Quando ci chiediamo quale parte di noi internet faccia venire fuori, la risposta sembra scontata. Abituati come siamo a vedere interazioni acide e malevole, soprattutto tra gli utenti dei social network, viene da pensare che il web ci imbruttisca. Eppure non dovremmo fermarci a questo: la rete può farci riscoprire una certa umanità.

Il volto normale dell’odio

Innanzitutto, bisogna guardare alla persona dietro l’user. Si può pensare che gli autori delle forti dichiarazioni che troviamo online – ma talvolta anche offline – siano chissà quali personalità negative e aggressive. Il fotografo Kyrre Lien è andato personalmente alla ricerca di chi rilascia commenti violenti e carichi d’odio, e ha scoperto persone assolutamente normali, per non dire banali.

Quando finalmente li incontravo, di solito erano molto gentili, mi offrivano caffé, the, biscotti. Ma quando cominciavamo a parlare di politica era come se si attivasse un interruttore, a volte diventavano aggressivi e arrabbiati.

Nel suo documentario “Quelli che odiano su internet“, Kyrre Lien osserva come questo sia un fenomeno globale e slegato da specifiche tematiche: ci sono haters in tutto il mondo e che si pronunciano sulle più diverse tematiche (migrazioni, cambiamento climatico, omosessualità, e così via) a partire dai più diversi punti di vista (specie destra e sinistra estreme).

Riflettendo sullo stesso tema, lo scrittore Nicola La Gioia propone l’immagine di un hater 

che appende il suo kalashnikov alfanumerico a un qualche tipo di muro e si reca mansueto al lavoro, o a far la spesa, o va a versare un assegno nella banca sotto casa dove tratta tutti con gentilezza.

Se Hannah Arendt parlò di banalità del male, oggi in questo caso si può parlare di normalità dell’odio e sotto due aspetti. Il primo è quello che abbiamo visto: a modi di esprimersi che è difficile definire “normali, educati” corrispondono autori che, invece, nel complesso sembrano proprio essere tali. Il secondo è che l’odio online sta diventando la normalità – e persino offline. La portata di questa nuova abitudine è tale da contagiare anche chi crede di opporsi agli haters.

Hate speech e gogna mediatica

Sotto commenti carichi d’odio generalmente sono presenti reazioni altrettanto violente: altri utenti intervengono, controbattono, criticano quanto espresso dall’autore di quei commenti. Come? Spesso con altrettanto odio e altrettanta violenza. 

In sostanza abbiamo una persona che ne aggredisce un’altra, per quanto a sua volta aggressiva, in nome della non-violenza, del rispetto, dell’educazione. In nome di valori morali che sta per prima – o meglio per seconda – violando. Che credibilità ha questa persona? Quale la sua identità? Non si tratta forse di un hater allo specchio? In fin dei conti sì, la gogna mediatica è solo l’altra faccia dell’hate speech.

Coppia, Uomo, Donna, Discussione, Differenza, Rapporto

Capita di essere messi alla cosiddetta gogna mediatica anche per puro fraintendimento, e a chi ne è vittima non resta che mettersi un po’ a nudo: quasi a voler dimostrare la propriaumanitàdietro a quei pixel dell’universo 2.0 che l’avevano nascosta. Per chiarire la propria posizione, il proprio reale pensiero e renderlo credibile, tocca svestirsi della privacy e dare in pasto agli haters la propria vita privata. Sembra questo l’unico compromesso ammesso dal web per dimostrare di non essere haters disumani, ma umani. E pur sempre nella consapevolezza che tale dimostrazione non arriverà mai a diffondersi al pari del messaggio iniziale, tanto meno a surclassarlo. L’autore, infatti, è stato messo alla berlina ed esposto al pubblico ludibrio: fatti che né un successivo chiarimento né il fare ammenda riescono a compensare. Quel messaggio di derisione e scherno, invece, si diffonderà tanto più velocemente quanto più decontestualizzato. Per la vittima, rimane una doppia sconfitta.

E per l’aggressore o il potenziale aggressore? Come fare per ribattere senza divenire tale?

Questione di empatia

Dylan Marron è un ragazzo americano autore di alcuni progetti digitali come Every single word, sul modo in cui sono rappresentate le persone di colore nei film analizzando le parole che usano; e Sitting in Bathrooms With Trans People, una serie di conversazioni ispirate da una legge transfobica sui gabinetti. Come risulta ormai normale, il successo gli ha portato anche una certa quantità di odio, complice la sua omosessualità. All’inizio ha pensato di rispondere per le rime, bloccando il punto di vista opposto al suo. Poi, però, ha deciso di interagire con i suoi haters partendo da una semplice domanda: “Perché mi hai scritto quelle cose?“.

Ora, in ciascuna delle mie telefonate chiedo sempre ai miei ospiti di dirmi qualcosa su di loro. Ed è la loro risposta che mi consente l’empatia. L’empatia sembra essere l’ingrediente fondamentale per far funzionare queste conversazioni, ma può essere un rischio entrare in empatia con qualcuno con cui sei molto in disaccordo. Quindi mi sono auto-imposto un mantra molto utile: empatia non vuol dire approvazione. Empatia con qualcuno con cui sei molto in disaccordo non ti fa subito scendere a compromessi su quello in cui credi e appoggiare idee altrui. Provare empatia per qualcuno che crede che essere gay sia peccato non significa che improvvisamente mollerò tutto, farò la valige e me ne andrò all’inferno, giusto? Significa solo riconoscere l’umanità di qualcuno che è stato abituato a pensare molto diversamente da me.

CONVERSATIONS WITH PEOPLE WHO HATE ME — Dylan Marron

Dai dialoghi con i suoi haters è nato il podcast Conversations with People Who Hate Me, ma soprattutto un ripensamento da ambo le parti. Alcuni suoi interlocutori prendono consapevolezza del loro gesto, e Dylan stesso ha trovato il modo di reagire agli attacchi.

A volte, la cosa più sovversiva che si possa fare è proprio quella di parlare con chi sei in disaccordo, e non semplicemente a loro.

Cercare semplicemente di zittire l’altro – anche quando è evidentemente in difetto – non risolve il problema, che semplicemente si ripresenterà e, anzi, anche più forte. Al contrario, passare per la considerazione e la comprensione dell’altro – che, come fa notare Dylan Marron, non implicano necessariamente la condivisione – permette di avvicinare l’altro e recuperare davvero una dimensione umana.

La rete è pur sempre condivisione, possibilità di scoperta di ciò che è distante nel tempo e nello spazio, opportunità di nuovi legami. Rappresenta, dunque, un’occasione anche di introspezione e riflessione profonda, ma solo se glielo permettiamo.


FONTI
Internazionale 1, 2
Ted talks – Dylan Marron