Nick Land, il capitalismo, il razzismo e Joe Biden

La nostra Modernità

Gli USA sono stati, lungo tutto il Novecento e fino ad oggi, il protagonista della storia politica per una ragione filosofica ben precisa – anche se apparentemente cinica e oscura. Un cinismo dalle tinte messianiche, una cupezza metafisica che rischia di dare alla geopolitica contemporanea dei tratti mitologici e fatali. È ragionevole – nelle ragioni del folle profetismo di un filosofo come Nick Land – vedere negli Stati Uniti il protagonista di quell’assurdo compromesso che è la definizione principale della nostra modernità. Quella che comprende tanto il nostro spazio globalizzato, quanto la nostra memoria occidentale: un compromesso tra il più antico nazionalismo (fallocentrico, fobico, incestuoso, razziale) e il più ambizioso espansivismo (alienante, sfruttatore, imperialista, escludente).

Un discorso che riguarda tutti “noi”, tutti coloro che la nostra impunita storia occidentale ci ha portato a riconoscere come un “noi”. Gli Stati Uniti – nella sterile provocazione salottiera che, con intenti più retorici che filosofici, tenteremo di lanciare – sono il fiore all’occhiello di un modello che piuttosto legheremmo alla Modernità, alla “nostra” Modernità.

Non potremmo infatti nascondere – pena una profonda incoerenza – di aver spaghettizzato un entusiasmo ingiustificato, di avere, almeno momentaneamente, goduto della sconfitta di Donald Trump alle ultime elezioni USA, e quindi, almeno indirettamente, della vittoria di Sleepy Joe Biden e della vice Kamala Harris –  che sono comunque due faccende molto diverse.

Nick Land

Si tratta, ricorrendo ad un breve saggio del filosofo, cyber-punk e millenarista Nick Land, di diagnosticare le pulsioni più indicibili del capitalismo/imperialismo occidentale. E figurarci che ruolo esse potrebbero avere quando sarà finita la teatrale e del tutto ingiustificabile concitazione per il risultato delle ultime elezioni americane.

Il titolo del saggio di Nick Land è: “Kant, Capital, and the Prohibition of Incest: A Polemical Introduction to the Configuration of Philosophy and Modernity”. L’autore è più il personaggio di un mito postmoderno che un umile “filosofo”. Il campione dell’accelerazionismo ha vissuto una vita tra droghe, esili e scomparse, e l’aura di misticismo, chiliasmo, demonismo che si è generata intorno a lui è ben esemplificata dalle prime parole dell’introduzione ai suoi Fanged Noumena (Collected writings, 1987-2007) scritta dagli editori Robin Mackay e Ray Brassier:

Nick Land’s writings inhabit a disordered anarchitec­ture, a space traversed by rat and wolf-vectors, conjuring a schizophrenic metaphysics. Advanced technologies invoke ancient entities; the human voice disintegrates into the howl of cosmic trauma; civilization hurtles towards an artificial death. Sinister musical subcultures are allied with morbid cults, rogue AIs are pursued into labyrinthine crypts by Turing cops, and Europe mushrooms into a paranoia laboratory in a global cyberpositive circuit that reaches infinite density in the year 2012, flipping modernity over into whatever has been piloting it from the far side of the approaching singularity.

Questa citazione, allo scopo di mostrare come ­– pur non potendo noi andare oltre nelle presentazioni – ci troviamo al cospetto di una figura che ha generato intorno a se’ un vero e proprio culto.

Un entusiasmo spassionato ma estremamente esclusivo, che genera da questo particolare esclusivismo (concettuale, linguistico, formale, politico, estetico, etc.) tanto la possibilità di addentrarsi in un mondo, come quello dei Fanged Noumena e delle altre opere di Nick Land, stupefacente e filosofico-letterariamente irresistibile, quanto quella di prendere prospettiva su una forma di vita (quella post-punk, cyber-apocalittica, dark-deleuziana, post-postmoderna, etc.) imprescindibile nello geografizzare storicamente i nostri tempi. Quanto, tuttavia, la possibilità di precipitare in un assurdo abisso di formule, stili letterari e visioni radicali del mondo che, in una follia (sì affascinante, ma) spesso insostenibile, sono arrivate a teorie politiche e sociali spesso polarmente opposte ma egualmente insostenibili. E questo, probabilmente, più per la dopamina rilasciata dalla forma di vita e pensiero accelerazionista negli accelerazionisti stessi che per una responsabile e ragionante ambizione filosofica.

