Alberto Genovese, fondatore del sito Facile.it e collaboratore fino al 2014, è stato fermato la sera del 7 novembre con l’accusa di violenza sessuale, lesioni, sequestro di persona e spaccio di droga. Le vittime dell’uomo sono giovani ragazze, tutte invitate alle sue feste di lusso a Terrazza Sentimento a Milano e a Villa Inferno a Bologna.

La ragazza che ha avuto il coraggio di denunciarlo ha appena 18 anni ed era una delle invitate alla festa svolta nella sua lussuosa residenza di Milano, Terrazza Sentimento in Piazza Duomo. Una festa organizzata contro tutte le misure previste per il contenimento del Covid-19 e dove droga, alcol e violenza si sono rivelate essere le protagoniste indiscusse della festa.

Cos’è successo?

L’episodio si è verificato la notte del 10 ottobre scorso, durante una festa esagerata e lussuosa a Terrazza Sentimento. La ragazza ha assunto della droga che Genovese era solito offrire, ha perso i sensi ed è stata poi portata e chiusa in camera da letto per ventiquattro ore. Un lunghissimo lasso di tempo in cui l’uomo ha ripetutamente stuprato la vittima, l’ha ammanettata, legata e drogata, l’ha ferita fisicamente e tenuta in ostaggio. La ragazza, in stato di incoscienza, si trovava così totalmente in balia della furia di Alberto Genovese.

In tutto il tempo in cui l’uomo ha compiuto il terrificante gesto, un bodyguard complice sorvegliava la porta e impediva all’amica preoccupata della vittima di entrare.

Il giorno dopo, quando la ragazza ha ripreso coscienza, l’ambulanza l’ha trasportata alla clinica Mangiagalli di Milano che ha accertato la violenza subita.

Secondo le indagini, Alberto Genovese aveva chiesto a un suo assistente di cancellare le immagini riprese dalle videocamere di sicurezza nella camera da letto perché “aveva esagerato”, come ha detto lui. Genovese ha quindi minimizzato le sue azioni disumane, cercando di farle apparire come una semplice esagerazione. Nel frattempo , ha cercato di farsi rilasciare in fretta un passaporto per scappare in Sudamerica prima che le autorità lo arrestassero.

Fortunatamente, la polizia è riuscita a recuperare le immagini delle videocamere di sicurezza e ha confermato quanto accaduto. Inoltre, durante le indagini nella residenza hanno trovato diverse tipologie di droga: Mdma, chetamine e  la  2CB o cocaina rosa, una droga color rosa molto potente e costosa ottenuta mischiando cocaina e anfetamine. Non solo, anche una cassaforte con 40 mila euro, un diamante e le manette con cui aveva legato la vittima.

Le testimonianze:

Gli inquirenti stanno ascoltando moltissime testimonianze di ragazze (e non solo) sulle feste di Genovese. Tutte parlano di grandi quantità di droga offerte gratis dal padrone di casa agli invitati. Una vittima ha affermato inoltre che Genovese ha mescolato una delle tipologie di droga alla droga dello stupro per farle perdere i sensi e poi violentarla.

[…] Girava voce che Genovese mettesse “roba nei bicchieri” delle ragazze, in modo da stordirle immediatamente. […] Si dice che lui e la sua ex fidanzata fossero soliti drogare le ragazze alle loro feste private per poi violentarle. […]

Queste sono solo alcune frasi pronunciate dai testimoni che affermano anche che le feste erano solitamente composte da trenta o quaranta persone. Infine, l’amica della vittima diciottenne ha aggiunto un altro inquietante dettaglio: “Lasciare il telefono è la regola in queste feste di Alberto Genovese”.  Tutti gli invitati alle sue feste dovevano quindi lasciare il telefono all’entrata di Terrazza Sentimento: nessuno poteva così contattare qualcuno o essere contattato, le foto e i video che venivano poi postati sui social dovevano essere attentamente controllati e fatti da persone di fiducia.

Un vero e proprio mondo dell‘illegalità, un inferno della droga e della violenza.

La reazione social lascia spazio alla cultura dello stupro:

Appena la notizia si è diffusa nei principali social networks non si è fatta attendere la reazione dei lettori.  Reazioni che riflettono una società dove la cultura dello stupro è purtroppo ancora molto diffusa.

Tantissimi commenti hanno infatti rivolto la colpa non ad Alberto Genovese, il carnefice della violenza, ma alla vittima:

Sì, lui ha sbagliato, però anche lei… Che ci va a fare alla festa? […] E poi, si è pure ubriacata! Te la vai proprio a cercare! […]

E ancora molti altri commenti come quelli postati su Facebook sotto l’articolo del Corriere della Sera:

Vabbè lui rinchiudetelo… ma le ragazze che frequentavano le festicciole che sapevano benissimo cosa succedeva, anche loro curatele! […] Io lo condanno al 100 x 100 ma non ditemi che queste ragazze sono andate lì per fare le badanti. I soldi facili e un mondo dorato fanno gola a tutti, ma queste ragazze sapevano benissimo a cosa andavano incontro […].

Questi sono chiari esempi di victim blaming. Il victim blaming, o colpevolizzazione della vittima, è un fenomeno sociale purtroppo molto diffuso che fa sicuramente parte della cultura dello stupro.

La cultura del “se la sono cercata”:

La cultura dello stupro non fa cadere la colpa direttamente sul carnefice o anche, in questo caso, sulle persone che sapevano cosa accadeva alle sue feste ma hanno preferito restare in silenzio. La colpa ricade invece sulle vittime di stupro che, in un modo o nell’altro, hanno fatto sì che accadesse. Il carnefice risulta quindi giustificato dalle circostanze o dal comportamento della vittima.

Un ragionamento sicuramento distorto che fa vivere un secondo trauma alle vittime. Il fatto poi che la ragazza diciottenne fosse in uno stato di incoscienza, per alcol e/o droga assunta presumibilmente in modo consapevole, non dovrebbe fare altro che aggravare la posizione del carnefice che si è approfittato in un modo deplorevole di una persona che non poteva difendersi né cercare aiuto. Quello che accade è invece il contrario. La vittima è colpevole perché ubriacandosi e assumendo droga ha fatto intendere (non si sa come) che lo stupratore avesse via libera o, dicendola in un altro modo, se l’è cercata.

Dai commenti sui social sembra essere quindi sempre più facile giudicare la vittima seduti sul comodo e sicuro divano di casa, dimostrando poco senso di empatia. Il tutto è poi sempre più condito dalle immagini che i media decidono di mostrare, come la foto di una ragazza che beve una bottiglia di alcol offerta gentilmente da Genovese. Immagini che suggeriscono in modo più o meno implicito che la vittima ha qualche tipo di colpa nella faccenda, quando in realtà non è così perché nulla può giustificare lo stupratore.

Il web non si è però solamente mostrato un luogo di elogio della cultura dello stupro e di giudizi; moltissimi influencers e personaggi di internet si sono esposti in difesa della ragazza. Questo suggerisce che c’è una speranza, c’è una parte di mondo che si batte contro la cultura dello stupro, che sta dalla parte della vittima senza giustificare in parte l’aggressore e che soprattutto spinge le vittime a denunciare, sempre.