È diventato così facile, quasi tautologico, affermare che viviamo in una cultura caotica, dispersiva e globale, che spesso si dimentica di occuparsi seriamente della natura di questa “dispersione”, di questo “smarrimento”. Si tratta innanzitutto di entrare brevemente in un discorso sulle cause, per poi, come tenteremo di fare in questo articolo, percepire genuinamente e seriamente gli effetti di cui stiamo parlando.

Partiamo quindi dalle cause.

La nostra cultura è industriale, serializzata e offensivamente banale. Ormai ogni ambizione estetica, linguistica o etica si è appiattita, fino a scomparire, sulle logiche di mercato, e l’assenza di grandi geni e capolavori, scuole e stili, riferimenti e (figuriamoci) ideali ne è solo il sintomo più clamoroso. Il neoliberismo e l’omologazione post-sovietica di tutto il mondo intorno ai feticci del consumo, del profitto e del mercato hanno avuto come prima e più diretta conseguenza la formazione di una pseudo-cultura globalizzata, pornografica (nel senso dell’“esplicito”, dello “sbattuto in faccia”) e mercificata che, come splendidamente hanno cercato di dimostrare autori come Mark Fisher o David Harvey, si ambienta in un eterno presentismo, sostituisce alla complessità della bellezza la compravendita dell’attenzione – garantendo una perenne distrazione – spaccia a buon mercato delle barbariche figurine morali e riduce a discorsi superficiali, mai problematici e rigidamente fedeli allo status quo, idee morali altrimenti profonde come la diversità, l’inclusione e la fraternità universale. Una cultura che abusa della parola arte fino a far perdere a quest’ultima persino ogni valore metaforico, rendendola un relitto inutile a descrivere qualsiasi esperienza e un arcaismo solo un tempo impegnato a cambiare il mondo e a suscitare domande, che ora viene abusato solamente per legittimare degli aborti psudo-estetici e tentare di fargli fare bella figura.

L’arte, insomma, così come tutto ciò che possiamo intendere come “cultura”, ha rinunciato forzatamente, per colpa dello sfruttamento di mercato, a ciò che Deleuze intendeva come suo maggiore senso, missione e privilegio: la “resistenza”. La riluttanza all’abbrutimento imposto da un sistema ingiusto, al barbarismo di un mondo volontariamente privo di capolavori, talmente impegnato ad affermare che l’unico diritto insindacabile è il profitto – al di sopra della salute, dell’uguaglianza, della democrazia e della bellezza – da aver disposto lo spirito umano ad accontentarsi di menestrelli di basso bordo, etichette stereotipate, distrattori e ingannatori.

Queste sono, brevemente, le cause, intese nel senso aristotelico di cause materiali (le merci pseudo-culturali), efficienti (il neoliberismo), formali (l’obbrobrio pornografico) e finali (il profitto). Ora però ci interessa portare avanti un discorso sugli effetti: un discorso più neutrale, più pacifico, se vogliamo, perché non si occupa immediatamente di problemi di carattere morale o politico. Bisogna descrivere, in poche parole, la nostra “dispersiva” cultura contemporanea nelle sue strutture e nella sua organizzazione.

Per farlo, ci serviremo del pensiero di un celebre scienziato dei media, J.D. Bolter, autore dell’importante e poco diffuso The digital plenitude (2019). Se dovessimo racchiudere tutto il libro in una formula, potremmo dire che: l’epoca presente, complice la diffusione globale delle tecnologie digitali, ha reso impossibile il nascere o il perpetuarsi di una cultura comune ed ha imposto a tutto il mondo una cultura di comunità.

Il XXI secolo è caratterizzato dal perpetuo fiorire di nuove tendenze e nuove comunità, pur non esistendo alla base di esse un modello di cultura condivisa (di classe, di censo, di provenienza, etc.). Se oggi si può parlare di una “cultura dominante”, lo si può fare intendendo il frenetico riciclo quotidiano di mode, passioni e identificazioni che si succedono e si sovrappongono con una velocità tale che non permette di leggervi un sistema. Oggi non è possibile una cultura condivisa (dalla classe, dal gradino censitario, etc.): ognuno conosce e vuole conoscere ciò che più attira la sua attenzione. E in questa constatazione obiettiva non c’è nessun giudizio morale. Pensiamo alla televisione, di come essa fosse vissuta come cultura comune nell’Italia dei due canali, e di come adesso sia impossibile tenere tutto un paese, tutte le generazioni dietro lo stesso schermo, per lo stesso tempo e con le stesse reazioni: Netflix è perennemente accessibile, il suo algoritmo elabora e nutre le nostre passioni, e l’app di streaming che abbiamo sul nostro computer non sarà mai la stessa di qualcun altro, così come nessuno avrà mai lo stesso Spotify o la conoscenza degli stessi attori cinematografici di qualcun altro. Pensiamo a come la conoscenza universale dei divi di Hollywood si sia forse fermata a Leonardo di Caprio ed Angelina Jolie, e di come la cultura dei due/tre giornali di gossip più diffusi abbia ceduto il passaggio a quella delle svariate migliaia di fandom e fan base. La nostra epoca è ormai incapace di partorire dei nuovissimi Pippo Baudo, e persino la verve di Vittorio Sgarbi si sta sciogliendo in una piatta ridondanza. Anche qui, nessun giudizio di valore.

