In Argentina vale il detto, la nona è quella buona.
È infatti la nona volta che in Parlamento a Buenos Aires viene presentato e poi rigettato un progetto di legge relativo la legalizzazione dell’interruzione volontaria di gravidanza.
Oggi, dopo quindici anni di proteste con fazzoletti verdi impugnati, la voce delle donne argentine pare essere stata ascoltata. L’attuale Presidente dell’Argentina ha promesso una legge per depenalizzare e legalizzare l’aborto.

Cosa sta succedendo?

Lo scorso 20 febbraio, la piazza del Parlamento di Buenos Aires è stata invasa da una marea di fazzoletti verdi: decine di migliaia di donne si sono riunite per l’ennesima volta per esigere il diritto di abortire in maniera legale, sicura e gratuita, negato loro per ben otto volte. Le proteste di Los Pañuelos Verdes, nome e simbolo del movimento, sono incrementate dopo che, nel 2018, un disegno di legge volto alla legalizzazione dell’aborto proposto dall’allora Presidente Mauricio Macri era stato approvato dalla Camera ma rigettato dal Senato, alimentando la determinazione delle protestanti. 
L’attuale Presidente dell’Argentina Alberto Fernández ha dato ascolto alle loro voci, mantenendo fede a quanto promesso in campagna elettorale: battersi per la legalizzazione dell’interruzione volontaria di gravidanza. In data 1 marzo 2020, il Parlamento e una piazza gremita all’ascolto hanno lungamente applaudito il discorso di presentazione della legge sulla depenalizzazione e legalizzazione dell’aborto tenuto dal Presidente Fernández. La proposta di legge prevede la possibilità per le donne in gravidanza di provvedere legalmente all’interruzione volontaria della stessa entro le prime quattordici settimane di attesa, nonché l’accesso ad adeguata assistenza medico sanitaria.

 

Una legge per la Salute Pubblica

Il Presidente dell’Argentina ha infatti sottolineato che la mancata legalizzazione dell’aborto è un problema di salute pubblica: è un dato di fatto che dal 1921, anno in cui l’Argentina ha penalizzato l’interruzione volontaria di gravidanza nella maggior parte dei casi, l’aborto ha continuato a esistere e altrettanto farà in futuro, a prescindere dalla legalità istituzionale attribuitagli. In condizioni di illegalità, nei migliori dei casi, le donne che dispongono di risorse economiche si rivolgono a cliniche private per provvedere alla pratica in condizioni di sicurezza. Nei peggiori e più frequenti casi, le donne in situazione di povertà si ritrovano ad abortire illegalmente in ambienti domestici poco consoni alle condizioni igienico sanitarie che la pratica richiede, affidandosi alla sola fortuna. Purtroppo, quest’ultima è spesso avversa: ogni anno 80.000 donne vengono ricoverate in ospedale in gravi condizioni per colpa di interruzioni volontarie di gravidanza realizzate in condizioni precarie; queste le più fortunate, mentre gran parte muore dissanguata nello sventurato scantinato di casa.

Una legge per la Giustizia

La nuova legge sull’aborto è inoltre una questione di giustizia: per la giurisdizione vigente in Argentina, al momento l’interruzione volontaria di gravidanza è consentita legalmente solo in casi specifici quali stupro o nel caso in cui sia in grave pericolo la salute della madre stessa. L’inefficacia della normativa vigente è provata da fatti giuridici accaduti nel corso degli anni: nel 2019, una bambina di undici anni è stata costretta a partorire, mediante parto cesareo d’urgenza, in seguito a uno stupro subito dal compagno sessantacinquenne della nonna. La giovane vittima e la madre avevano richiesto legalmente l’applicazione del protocollo ILE (Interrupción Legal del Embarazo, tradotto Interruzione Legale di Gravidanza) relativo alla possibilità d’aborto in casi specifici. Le è stata negata per ritardo della procedura. Nonostante infatti la richiesta d’aborto fosse stata mossa dalla famiglia alla diciannovesima settimana, momento nel quale è stata appresa la notizia della gravidanza, la procedura è stata procrastinata fino alla ventitreesima settimana per intervento delle autorità locali che hanno ritardato il processo cercando di persuadere la bambina a proseguire la gravidanza, iniettandole corticosteroidi per far sviluppare il feto. La bambina aveva il diritto di interrompere volontariamente la gravidanza nel rispetto delle leggi, rientrando nella categoria vittime di stupro, ma spesso, come in questo caso, tale legge non viene applicata o viene ostacolata.

 

Cosa succederà?

Se la proposta di depenalizzazione e legalizzazione dell’aborto sarà fatta legge, l’Argentina diverrebbe il primo grande paese del Sud America a permettere questo diritto. A oggi, in Sud America, solo Cuba, Uruguay e Guyana prevedono una legge riguardo l’interruzione volontaria di gravidanza simile a quella vigente in diversi Stati europei.

Non da meno, nel suo discorso Alberto Fernández ha annunciato altri due provvedimenti associati alla legge primaria. In forma preventiva, riconoscendo la mancanza di alternative cui alcune donne in difficoltà economica si trovano nel momento in cui decidono di non proseguire una gravidanza inaspettata, il Presidente ha affermato il proprio impegno nel voler rendere maggiormente accessibile l’educazione sessuale, intesa come efficace strumento di prevenzione per evitare gravidanze indesiderate. Un altro grande traguardo sarebbe l’approvazione del disegno di legge Piano dei mille giorni, un progetto a tutela delle donne incinta e dei loro figli, che garantirebbe loro l’assistenza necessaria nei primi anni di vita dei nascituri per combattere i significativi tassi di mortalità e denutrizione registrati.

Le parole e le annesse azioni del Presidente Alberto Fernández fanno ben sperare ma, al momento, la proposta di legge rimane ancora tale, in attesa di approvazione. Le donne argentine sono consapevoli del fatto che non sia ancora tempo per festeggiare, dovranno continuare a lottare per l’approvazione e l’effettiva applicazione della legalizzazione dell’aborto.

In alto i fazzoletti verdi, oggi più che mai.

 

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