Le vicende di uno dei supereroi più amati di sempre, Batman, e del suo altrettanto leggendario antagonista, Joker, sono recentemente tornate alla ribalta grazie alla nuova trasposizione cinematografica di Todd Phillips, che è tra l’altro valsa un premio Oscar all’attore Joaquin Phoenix. La storia, nata nel 1940 dalle penne e dalle matite di Bob Kane, Bill Finger e Jerry Robinson, non ha ancora smesso di ispirare registi e scrittori, e ha finito per costituire una sorta di mito contemporaneo. Le controverse figure di Batman e della sua nemesi, in effetti, incarnano interessanti tematiche psicologiche e sociologiche, di cui diversi artisti hanno voluto proporre un’originale interpretazione. Tra le più conosciute vi è forse la versione scritta da Alan Moore e Brian Bolland, Batman. The killing joke.

The killing joke: la genesi dell’antieroe

Nel graphic novel, pubblicato per la prima volta nel 1988 ma frequentemente ristampato, Alan Moore, autore anche del celebre Watchmen, propone la propria versione della genesi del terribile antieroe, Joker. La narrazione alterna vicende ambientate nel presente a numerosi flashback, atti a chiarire i motivi che hanno portato Joker a diventare il crudele assassino da tutti conosciuto. Attraverso alcune tavole dai colori cupi ma curate nei minimi dettagli, il lettore diventa testimone degli eventi che hanno provocato la nascita di questa temuta figura.

A segnare il destino del futuro assassino è proprio uno sfortunato travestimento: giovane uomo in gravi difficoltà economiche, il futuro Joker accetta di partecipare a un furto ad una fabbrica di carte da gioco, permettendo l’accesso tramite il laboratorio chimico nel quale in precedenza lavorava. Ma il suo ruolo nel colpo, nonostante la sua estraneità all’organizzazione criminale, sarà tutt’altro che marginale: l’anonimo uomo, infatti, accetta di indossare un cappuccio rosso che lo identificherebbe come capo della banda.

Secondo quanto spiegato dai membri della banda criminale, il “Cappuccio rosso” è ritenuto il responsabile di diverse azioni illecite compiute nella città, ma nessuno sa che sotto quella maschera si nascondono sempre persone diverse:

Sveglia. Il “Cappuccio rosso” non esiste. Ci sono un sacco di tizi diversi. E una maschera.

Infatti! Chi sta sotto al cappuccio non conta. Noi lo facciamo mettere al membro più prezioso della banda per garantire l’anonimato.

Ovviamente, l’intento dei mafiosi è in realtà quello di correre meno rischi e avere la possibilità di incolpare un uomo pressoché innocente, attirato con l’inganno e la promessa di ricchezze. E proprio come tramato dai criminali, l’uomo sotto la maschera viene fermato e ritenuto il responsabile dell’intera organizzazione. Così, in un primo faccia a faccia con il futuro nemico, Batman, il cappuccio rosso si lancia da un ballatoio cadendo nelle acque di scarico del laboratorio, probabilmente contaminate, che lo rendono il mostro noto per l’efferatezza delle sue azioni.

Indossare una maschera per fuggire dalla realtà

Quello del travestimento, dunque, diventa il filo conduttore di tutto il fumetto. Da una parte, Joker, ormai trasfigurato in un perenne travestimento e nello stato di follia che lo contraddistingue, può permettersi, proprio in nome della sua anormalità, di compiere qualunque atrocità. Il sorriso grottesco che lo caratterizza è la maschera da lui indossata per tentare di superare il senso di smarrimento e di angoscia causato dall’insensata crudeltà del mondo circostante. Dall’altra, almeno secondo quanto affermato dallo stesso Joker, anche Batman utilizza il suo travestimento per scongiurare il terrore del male che lo circonda e per tentare di sconfiggerlo:

Ecco tutta la distanza che passa tra me e il mondo. Una brutta giornata. E una volta l’hai avuta pure tu, ho ragione? Ma sì che ho ragione. Si vede, hai avuto una brutta giornata e tutto è cambiato. Altrimenti perché ti vestiresti da topo volante? Hai avuto una brutta giornata e sei impazzito come tutti…solo che tu non lo ammetti! No, vuoi far finta che la vita abbia un senso, che questa battaglia abbia non so che significato.

Il “carnevalesco”: una follia catartica

La tesi sostenuta dal protagonista di The killing joke, dunque, è che i due nemici abbiano in realtà molto in comune, in primis una forma di pazzia che li porta a travestirsi e cercare così di fuggire dal mondo che li spaventa. Una simile concezione non può che riportarci alla tradizionale idea di carnevalesco, teorizzata dal critico Michail Bachtin. Secondo il pensiero dello studioso, il senso del carnevale risiede infatti proprio nel capovolgimento dell’ordine prestabilito, nella risata liberatoria che allontana i dispiaceri e permette di deridere i potenti e scongiurare ingiustizie e dolore. Secondo quest’ottica, dunque, nell’antichità i festeggiamenti del carnevale erano di particolare utilità per i ceti più umili, che, sottomessi e frustrati per tutto il resto dell’anno, potevano godere di un temporaneo capovolgimento dei ruoli ed esorcizzare così tutte le ingiustizie subite.

Il binomio Batman-Joker, quindi, rappresenta molto di più del classico rapporto tra protagonista e antagonista tipico del mondo del fumetto. I due personaggi, come si è visto, incarnano invece dei paradigmi universali e simboleggiano non solo una contrapposizione tra bene e male, razionalità e follia, ma rappresentano anche le due facce di una stessa medaglia, il bisogno inestinguibile dell’uomo di rifugiarsi in delle illusioni, di abbandonarsi ad una dimensione di gioco e finzione per scongiurare il male. Leggere The killing joke, dunque, può avere una funzione simile a quella esercitata da certo teatro: quella di assistere a una rappresentazione simbolica dei propri sentimenti, delle proprie contraddizioni, ed esorcizzare il male proprio “vestendo i panni” di tutti i protagonisti, per capire che dietro quelle maschere si celano uomini simili a noi.

 

FONTI

A. Moore, B Bolland, Batman. The killing joke, Novara, Lion Comics, 2016.

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