Il linguaggio giornalistico italiano è ricco di termini forti. Alcuni si rivelano effimeri, altri hanno decisamente maggiore fortuna. Tra questi ce ne sono due spesso alla ribalta: buonismo e buonista. Il loro significato, però, è altalenante: dalla seconda metà degli anni Novanta, in cui ha iniziato a diffondersi, buonista ha identificato chi mostra una bontà ipocrita, chi esaspera il politicamente corretto, ma – sempre più di frequente – anche chi rivolge la propria solidarietà alle persone sbagliate. Solidarietà che, così, smette di essere considerata tale. Ma davvero i buonisti non fanno mai i buoni? E se li scoprissimo ad aiutare le persone giuste? Quali sono i buonisti realmente tali?

Una debita offesa?

Il buonismo, a rigor di logica, sarebbe il fenomeno di coloro che si professano fautori di buone azioni, mancando però di pragmaticità, di realismo: finendo, quindi, per fare più danni di quelli che dicevano di voler evitare. In questo senso, è l’etichetta perfetta per smascherare e inquadrare azioni solo apparentemente positive. Ma dov’è il limite tra apparenza e realtà? È davvero così facile individuarlo? Come definirlo? Chi stabilisce quale sia il male minore e il bene più importante in una data circostanza?

Il caso più emblematico è quello dei fenomeni migratori, posti in costante risalto mediatico. Se da un lato sembra scontato che salvare vite umane sia una buona azione, dall’altro non si dimenticano le conseguenze di questo salvataggio: primi fra tutti, il dispendio di risorse necessarie per le esigenze di altre vite umane (quelle dei connazionali, in questo caso), e l’eventuale incoraggiamento della tratta di esseri umani e dell’immigrazione clandestina.

Non si vuole qui entrare nel merito di una questione complessa e che merita una trattazione sistematica dedicata. Tuttavia, l’esempio si presta bene ad osservare come l’impostazione binaria nasconda e impedisca una reale soluzione del problema. Basta salvare i migranti per dirsi buoni umani? Se poi, di contro, si ignorano le esigenze di un vicino di casa in difficoltà, certamente no. Ma è poi vero che ignoriamo il vicino di casa?

Il buon Paese nel Bel Paese

Basti pensare a situazioni d’emergenza come quelle legate a calamità naturali, che purtroppo nel nostro Bel Paese non mancano.

È storia di meno di un anno fa, ad esempio, l’alluvione che ha sconvolto aree di Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige. Come sempre in questi casi, e come la Regione Veneto stessa dichiara sulla propria pagina dedicata, “si è messa in moto immediatamente la macchina della solidarietà in tutta Italia”. Attraverso i vari canali attivati, in soli 10 giorni è stato donato un milione di euro. La cifra, da allora a marzo scorso, è quadruplicata.

Per il terremoto del Centro Italia, la sola Croce Rossa Italiana dichiara di aver raccolto quasi 24 milioni di euro. Innumerevoli le iniziative parallele di altri enti. Ma non abbondano solo i soldi. In questi e altri casi analoghi, da tutto il Paese arrivano aiuti di ogni genere: oggetti di prima necessità, alimenti, volontari, ma anche parole di conforto e vicinanza a favore delle vittime, della loro famiglia e delle forze dell’ordine impiegate per risolvere l’emergenza. Solidarietà, appunto.

L’emergenza, infine, rientra. O perlomeno sparisce dai notiziari. L’operato di numerose associazioni, però, continua anche senza i riflettori puntati. Si prenda il caso della Croce Rossa stessa che – tra l’altro e non unica – opera senza “distinzione di nazionalità, razza, religione, classe o opinioni politiche. Si sforza di alleviare le sofferenze delle persone unicamente in base ai loro bisogni, dando la priorità ai casi più urgenti“.

