Nelle ultime settimane, in seguito alle proteste provocate dalla morte di George Floyd, negli Stati Uniti si è iniziato a rivalutare il significato di molte opere culturali accusate di promuovere o normalizzare il razzismo sistemico e la violenza delle forze dell’ordine. Tra queste, le serie tv poliziesche hanno suscitato un dibattito piuttosto acceso, che si è interrogato sul loro futuro e, nei casi più radicali, sulla possibilità di abolirle del tutto dai teleschermi. Sebbene sia molto difficile che quest’ultimo scenario si concretizzi, è abbastanza inevitabile che il genere sia destinato a una serie di importanti cambiamenti.

Per i palinsesti televisivi americani, soprattutto quelli generalisti, le serie tv poliziesche sono un elemento fondamentale. Indipendentemente dalle storie che raccontano, la loro struttura composta da casi da risolvere, colpi di scena adrenalinici e risoluzioni appaganti esercita un’attrattiva fortissima sul pubblico. Proprio la loro influenza le ha spesso poste al centro della discussione sul modo in cui la tv contribuisce ad acuire il razzismo, soprattutto attraverso la scarsità di personaggi di rilievo che appartengano alle minoranze. Tuttavia, l’uccisione di Floyd per mano della polizia ha portato ad affrontare la questione da un nuovo punto di vista, non tanto focalizzato sul problema della mancanza, quanto su quello della sovrarappresentazione.

Law & Order SVU

Le accuse alle serie tv poliziesche

Kelly Lawrer, critica televisiva di «Usa Today», ha notato come gran parte delle serie tv poliziesche tenda a raffigurare i propri personaggi in maniera sempre piuttosto simile.

Troppo spesso i poliziotti sono esempi di moralità che non sbagliano mai. Troppo spesso i criminali sono persone di colore, in particolare nere. E troppo spesso le vittime sono dimenticabili e le leggi opzionali se indossi pistola e distintivo.

Lawrer sottolinea quanto decenni di simili archetipi televisivi abbiano contribuito a creare nel subconscio degli spettatori un’immagine molto eroica della polizia. Basta pensare ad alcuni dei titoli più noti e longevi per accorgersene. (Law & Order è il più citato, specie dopo un curioso tweet di Trump). La prospettiva è quasi sempre quella dei poliziotti, che vigilano sulla sicurezza dei cittadini anche a costo di mettere in pericolo la propria vita. Se invece si tratta di antieroi, i loro antagonisti sono criminali così feroci e raccapriccianti da giustificarne i modi violenti e i metodi discutibili.

A gennaio l’organizzazione per i diritti civili Color of Change ha pubblicato uno studio, Normalizing Injustice, che mostra gli effetti delle serie crime sulla percezione che i cittadini americani hanno della realtà. Guardando per molte ore questi show, gli spettatori assimilano – credendole normali – informazioni alterate sui meccanismi del sistema di giustizia penale. Ad esempio si convincono che le indagini si risolvano percorrendo strade non sempre legali; che una manciata di poliziotti possa scardinare sistemi radicati di corruzione; che gli interrogatori a muso duro e senza avvocato siano una pratica giusta e normale; e che i protagonisti non agiscano mai per pregiudizio razziale. Anche i più accorti di noi nel distinguere tra realtà e finzione, per dire, si sono illusi almeno una volta di veder risolvere qualche questione legale con la stessa fulminea efficacia a cui la tv ha abituato.

I poliziotti e la televisione

Questa rappresentazione distorta della giustizia, del crimine e dei problemi razziali ha radici molto profonde. Fin dalle sue origini Hollywood ha stretto con la polizia un legame molto solido che persiste tutt’oggi. Dalle consulenze per preservare l’accuratezza delle storie ai format creati per propaganda, i poliziotti hanno la possibilità di farsi valorizzare dai racconti televisivi. A ciò si aggiunge la composizione poco eterogenea delle writers’ room, dove la maggioranza degli sceneggiatori è bianca e di sesso maschile. È abbastanza naturale, quindi, che i copioni finiscano per raccontare mondi narrativi più vicini alla loro realtà.

I problemi legati alle serie tv poliziesche sono tuttavia dovuti anche alla struttura stessa del mezzo televisivo. Spesso la scrittura seriale segue pattern precostituiti per assicurarsi già in partenza buone probabilità di successo, distorsioni ed esagerazioni irreali comprese. Perciò di personaggi immorali ma prodigiosi sono pieni tanto i polizieschi quanto i medical drama. Certo, esistono esempi che hanno saputo contenere il fascino dei poliziotti antieroici, come The Wire; e ci sono tentativi riusciti nel dare voce alle vittime degli abusi della polizia, come Orange Is the New Black, The Night Of e When They See Us. Ma si tratta quasi sempre di serie sofisticate, che richiedono una certa propensione a seguirne con attenzione gli sviluppi.

Infine, una questione non indifferente riguarda la difficoltà nel cogliere e valutare le mancanze delle serie tv ambientate nel presente. Per intenderci, nel noir tedesco Babylon Berlin, ambientato nella Berlino del 1929, è semplice rendersi conto della gravità della corruzione dei poliziotti, sapendo che sta contribuendo alla nascita del Nazismo. Capire dove collocare i personaggi delle storie attuali è invece ben più arduo: trovandoci immersi nello stesso periodo storico, non possiamo comprendere fino in fondo la gravità delle loro azioni senza conoscerne le conseguenze future.

Babylon Berlin

Qual è il futuro delle serie tv poliziesche?

Nonostante qualche effetto delle recenti proteste sia già visibile (come la cancellazione del docu-reality Cops dopo 32 stagioni di messa in onda), è quasi certo che la tv americana non rinuncerà alle serie tv poliziesche. Del resto, si tratta di un genere estremamente proficuo. “Le storie sulla polizia sono un generatore istantaneo di drama preconfezionati” ha scritto «Vox»; e benché talvolta superino il credibile, hanno una struttura narrativa che attrae e appaga. Non solo quindi sono contenuti strategici, ma anche tra i più seguiti e apprezzati.

Tuttavia è altrettanto certo che il genere possa subire un graduale cambiamento. Bisogna solo capire come la tv riuscirà a rappresentare il reale senza snaturare la qualità e l’appetibilità delle serie poliziesche. Per «Vox» c’è bisogno di storie che raccontino l’incertezza odierna, attraverso poliziotti abili nel risolvere crimini, ma non in grado di combattere il sistema nel quale sono inseriti. A questo proposito, i modelli migliori si trovano nelle produzioni europee, come i noir, che sono pervasi da un senso di fatalismo sistemico: si prende il colpevole, ma non si abbatte il sistema corrotto. Un’altra strada percorribile è quella dei detective show, che mantengono la struttura dei polizieschi, ma sostituiscono i poliziotti con gli investigatori privati.

Forse, però, la capacità di approfondire è l’elemento davvero essenziale. Da un lato ci si auspica che prima o poi gli spettatori imparino a confrontare il mondo assimilato dalla tv con quello reale. Dall’altro l’apertura degli sceneggiatori al dialogo con chi può integrare la loro visione parziale della realtà è ancora più importante del colore della loro pelle. E chissà che non ne nasca un nuovo corso di serie tv poliziesche più consapevole, fresco e sperimentale. Con il #MeToo è già accaduto.