Martha Nussbaum: emozioni per una teoria etica

Quella alle emozioni non è un tipo di educazione che si prende in considerazione di frequente. Eppure, negli ultimi decenni, studi di pedagogia, psicologia e neuroscienze hanno rilevato il valore di una solida educazione emotiva in età infantile. Impartendo al bambino la capacità di usufruire correttamente del patrimonio di emozioni, gli si fornisce un’indicazione su come relazionarsi alla società nel modo più equilibrato.

L’uomo nasce dotato di un corredo emotivo innato: le emozioni infatti si attivano spontaneamente in risposta a stimoli dall’ambiente esterno, ed è stato anche dimostrato che gli impulsi ricevuti in fase prenatale (ad esempio la voce della mamma, della musica, una risata) allenano il bambino alla competenza emotiva. Per quanto i primi mesi siano in grado di creare un impatto, la fase più decisiva sembra essere quella intorno al secondo anno di vita: in questo periodo delicatissimo, solo con genitori equilibrati e sicuri il bambino può costruire le sinapsi nervose che gli permettono di sviluppare una corretta stabilità emotiva.

Di questo si è occupata largamente Martha Nussbaum nel suo L’intelligenza delle emozioni: nel saggio viene formulata la tesi secondo cui dopo la nascita il bambino si trovi in una condizione di bisogno, una situazione di impotenza che segna la sua realtà per una larga parte dell’infanzia. In questo nuovo mondo viene a incontrare anche figure che sopperiscono a quei bisogni, i genitori, e sviluppa attaccamento per loro: lo stesso adulto che è amato per come si prende cura di lui, sarà oggetto della sua rabbia quando non lo fa. Nascono così nascono dolorosi conflitti, dalla convergenza sulla stessa persona di sentimenti tanto lontani quanto l’amore e l’odio.

Inoltre, la consapevolezza di dipendere da altri per il proprio benessere fa sviluppare al bambino una rudimentale emozione di vergogna: una condizione di disagio quasi freudiano, da cui però può trarre un insegnamento positivo e arrivare alla fiducia. Affine alla vergogna è poi il disgusto, che viene ad essere maturato attorno ai tre anni grazie a una componente di costruzione sociale: al bambino appare un’altra serie di conflitti, il suo corpo comincia ad apparirgli problematico. Il disgusto verso se stesso è intenso, e per non autodistruggere l’immagine di sé il bambino proietta il disgusto per se stesso verso l’esterno. È qui che si gettano i semi di alcuni problemi sociali che storicamente hanno causato alcuni tra gli eventi storici più drammatici e alcuni tra i movimenti di reazione più liberatori: misoginia, antisemitismo, omofobia.

Queste emozioni forti e disturbanti, apprese tutte assieme, possono generare una crisi: ma anche qui il bambino ha gli strumenti per affrontarla, lo stupore e l’immaginazione, risorse cognitive che fondano la capacità di cancellare le cose della realtà sgradevoli, fastidiose e turbolente attraverso cose nuove, fresche e positive. Su quest’educazione alle emozioni Nussbaum costruisce la sua teoria sull’origine della moralità: invece che costruirsi come sistema di norme che limitino le emozioni, la moralità di un individuo crescerebbe sulle emozioni stesse, trarrebbe giovamento da una sana coltivazione dell’assetto emotivo e non mirerebbe affatto a sopprimerlo attraverso imposizioni sociali. È su questo aspetto che la teoria di Nussbaum è particolarmente interessante: stabilito che le emozioni guidano l’agire umano e favoriscono azioni benevole come anche azioni distruttive – tramite paura, vergogna, rabbia – risulta evidente la rilevanza delle emozioni per l’etica dell’individuo. Quanto sono rilevanti le emozioni nel guidare la buona azione dell’adulto? Le emozioni possono offrire un contributo positivo alle decisioni etiche individuali e pubbliche?

Martha Nussbaum pensa di sì: le emozioni alimentano la moralità e dunque una teoria etica deve fondarsi sull’educazione emotiva. Gli stoici la pensavano diversamente, rifiutavano di riconoscere che le emozioni, così pericolosamente irrazionali, potessero essere in qualche modo utili al consorzio umano. Per Nussbaum, il pericolo viene invece dal non valorizzare le emozioni: un’etica normativa non animata dalle emozioni potrà essere applicata in modo conformistico o essere rispettata anche quando le sue norme siano disumane. Un esempio storico? Il nazismo. L’unico mezzo sicuro per far apprendere, per esempio, la compassione, è passare dall’intenso attaccamento per un adulto nel periodo infantile: estendendo questo sentimento attraverso l’immaginazione, tipica della specie uomo, amore e riconoscenza sono estesi a campi sempre più ampi e la compassione diventa una guida etica tanto per le scelte istituzionali quanto per quelle personali.

FONTI

M.Nussbaum, L’intelligenza delle emozioni, il Mulino, Bologna, 2009

Repubblica.it

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