Voltafaccia

Impossibile non osservare che, invece, le vicende legate allo sbarco di migranti sulle nostre coste hanno una copertura mediatica più o meno costante, tornano con una certa facilità all’ordine del giorno. Le dinamiche si ripetono sempre uguali, comprese le parole spese a favore o contro questa o quella posizione. Le dichiarazioni dei sostenitori del soccorso umanitario, nonostante siano ben accolte da alcuni, spesso e volentieri ricevono offese e minacce da altri. Si ritrova anche qui l’accusa di buonismo, di prestare attenzione solo o più a determinate categorie di persone, che avrebbero meno priorità rispetto ad altre, e di essere dunque dei “finti buoni“. In questo contesto saltano immediatamente e con facilità all’occhio i 300 mila euro raccolti in un paio di giorni per sostenere le spese legali di Carola Rakete, la capitana della nave Sea Watch 3 che ha infranto le nuove disposizioni derivanti dal Decreto Sicurezza bis. Eppure l’accostamento con altre situazioni emergenziali, come quelle di cui sopra, ridimensiona queste percezioni.

Non è che, così presi da questa parte di notizie, ce ne dimentichiamo un’altra? Puntiamo il dito contro i finti buoni e così restiamo girati verso di loro, dando le spalle a chi invece ci vantiamo di voler mettere prima. Ci scordiamo che cosa si fa, chi lo fa. Ed è facile che, magari, persino noi stessi non facciamo nulla. Sorvoliamo sulla correttezza e l’eticità del dare priorità a qualcuno su qualcun altro e in base a che criteri. Resta inevitabile constatare che sminuire gesti solidali, specie quelli con maggior visibilità mediatica, finisce per demonizzare la solidarietà stessa. Incalzano le accuse, mancano i mea culpa, ma soprattutto si presta poca attenzione all’importanza di questo valore.

“Buonista sarai tu”

Sin dall’inizio, [il termine “buonista”] aveva una connotazione negativa: definiva infatti non chi pratica la bontà, ma chi la ostenta, chi la proclama con unzione, chi ne fa un’esibizione sistematica a proprio vantaggio. […] Adesso, nel linguaggio della gente esasperata, reazionaria o divenuta tale per paura e sfiducia, buonista condensa una miriade di idee e comportamenti non conservatori, non violenti: è buonista chi vuol veder rispettati i diritti di ciascuno, incluse le donne; chi non ributterebbe a mare quelli che cercano di emigrare in Italia, non li ammazzerebbe tutti indiscriminatamente, non li ricaccerebbe a morir di fame al loro Paese; […] chi vorrebbe salvare il nostro ambiente dalla devastazione e dall’inquinamento; chi per delicatezza non dice «storpi, ciechi, muti, mongoloidi» eccetera; chi ha compassione per le persone nei guai e pensa che debbano essere aiutate, non giudicate. […] Alla fine, brutta situazione. I cattivisti non vanno bene perché sono malvagi, e spesso fumano. I buonisti non vanno bene perché sono deboli, e a volte vegetariani. Cosa rimane?

Sembra, infatti, che non rimanga nulla. La giornalista Lietta Tornabuoni, ancora nel lontano 2000, evidenziava come le accuse di buonismo facciano tabula rasa attorno a loro. Forse, allora, è il caso di risparmiare qualcosa, qualcuno.

La strada della bontà ideale è sicuramente quella di non lasciare mai nessuno indietro. Ma si può essere bollati come buonisti solo perché non si è riusciti ad aiutare tutti? Basta non dire «storpi, ciechi, muti, mongoloidi» per aiutare? E invece usarli, questi termini, aiuta? Chiaramente no, no e no.

La delicatezza, l’empatia, la sensibilità potrebbero essere solo atteggiamenti di facciata, ed è in quel caso che buonisti lo si è eccome. Ma ciò non rappresenta la totalità dei casi, non si può generalizzare. Bisogna invece guardare dietro la superficie per scoprire se c’è dell’altro, e valorizzarlo. Non scambiare un singolo sforzo fatto per il solo sforzo che una persona è desiderosa di fare, ma piuttosto riconoscere gli intenti che la muovono.

Quello di “buonista” non rappresenta mai un complimento di cui essere fieri. E neanche un’offesa lungimirante, dato che spesso finisce per essere un errore di calcolo di chi vuole additare il peggio per potersi dire meno peggio. L’autore di questa offesa dimentica di qualificarsi in positivo come esempio positivo.