Filosofia della migrazione: un’espressione che sembra già sentita, un ambito di studio che sembra parecchio navigato nella società di oggi. Eppure, come ha sottolineato la filosofa contemporanea Donatella di Cesare, è un campo del tutto inedito nella riflessione filosofica contemporanea. Ma se per il celebre filosofo francese Denis Diderot “filosofare è dare la ragione delle cose o per lo meno cercarla“, il fenomeno della migrazione, a causa della sua rilevanza nella società moderna, non può non finire sotto la lente dei filosofi di oggi.

Il migrante oggi è l’emarginato per antonomasia: non solo da un punto di vista antropologico, per quanto concerne la collocazione nella scala sociale, ma anche fisicamente, in quanto spesso si trova ad essere ammassato in campi profughi ai margini dei paesi o delle città. Gli è negato l’accesso a questi e gli si erge spesso davanti una barriera invisibile presidiata da uomini armati per impedirne il varco.

Per l’uomo occidentale, cittadino di uno Stato-nazione, è difficile collocare il migrante sotto un’etichetta: abita un non-luogo, è uno “straniero non residente” in un altro paese. È qualcuno talmente a disagio nel suo paese d’origine da attraversare mari e pianure per chiedere ospitalità in un altro. Quest’individuo, quando bussa alle porte delle nazioni in compagnia di una massa di simili a lui, terrorizza l’umanità occidentale: questa’ultima teme infatti che il migrante voglia partecipare alla sua vita agiata, che possa occupare tutti i posti di lavoro disponibili, privando dunque ciascuno di un po’ di benessere e prelevandolo per sé. La risposta a questa situazione è immediata e isterica: si alzano muri, si chiudono i porti, si schiera la polizia ai confini, di notte, con i fucili in mano.

Secondo la filosofa romana Di Cesare, quello che è successo è che si è arrivati a escludere una parte dell’umanità dal “diritto ad avere diritti, relegandola in campi dove la civiltà è sospesa. In questi luoghi, collocati ai margini della società civile, ciò che dunque inevitabilmente accade è che il fatto che i diritti fondamentali non vengano rispettati non causi tanto scandalo, dal momento che non vi è neppure alcuna forma di tutela né di controllo.

Nel suo libro sul tema pubblicato nel 2017, Stranieri residenti, la Di Cesare affronta una delle grandi contraddizioni in cui vivono le democrazie di oggi: sebbene queste proclamino a gran voce l’irrinunciabilità dei diritti dell’uomo e del cittadino, sentono al contempo la necessità di ribadire la propria sovranità territoriale mantenendo il popolo saldo all’interno dei confini nazionali e poco mescolato con altri. Lo Stato è sostenitore dell’omogeneità nazionale, nei confronti del quale il migrante rappresenta “la deterritorializzazione, la fluidità del passaggio, l’ibridazione dell’identità“.

Di Cesare propone al contrario una filosofia della migrazione che renda architrave del proprio pensiero l’accoglienza e non la repulsione, oltre che l’accettazione della migrazione come spirito dei tempi moderni. Nella sua riflessione lo ius migrandi è il diritto umano da introdurre in questo nuovo millennio. La filosofia contemporanea si può dunque inserire in quest’inversione di rotta, aiutando al contempo sia la politica che il pensiero comune. Proprio in quest’ambito, quello dell’opinione pubblica, si può partire da un concetto semplice, il quale tuttavia fornisce molto su cui riflettere: ognuno di noi si trova ad abitare un paese, e una casa in esso, per una serie di circostanze, occasioni fortunate, scelte personali… ma quest’appartenenza a un territorio e a un contesto sociale non è in alcun modo eterna o iscritta nella storia cosmica. Da qui si può arrivare al tema del co-abitare: non occorre necessariamente svincolare la democrazia dalla nazione su cui governa, quanto piuttosto provare a renderla più fluida e aperta alla condivisione.