Questa introduzione per dire che ad interessare Land e i suoi seguaci non è tanto una prospettiva ragionevole su un mondo, come quello tardo-capitalistico, di per sé irragionevole. Ma è la produzione (concettuale, ma in fondo fortemente libidinale, pulsionale, desiderativa) di vere e proprie cartografie del collasso. Non una “lettura”, ma una “produzione”, una creazione, un disegno – come quello tracciato nel saggio che stiamo per affrontare. E da ciò l’”utilità” filosofica di un tale cinismo, di una tale oscura complessità. L’opera di Nick Land affronta il Leviatano capitalista (spesso anche in maniera fin troppo accondiscendente) personalizzandolo, o meglio rendendolo un ambiente, un oscuro paesaggio pittorico. Di modo che attraversarlo non significa evidenziare o criticare le sue contraddizioni, ma gettarsi fisicamente, emotivamente al suo interno, vivendolo visceralmente nelle sue tinte più cupe. Al di là della composta e ragionevole critica filosofica, Nick Land prende la via dell’immersione, dell’evocazione.

Il capitalismo

Il primo passo del saggio manifesta l’intenzione “produttiva” del testo sul piano della geopolitica e del capitalismo contemporaneo e dà subito modo d’intuire ciò che lo collega ad un discorso “sostanziale” sulla politica statunitense:

Al fine di intendere il complesso reticolo dell’oppressione di razza, genere e classe che costituisce la nostra modernità globale, è utile guardare all’evoluzione delle politiche di Apartheid nel regime sudafricano, dal momento che l’Apartheid è diretta alla costruzione di un micro-cosmo di ordine neo-coloniale; una ricapitolazione del mondo in miniatura. La più basilare aspirazione dello stato boero è la dissociazione della politica dalle relazioni economiche, di modo che, attraverso i “bantustan” (o “homeland”) [n.d.r.: le regioni riservate ai neri nel Sudafrica dell’Apartheid], la popolazione africana nera può essere sospesa in una condizione di simultanee distanza politica e prossimità economica rispetto alle metropoli bianche.

[trad. a cura del redattore]

nick land

Il cosiddetto “Terzo Mondo” non è infatti una semplice piaga, un accidentale obbrobrio antropologico, ma un elemento necessario nella costituzione del capitalismo globale. Infatti, per esempio, i “bianchi” occidentali, delocalizzando la produzione nelle aree povere del mondo. Impiegano grandi forze militari e pervasive influenze “diplomatiche” per far sì che quei territori si conservino nella loro instabilità politica, nella loro endemica ingovernabilità, di modo che quegli stati fantoccio non possano divenire stati effettivi e reclamare dunque una conseguente autonomia. Autonomia dalle forze produttive occidentali, dalla finanza globale, dal mercato del lavoro schiavile, dall’invasionismo neo-coloniale delle forze politiche atlantiche.

Ciò che fa il capitalismo occidentale – come affermazione di un potere globale totalizzante e unificante (e.g. il fenomeno della globalizzazione tardo novecentesca) – non è che poggiare il suo dinamismo e la sua crescita nell’estrazione di ricchezza dallo sfruttamento del lavoro salariato. “Sfruttamento” perché disloca i centri produttivi nelle periferie del mondo (il “Terzo Mondo”, ma anche le invivibili periferie industriali, le classi sociali appena sussistenti, piene di paure e prive di prospettive) e si serve della forza lavoro di questi luoghi e strati sociali come di una risorsa da succhiare fino all’osso.

