In Italia, le donne votarono per la prima volta alle consultazioni politiche nazionali il 2 giugno del 1946, scegliendo la forma di Stato che l’Italia avrebbe dovuto impiegare dopo la caduta della dittatura fascista. Da quel momento in poi ad ogni elezione, che sia essa amministrativa, regionale o politica, le donne sono chiamate ad esprimere il diritto di voto che con tanta fatica e innumerevoli lotte hanno conquistato. Dal 1946 in poi, la scienza politica in Italia ha potuto avvalersi dunque di un ulteriore elemento di indagine per elaborare teorie e costruire quadri di riferimento sul comportamento di voto, e i risultati, almeno iniziali, davano da pensare che le donne, una volta conquistato il diritto al voto, non facessero altro che confermare il voto del proprio marito, andando di fatto a creare una situazione di controllo e di socializzazione di ruolo di enorme interesse nel campo degli studi elettorali.

Secondo il classico modello di socializzazione femminile vigente nel periodo della ricostruzione post-guerra, si pensava che le donne, in virtù della loro posizione all’interno della famiglia e della loro vicinanza alla chiesa potessero avere delle preferenze conservatrici all’interno della cabina elettorale. Questa convinzione tuttavia cominciò a traballare con l’inizio degli anni Ottanta: la letteratura infatti cominciò a parlare di un processo chiamato dealignment, ovvero un annullamento della relazione fra il genere e il voto, probabilmente raggiunto, tra le altre cose, anche grazie alla scomparsa del divario di genere che dagli anni Ottanta a oggi ha consentito alle donne di scalare la piramide sociale.

Secondo una ricerca ITANES, l’Italian National Electoral Studies, sviluppata grazie ai dati raccolti o estrapolati da ogni elezione politica tenuta dal 1968 al 2008, le donne hanno visto scomparire quello che viene chiamato il divario di genere, il “gender gap” in letteratura, un fenomeno che interessa il voto nelle elezioni di cui ITANES ha a disposizione i dati. Secondo l’Italian National Electoral Studies, nelle elezioni del 19 maggio del 1968 il voto delle donne per la Democrazia Cristiana fu quasi il doppio rispetto a quello maschile, fenomeno che conferma le ipotesi di quegli anni. Nella situazione che emerge nelle elezioni del 2006 e quelle del 2008, la sproporzione fra voto maschile e femminile è invece fortemente diminuita, probabilmente a causa di condizioni sociali migliori per le donne.

Nel corso del tempo la separazione di voto per genere si è progressivamente assottigliata, segno probabilmente del maggior ruolo sociale riservato alle donne nella sfera pubblica con il passare del tempo. Ma ITANES mostra come una marcata differenziazione nel comportamento di voto se si analizza l’elettorato femminile per età: le donne sotto i quarantacinque anni infatti tendono a votare più a sinistra rispetto alle donne che hanno un’età superiore, le quali rimarcano ancora quella sproporzione di genere votando in maniera massiccia i tradizionali partiti della destra italiana.

Esiste, insomma, una cesura generazionale nelle donne italiane che si può identificare facilmente nel momento storico in cui la piramide sociale ha permesso al genere femminile di scalare posizioni e accedere a posti di lavoro una volta ambiti solamente da uomini. Non è difficile immaginare ragazze e giovani donne nate e cresciute in una Italia un po’ più accessibile, come non si può non immaginare donne che, nate negli anni Cinquanta e Sessanta, hanno ancora una impostazione di voto relativa alla marcata separazione di genere. L’inclusione delle donne nel mercato del lavoro finalmente le espone al pubblico dibattito: questo ne agevola lo sviluppo di un comportamento di voto autonomo. Di conseguenza la riduzione della dipendenza delle donne dagli uomini ha influito nel dissolvere comportamenti legati alla socializzazione di genere, con il vantaggio di aver conquistato una propria coscienza di classe.

Questa coscienza potrebbe portare le donne ad un comportamento di voto orientato più verso sinistra, a causa dell’attenzione alle tematiche sociali che le coinvolgono ancora oggi: posizioni di subordinazione rispetto agli uomini sul posto di lavoro, crescente responsabilizzazione lavorativa senza una effettiva diminuzione dei carichi famigliari. Tutto questo può influire nella nascita di un nuovo divario di genere dentro la cabina elettorale, e caratterizzare una intera classe di giovani donne come accadde per i nascenti movimenti femministi nei primi anni del ventesimo secolo. La strada che le donne hanno percorso per arrivare dove sono si può dunque tracciare e inquadrare con il loro voto. La domanda che però rimane inascoltata è questa: quando arriveremo, finalmente, alla piena coscienza di classe? Questo, purtroppo, il voto femminile non può spiegarlo.

FONTI

P. Bellucci – P. Segatti, Votare in Italia 1968-2008. Dall’appartenenza alla scelta, Il Mulino, Bologna, 2011