Può benissimo darsi che una persona che reputeremmo “colta” non abbia mai letto Shakespeare o visto un film di Bergman, che in un gruppo di quindici autenticissimi “colti” nessuno abbia letto gli stessi libri di un altro, magari trovati su Amazon, o su Google Books, o suggeriti da un pop up. Tutto ciò viene interpretato dalla lunga e attenta analisi storico-estetica di Bolter attraverso la ragione dell’abbattimento di ogni gerarchia. Non esiste più una cultura alta ed una bassa, un’arte d’élite ed una popolare, come invece era ritenuto più che naturale fino a tutta la maggior parte del secolo scorso. Il modello della grande biblioteca o della grande libreria di stato non funziona più per raccogliere la summa del sapere, per organizzare l’enciclopedia della storia umana: non esiste più la possibilità di organizzare (figuriamoci gerarchicamente) la cultura ipertrofica e proveniente da ogni parte che permette persino al design e alla forma di un prodotto commerciale di essere chiamati “arte”, che concede a Beyonce di apparire in prima pagina sulle riviste culturali.

Un modello ben più consonante della grande biblioteca organizzata è il gioco: la nostra cultura è determinata dalle esperienze-flusso, dal rinnegamento del distacco riflessivo per calarci (annullarci?) pienamente in infinite proceduralità, bacheche digitali in cui siamo immersi, che ci fanno scorrere, videogiochi che ci assorbono. Gran parte delle possibilità di questa monocultura del flow sono derivate dall’utilizzo della tecnologia digitale, che ha fatto della sua rapidità, della sua universalità e del suo far prevalere la procedura sull’organicità il suo marchio di fabbrica. Come osserva Bolter, il digitale non è tanto imprevedibile dal punto di vista delle sue potenziali applicazioni tecniche, quanto da quello delle sue potenziali applicazioni culturali: fenomeni come YouTube, Just Eat, o Airbnb non sono tanto innovativi dal punto di vista tecnico – giacché utilizzano tecnologie e servizi già familiari –  quanto dal punto di vista interattivo, illuminando un piccolo pezzettino di un lato oscuro della Luna (il digitale) che di per sé sembra non finire mai.

Non si pensi al digitale come a un “tutto”. Abbiamo infatti visto come l’organicità, la sistematicità e l’organizzabilità gli siano profondamente estranee. Non esiste, come hanno cercato di far credere diversi teorici dei media, un digitale capace di inglobare tutti i media precedenti e rendere l’analogico interamente obsoleto. Casomai avviene il contrario. Bolter non parla di “tutto”, ma di “plenitudine digitale”, intendendo quella condizione della cultura e della società in cui i vecchi media ancora esistono e avendo la loro specifica fortuna (libri, cinema, musei, giornali, università, conferenze, comizi, etc.), ma senza essere organizzati in modo gerarchico (un libro non vale di più di un brano di musica pop, l’università non vale più di un corso online, etc.) e convivendo sulla stessa superficie di “accettabilità”, avendo ciascuno la propria utenza (il colto che non legge libri, e magari vede solo film, è un’immagine che diviene sempre più plausibile).

Il digitale (almeno formalmente) non ha fatto che rendere accessibile tutto il mondo a chiunque, rendendo possibili esperienze e conoscenze senza limiti geografici o di classe, lasciando convivere esperienze antiche (librerie, cinema, teatri, etc.) con esperienze nuove (videogames, social networks, gig economy, etc.) aprendo universalmente il bacino di utenza a qualunque attività (almeno idealmente, quando non intervengono le prevaricazioni e gli stereotipi umani) e rendono quindi possibile non tanto una cultura comune, poiché nessuno ha tempo di fare esperienza di tutto, ma delle micro culture di comunità sempre in movimento e vacue. Esistono comunità di K-pop, libri d’autore, film prebellici, streetwear, persino le comunità che si creano occasionalmente e brevemente intorno a un particolare brano musicale, gli occasionali forum di discussione su un argomento che oggi ha attirato la mia attenzione.

