Di Sebastiano Pacchiarotti

Spesso nella nostra esperienza ci capita di essere davanti a situazioni o eventi che hanno su di noi una carica e un impatto tale per cui ci troviamo “senza parole”: che sia un innamoramento a prima vista o un evento talmente scioccante da sconvolgerci, ci troviamo ad essere impacciati nel descrivere ciò che proviamo, soprattutto nel vano tentativo di esprimere a voce la nostra condizione in modo da essere ben capiti da chiunque ci ascolti. Ed è a questo punto che ci rifugiamo ben volentieri sotto l’ala protettrice di coloro i quali la parola la sanno padroneggiare nel modo più sublime, nella convinzione di identificare anche un po’ di noi stessi nell’universalità dei loro versi: i poeti.

Noi potremmo in buona fede pensare che il poeta, che fa della parola, con tutte la sua potenzialità,  il mezzo privilegiato per esternare il suo pensiero, non si ponga nemmeno il problema: ovvero che egli sia perfettamente in grado di coniugare  la  propria necessità di esprimersi con quei valori universali che raggiungono il cuore di tutti , “parlando” perciò di qualcosa che anime profane e non altrettanto capaci non riescono naturalmente a descrivere. Eppure, se leggiamo con attenzione le opere dei grandi poeti del passato, sia remoto che recente, ci rendiamo conto che la difficoltà nell’espressione è un tòpos ricorrente e costituisce uno dei più longevi spunti di riflessione del panorama lirico.

Questo problema è già presente infatti nella poesia italiana delle origini. Se osserviamo Tanto gentile e tanto onesta pare” di Dante, possiamo leggere che

 ogne lingua deven tremando muta (v.3).

L’ineffabilità della bellezza della donna amata porta in chiunque l’incapacità di parlare, e lo spettatore che assiste all’apparizione di Beatrice si trova annichilito dinnanzi ad essa. Persino il poeta è colpito da tanta bellezza, e non è in grado, pure avvalendosi della scrittura, di descriverla; si limita a dire che

intender non la può chi no la prova(v.11).

A questo punto pare evidente l’insufficienza del mezzo poetico per dare espressione concreta al proprio sentimento, e solo chi ammira di persona Beatrice può capire cosa stia provando il poeta.

Il tema della mancanza della parola viene affrontato con un’altra valenza in una delle primissime poesie della nostra letteratura, “Meravigliosamente” di Giacomo da Lentini:

“sacciatelo per singa/zo ch’e’ voi dira’ a linga/ quando voi mi vedite.” (vv.52-54: quando mi vedete, sappiate attraverso i segni esteriori ciò che non so esprimere con la lingua).

Da questo passo si evince in prima battuta l’incapacità di parlare del poeta di fronte all’amata. Ma, leggendo i versi immediatamente successivi (vv.55-56) ci si rende conto di come per l’autore la poesia sia un ripiego, un mezzo per parlare alla destinataria senza doverlo fare di persona.

In queste due opere antiche abbiamo visto la difficoltà del poeta nell’esternare il proprio pensiero, e ci siamo resi conto di come in questi casi la scrittura sia lo strumento privilegiato del poeta dal momento che la parola scritta è l’unica alternativa a un annichilito silenzio che egli possiede. Nel Novecento, dopo quei grandi stravolgimenti letterari che portano a un sempre maggiore abbandono della poesia tradizionale, il tema della parola persiste e assume connotati più “universali”, uscendo dai confini del “mutismo per amore”.

In questo periodo abbiamo in particolare un grande poeta che affronta l’argomento. Il suo nome è Giorgio Caproni: egli sostiene che la parola sia totalmente inadeguata a fissare una realtà continuamente sfuggente. Questa convinzione, che si trova alla base della sua poetica, arriva perfino a tradursi sul piano formale con una sintassi spezzata, complessa, arrivando a scardinare la forma tradizionale e regolare del sonetto. In una delle sue ultime liriche egli scrive a chiare lettere:

“Buttate pure via/ ogni opera in versi o in prosa./ Nessuno è mai riuscito a dire/ cos’è, nella sua essenza, una rosa.”

È questo un rifiuto totale, quasi sprezzante, di qualsiasi cosa sia mai stata scritta, dal momento che la parola non può arrivare all’essenza delle cose, nemmeno all’immagine poetica per eccellenza, quella della rosa.

 

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