Un’esplicita aggressione alle masse

Ovviamente, da questa prospettiva di abuso e di profitto, un contraddittorio politico e sociale unitario, organizzato e affermativo non può che rappresentare la minaccia di una presa di coscienza, l’ostacolo di un’autoaffermazione di diritti civili, economici e morali che rovina i piani del capitalismo transnazionale. Affermando così la dignità dell’umano e del lavoro al di sopra della conveniente mercificazione dei muscoli e del sudore di vagabondi pezzi di carne. È per questo che il dislocamento delle conseguenze politiche del lavoro salariato (l’alienazione sociale, l’abbrutimento delle masse, la produzione china e sottomessa) non è una caratteristica accidentale dell’accumulazione capitalistica, ma al contrario, secondo Land, “la condizione fondamentale del capitale come null’altro che un’esplicita aggressione alle masse“.

Il Capitale, sviluppatosi nell’ideologia produttiva e mercantile di una società borghese che si consacra al profitto, sbandiera da sempre, fin dalle sue prime apparizioni tardo medievali, una necessità di de-politicizzazione e un’affermazione dell’anarchia di mercato. Che tuttavia male si accordano con la natura effettiva, non dichiarata, de suo rapporto con la politica. Il capitalismo, direbbero Deleuze e Guattari, pur se ideologicamente de-territorializzato e de-politicizzato, vede nella brutalità poliziesca, nel golpismo sistematico e nella guerra alle parti più povere del mondo, una ri-territorializzazione che è al contempo uno sfogo necessario e una strategia di potere.

Uno sfogo perché, come ben dimostrano molte teorie economico-politica, la “distruzione creativa” del capitalismo dà luogo ad una serie lineare e paurosamente sistematica di crisi globali. Crisi che sono sociali ed economico-politiche, che derivano da nient’altro che dalla tendenza del mercato autoregolato ad incrementare le disuguaglianze di classe ed internazionali. Così che la “parte ricca” (del mondo o della società) esercita la sua «impossibile fantasia megalomane» di operare al di là degli equilibri politici e ridurre tutto il mondo (dalla natura alla “parte povera”) come pura merce.

Ma la ri-territorializzazione è anche una precisa strategia politica perché, con le parole di Land:

Dal momento che è una necessità sistematica che le condizioni economiche di un mercato del lavoro senza distorsioni siano accompagnate da crisi politiche, l’ordine del mondo funziona come un processo integrato basato sul flusso del mercato del lavoro dal Terzo Mondo alle metropoli (sulla base della forma economica della produzione capitalista) e sull’esportazione dell’instabilità politica nel Terzo Mondo dalle metropoli (sulla base della forma politica della sovranità politica autonoma). Il mercato globale del lavoro è quindi facilmente interpretato come un disastro demografico sostenuto che è sistematicamente dislocato lontano dalle istituzioni politiche della metropoli.

Il razzismo

Osservato il flusso necessariamente distruttivo del mercato del lavoro (globale e locale), infatti, dobbiamo ora interessarci della faccenda più genuinamente “culturale”, “antropologica”, “etnologica” riguardante l’espansione capitalista occidentale. Cioè la questione di una «civilizzazione borghese auto-riflettente». Non dimentichiamoci infatti che, nonostante gli accorati proclami di inclusivismo e tolleranza, la cultura capitalista moderna e contemporanea è radicalmente ed essenzialmente patriarcale, quanto pure implicitamente razzista. Non solo: come osservato da Nick Land, essa permane da secoli nelle più disagevoli forme di «incesto» patri-lineare ed etno-centrico. Cosa significa?

L’ambiguità fondamentale può essere ricondotta, secondo l’autore, all’ideologia capitalista, al contempo xenofoba e curiosa, che si è sviluppata nell’età illuminista. La società illuminista europea voleva infatti governare tutto ciò che sotto essa ricadeva servendosi di una legge eterna. E si tratta in questo caso di un Assolutismo, della smania patologica di controllare eternamente e rigidamente tutto ciò che è “mio” e che sono “io”, riproducendomi infinitamente all’interno di me stesso e non ammettendo altro che l’eterna riproduzione di me stesso (un autoerotismo riproduttivo, in qualche modo, che più tardi vedremo trasformarsi in vero e proprio incesto “civilizzatore”).

Al contempo, tuttavia, desidera espandersi indefinitivamente, appropriandosi del resto del mondo (delle miniere, dei tratti di mare, delle “cineserie”…), «stuprando» tutto ciò che è “fuori” dal suo ciclo auto-riproduttivo. Si tratta di una «sintesi inibita», in cui la parentela e il “commercio” (vale a dire lo sfruttamento, lo schiavismo) si estraniano reciprocamente. L’internazionalizzazione dell’economia fu accoppiata ad una concentrazione del potere politico ed economico in un ceppo etnico isolato e geograficamente sedentario.