Questo chiaramente non avviene senza conseguenze per i media tradizionali. Il cinema, ad esempio, è dovuto diventare sempre più autoreferenziale, esibitore della propria vicenda. È diventato comunissimo imbattersi in classifiche, liste, gerarchie (nella nostalgia di questo concetto, oggi impossibile): i 100 film più belli di…, le 10 star più brave in…, proprio come avviene con l’ipertrofia di statistiche che riempie le telecronache sportive. Tutto ciò è chiaramente inserito in una più ampia tendenza del nostro tempo alla perenne classificazione (cos’è Google, se non un meta-medium di classificazione ed organizzazione della plenitudine digitale?), che arriva persino a farci registrare i nostri battiti cardiaci quando corriamo, a farci datificare ogni parte del nostro corpo e della nostra vita.

Il medium che forse se la passa peggio è quello per eccellenza, quello che ha partorito la parola “medium”: le arti visive, da mostra, da galleria. L’arte è sempre più dipendente da mezzi facili e barbarici per attirare un’attenzione meramente corporea, sensazionale: il teschio di diamanti di Hirst, le opere di sangue di Nitsch, i colori abbaglianti di Murakami, i pupazzoni di Koons, le esibizioni estreme dei performance artist, etc. Uno status superiore che non gli appartiene più, giacché ogni cosa ormai può autodefinirsi “arte”, si tenta di riguadagnarlo con mezzi che un tempo si sarebbero considerati rozzi, col puntare a un privilegio economico e di classe che rende le mostre e le aste sempre più materia dell’alta borghesia, con un concettualismo in grado di creare un’aura di ieraticità e irraggiungibile pregevolezza. E nel frattempo imperversa la lotta tra chi, come Artsy, tenta di far diventare le belle arti qualcosa alla portata del grande pubblico, e chi, come deviantArt, tenta di far passare milioni e milioni di disegni digitali kitschissimi per “arte”. È il mondo dell’arte dei Thomas Kinkade che vendono come i Van Gogh.

Cultura digitale

Un mondo del genere prende a prestito un linguaggio modernista – il “rivoluzionario” a ogni angolo delle strade commerciali, la rottura delle gerarchie (senza mettere a fuoco la generazione di altre), la tecnofilia, lo stile come contenuto (uno stile di mercato, pubblicitario, non di certo Joyce). L’obiettivo è quello, pienamente neoliberista, di dimenticare tutta la storia e il passato per immergersi pienamente e farsi trasportare in un’immensa serie di simulazioni: ogni applicazione, ogni nuovo servizio, ogni nuova forma di intrattenimento tenta di datificare e rendere più facilmente “interattiva” ogni esperienza, renderci partecipi (come fornitori di dati, il nuovo petrolio, e come fruitori, in un circolo virtuoso per i miliardari digitali) di un eterno presente senza storia, passato o ideologie. Ciò che conta è unicamente la “user experience”.

Tutto ciò chiaramente porta, e qui concludiamo, alla possibilità purtroppo già evidente di una politica asservita all’anarchia comunicativa, alla mancanza di riferimenti ideologici e allo sfruttamento malsano dell’infinita rete di interazioni digitali. Le narrative deboli, composte di dichiarazioni con la vita di una farfalla, battaglie di circostanza, carnevalate acchiappapubblico e bugie, sotto forma di meme, indirizzate agli elettori più inconsapevoli, prevalgono sulle narrative forti, impegnate con coerenza e piena coscienza nell’adozione di principi sì dinamici, ma saldi e affermativi, impegnate nel risolvere direttamente i problemi e a parlare con franchezza e progetto agli elettori. Il mondo dei meme, delle continue distrazioni, delle continue interazioni, che sicuramente ci intrattiene e ci fa tanto divertire, può essere, come si sta dimostrando, una terra di nessuno digitale in cui qualunque malintenzionato senza remore e con un po’ di soldi e potere è in grado di convincere (senza argomentare) che la guerra non esiste, che il razzismo non esiste e che l’universo giace sul guscio di una tartaruga.

Nessuno di noi contemporanei, se non qualche nostalgico, ama veramente le gerarchie e le settorializzazioni. Ma bisogna pensare con urgenza a cosa dovrebbe essere un mondo fluido ed omogeneo, a come far sì che all’anarchia digitale dei discorsi e dei pensieri deboli segua un’eguaglianza democratica fatta di interessi universali ed ideali rappacificanti. Il Far West digitale lascia spazio a nuovi potenti di prendere un potere illegittimo ed infinito con una facilità disarmante. Ritrovare una cultura, un’arte, una politica, una morale nella plenitudine digitale significa lottare contro ogni forma di sfruttamento e privilegio, vecchi o nuovi, e riconsiderare – nel paradigma di un mondo fluido, universale – ciò che conta e cosa meno.


FONTI

J.D. Bolter, The digital plenitude, The Mit Press, Cambridge, 2019