei migranti si stabiliscono in Turchia, Giordania, Egitto e solo una piccola parte è riuscito ad ottenere lo stato di rifugiato in Europa, dato che l’UE rifiuta la maggior parte di richieste di asilo e rifugio. La Siria, infatti, è il primo Paese al mondo per il numero di rifugiati all’estero (6,6 milioni di persone) e 6 milioni di sfollati all’interno dello Stato.

 

La popolazione siriana conta una maggioranza araba sunnita con minoranze sia curde che arabe sciite.

Il conflitto siriano che ha portato allo sfollamento di un numero così elevato di persone è iniziato nel marzo 2011. Dopo lo scoppio delle proteste contro le autorità locali della città di Dara’a (al confine con la Giordania), il governo ha avuto una reazione violenta e non proporzionale nei confronti dei manifestati. Il conflitto nazionale è stato poi strumentalizzato da attori esterni come i gruppi jihadisti dell’ISIS e di Al.Qaeda, i quali hanno approfittato del conflitto e hanno conquistato territori nell’area. L’Iran, a fine del 2019, è riuscito a recuperare la maggior parte dei territori persi dalla Siria, dato che Damasco è il suo principale alleato in Medio Oriente.

Attualmente, il governo della Siria presenta come capo Bashar al-Assad, il quale è al potere dal 2000 di seguito al padre, Hafez al-Assad. La Siria presenta un governo legato alla classe militare, ai servizi segreti al partito di Sadam Hussein (Ba’ath).

I migranti economici nel Mediterraneo

La maggior parte dei migranti del Nord Africa e Medio Oriente è mossa da motivi politici e sociali, ma ci possono essere altre motivazioni dietro le rotte migratorie del Mediterraneo. Per esempio, vi sono motivazioni socioeconomiche che spingono migliaia di persone a cercare un futuro migliore in Europa. Prendiamo l’esempio del Marocco, l’Algeria e la Tunisia, questi Paesi si sono trovati in una situazione politica instabile dopo la Primavera araba e le conseguenze sono state soprattutto economiche.

In Algeria, la crisi economica dovuta al calo del prezzo degli idrocarburi, alla base dell’economia del paese e dai quali il gas naturale e il petrolio trovano la propria origine, ha provocato una forte emigrazione verso l’Europa.

La Tunisia, d’altro canto, dal 2017 è uno dei Paesi con il numero maggiore di immigrati nella rotta del Mediterraneo. Le motivazioni sono sempre legate alla sfera economica, dato che la transizione politica che non trova una conclusione di successo ha portato alla svalutazione della moneta. Il dinaro tunisino ha perso un terzo del proprio valore in tre anni e ha, quindi, determinato, un tasso elevato di inflazione e portato ad un’alta disoccupazione, soprattutto tra i giovani (nel 2019, il 35% dei giovani era disoccupata).

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