Il capitalismo, nel suo essenziale aspetto conservatore, razzista e reazionario, è “una frustrazione della tendenza culturale delle società umane all’esogamia espansiva”. Il capitalismo, come i faraoni d’Egitto, perpetua nell’incesto etnico e nazionalista, conserva la sua follemente autoacclamata purezza nella “metropoli” occidentale. Dipendendo paradossalmente dallo sfruttamento violento dell’esterno (il Terzo Mondo o tutto ciò che non è metropoli) ma senza amarlo, senza desiderarlo, bensì tentando (e riuscendo) di avvicinarsi invulnerabilmente ad esso, stuprarlo e farlo “suo”, facendo sì che rientri nel meccanismo autoerotico ed incestuoso della propria affermazione di “civiltà” senza osare manifestarsi in quanto sé stesso.

L’imperialismo statunitense

L’imperialismo occidentale, e soprattutto, e con maggior efficacia, quello statunitense, è stato il braccio armato capace di realizzare un principio fondante ma ideologicamente tenuto nascosto dal capitalismo. Ovvero la necessità che esso ha di dividere tra un sud e un nord del mondo, tra un dentro e un fuori urbano, tra un dentro e un fuori dalla schiera degli eletti. La realizzazione di un libero mercato – libero per pochi, ineluttabile per molti – vive della necessità di un’azione imperialista da parte del Primo Mondo. Azione che destabilizza e rende impossibile la coscienza e la governance politica del Terzo Mondo, al fine di sfruttarne la manodopera e le risorse.

E questo su molti livelli. Laddove la società capitalista si orienta verso “l’esterno”, lo fa unicamente per assorbire questo esterno nelle sue categorie e nei suoi criteri. Rifiutandone l’essenza più genuina: è così che aiutare i “bambini africani” diventa una faccenda di bontà e purezza d’animo solo fino a quando non si tratta di togliere l’Africa dalle mani dello sciacallaggio estrattivo o rimettere la sua politica economica nelle mani degli africani (o di eventuali “panafricanisti”). È così che le coste sudamericane rappresentano luoghi del desiderio solo fino a quando rimangono luogo di turismo a basso costo e non reclamano una piena sovranità politica. O ancora, è così che le culture extra-occidentali rimangono attraenti e affascinanti solo fintantochè vengono intese superficialmente, ridicolizzate e rese incapaci di mettere in questione la nostra capacità di sfruttarle e farne un circo.

E Joe Biden

Usciti (si spera) dalla vicenda del più pericoloso capitalista della storia, Donald Trump, siamo sicuri che gli Stati Uniti, fiore all’occhiello del capitalismo/imperialismo occidentale, rinuncino al loro razzismo endogendo ed esogeno, interno ed internazionale?

È mai possibile che Joe Biden, fiero sostenitore e firmatario delle peggiori e più ingiuste guerre “di pace” a stelle e strisce, fiero ideatore di brutali politiche giudiziarie ai danni degli afroamericani, possa rappresentare un reale punto di svolta dalla politica della guerra in Iraq, in Siria, in Libia o in Afghanistan? Delle quali egli stesso è stato uno dei volti parlamentari?

È possibile che Kamala Harris, esatta copia di Hillary Clinton e procuratrice di ferro in California, responsabile di un accanimento giudiziario sproporzionato ai danni degli afroamericani, rappresenti una via possibile verso la giustizia sociale sostanziale e la fine del razzismo istituzionale negli USA? È possibile che tutto ciò rappresenti una via di fuga verso il futuro, laddove non è altro che la riproposizione di un passato brutale, di un passato, secondo Nick Land, incestuoso, xenofobo e sfruttatore? La speranza è l’ultima a morire, e di certo ce n’è molta. Ma non si può nascondere che sia probabilmente malriposta.


FONTI

N. Land, Fanged Noumena. Collected writings (1987-2007), Urbanomic, Falmouth, 2011

 

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