Anne Davis Basting, 51 anni, è una gerontologa americana che lavora come professoressa di teatro alla Peck School of the Arts dell’Università del Wisconsin-Milwaukee. In un bellissimo intervento per TED, l’insegnante ha raccontato come si può avvicinarsi a tutti coloro che soffrono di demenza. In questo processo, è proprio l’arte a giocare un ruolo fondamentale.

L’inizio di tutto: avvicinarsi alla demenza

Trent’anni fa misi piede in una casa di riposo e la mia vita cambiò per sempre. Stavo facendo visita a mia nonna Alice. Era una donna davvero forte, aveva perso una battaglia contro un ictus che l’aveva privata dell’uso della parola. Ad Alice erano rimasti solo tre modi per comunicare. Alice mi aveva insegnato che tutti hanno una storia. La sfida per chi ascolta è come darle vita e come ascoltarla davvero.

L’Alzheimer e la demenza sono due parole che fanno rabbuiare le persone. La paura e lo stigma sono strettamente connessi ad un vissuto che colpisce 47 milioni di persone in tutto, numero che potrebbe triplicarsi nel 2050. La famiglia e gli amici possono sparire, perché non sanno bene cosa fare in tua compagnia, non sanno cosa dire e, improvvisamente, quando più hai bisogno di qualcuno, ti ritrovi dolorosamente solo. La scienza cerca nuove terapie, anelando a una cura ma, nel frattempo, ridurre lo stigma e la paura potrebbe aiutare molte persone. E fortunatamente, i rapporti significativi non richiedono una pillola. Bisogna tendere la mano. Ascoltare. E sapersi meravigliare.

Come si può aiutare una persona affetta da demenza?

E si giunge al come. Come si crea un contatto significativo? Gran parte di questa risposta proviene da una coppia sposata da tempo di Milwaukee, Wisconsin: Fran e Jim. All’epoca, Anne e la sua squadra facevano le cosiddette “visite domiciliari artistiche”, con il semplice obiettivo di invitare Jim ad esprimersi artisticamente. Ma non sarebbe stato facile perché Jim non diceva una parola da mesi. Poteva rispondere, se invitato a esprimersi?. La sua famiglia, per comunicare, invocava spesso un passato condiviso. Ma 9 volte su 10, il percorso cerebrale che la risposta deve percorrere è interrotto, lasciandoci da soli con una persona cara, confusi. Ma c’è un altro modo.

Il metodo di Anne Davis Basting: le domande bellissime

Una domanda bellissima apre un percorso di scoperta condiviso. Non c’è risposta giusta o sbagliata, una domanda bellissima ci aiuta a scostarci dall’aspettativa di un ricordo immergendoci nella libertà della fantasia, con migliaia di risposte possibili per le persone con difficoltà cognitive. Ad esempio, a Jim piaceva camminare lungo il lago Michigan. Così Anne ha provato a chiedergli: “Jim, potresti mostrarmi come si muove l’acqua?”. È rimasto in silenzio per qualche istante, ma poi lentamente ha fatto un passo verso il baule, ha preso un pezzo di legno, l’ha tenuto dritto, e lentamente, ha iniziato a muovere il braccio, muovendo così il legnetto. Trasferendo il suo peso da sinistra a destra e ancora, Jim è diventato quell’onda. Per 20 minuti, ha animato un legnetto dopo l’altro. Improvvisamente, non era più disabile. Jim era un maestro burattinaio, un artista, un ballerino.

Un punto di svolta per tutti

Anne ha così imparato che questo approccio creativo poteva contribuire al cambiamento nelle famiglie, passando da una tragica solitudine e da una perdita a un contatto significativo, alla speranza e all’amore. Perché l’espressione creativa, in ogni forma, è generatrice. Aiuta a creare bellezza, significato e valore dove prima non c’era niente. Se possiamo infondere questa creatività nell’assistenza, gli operatori possono invitare le persone a comprendere gli eventi della vita.

Ma è davvero possibile tutto ciò?

Far crescere questa assistenza creativa può veramente portare a un cambiamento. Potremmo davvero farlo? Potremmo diffonderlo in un’intera organizzazione sanitaria o nell’intero sistema sanitario? La risposta di Anne è secca:

Per me, il primo passo verso l’obiettivo è stato quello di riunire un gruppo di artisti, anziani e operatori in una casa di cura a Milwaukee. Insieme, in due anni, abbiamo realizzato la rivisitazione dell’Odissea di Omero. Abbiamo affrontato temi. Abbiamo scritto poesie. Insieme, abbiamo creato un’onda lunga un miglio. Abbiamo coreografato dei balli originali. Abbiamo anche esplorato e conosciuto il greco antico con l’aiuto di uno studioso di lettere classiche. Abbiamo inserito centinaia di seminari creativi nel calendario delle attività e abbiamo invitato le famiglie a unirsi a noi.

Il momento culmine di questo processo è stato uno spettacolo originale e prodotto professionalmente che affiancava attori professionisti agli anziani e agli operatori. Insieme, il gruppo ha avuto il coraggio di fare cose bellissime, invitando gli anziani, alcuni con demenza, alcuni malati terminali, a interpretare gli eventi della vita nel tempo, per imparare e crescere come artisti. Tutto ciò in un luogo in cui ogni giorno muoiono persone.

Il messaggio speranzoso di Anne

So che questo momento si ripeterà ancora, non solo per me e mia madre ma per 47 milioni di persone nel mondo e per altre centinaia di milioni che le amano. Come possiamo rispondere a questa sfida che coinvolgerà la vita di ogni famiglia? Come può il nostro sistema sanitario rispondere a questa sfida? Spero lo faccia attraverso una domanda bellissima, che ci inviti a ritrovare un punto di contatto e a riunirci. Spero che la vostra risposta sia di dare valore all’assistenza sanitaria, e che questa possa diventare creativa e bellissima. E che l’assistenza possa farci conoscere la parte più profonda dell’umanità, il nostro desiderio di ricollegarci e capire gli eventi della vita insieme fino alla fine.

 


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FONTI:

ted.com

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