Secondo uno studio pubblicato sulla rivista Science Advanced i maggiori responsabili della condivisione di fake news su Facebook sarebbero gli over 65. È il risultato dell’analisi di quello che hanno pubblicato 1300 persone su Facebook durante la campagna elettorale che ha portato alla vittoria di Trump. La notizia naturalmente ha creato scalpore negli Stati Uniti: è subito diventata una news di tendenza, al punto che ha presto travalicato l’Oceano per approdare anche da noi in Italia. Lo studio, condotto da ricercatori delle Università di New York e Princeton, ha portato a conclusioni che si potrebbero così riassumere:

Ha condiviso una fake news l’11% degli utenti di età superiore ai 65 anni e solo il 3% di quelli tra i 18 e i 29 anni. Gli over 65 hanno rilanciato in media il doppio delle bufale rispetto ai 45-65enni e sette volte più dei 18-29enni. Gli utenti che si sono definiti conservatori si sono dimostrati più propensi alla condivisione di fake news: lo ha fatto il 18% dei repubblicani, contro il 4% dei democratici.

La conclusione logica quindi è che per la condivisione di fake news si possono individuare tre grandi cause scatenanti: anzianità, analfabetismo tecnologico e conservatorismo. Soprattutto il primo elemento ha colpito l’immaginazione dell’opinione pubblica, solitamente abituata ad associare il flagello delle bufale online ai nuovi strumenti di networking digitale particolarmente amati dai giovani. Ciò che è emerso da questa indagine però è che i giovani appaiono molto più consapevoli degli strumenti di cui, secondo certe narrazioni, sarebbero succubi; al contrario di chi invece, magari non padroneggiandoli a dovere, può molto più facilmente cadere preda di messaggi fuorvianti. Tra l’altro l’età media degli utilizzatori di Facebook si sta alzando ed è sempre meno appropriata la percezione comune dei social network come luoghi virtuali amati da ragazzini che vogliono evadere dalla realtà per noia o svago, spazi online abitati da giovanissimi che rischiano di alienarsi dalla vita reale. Facebook e Twitter oggi sono strumenti di comunicazione a tutti gli effetti, mass media amati e popolati da persone non solo adulte ma anche anziane. 

Ha destato meno stupore il collegamento tra condivisione di fake news e conservatorismo. Sia gli articoli italiani sia le fonti americane l’hanno praticamente segnalato en passant, quasi dandolo come un fatto scontato, che non vale la pena neanche approfondire per quanto è conclamato. Del resto gli stessi ricercatori danno per assodato che le fake news siano “disproportionately pro-Trump” in quanto figura osteggiata dal sistema mediatico mainstream: per questo durante la campagna presidenziale chi era d’accordo con il discusso magnate americano, volente o nolente, finiva con il condividere fake news. In un simile sillogismo però sembra colpevolmente oscurato qualche dato di partenza, un certo confirmation bias, quasi quello stesso meccanismo perverso che si vorrebbe attribuire agli (anziani) sostenitori del Partito Repubblicano. 

Che cosa si intenda davvero con fake news è un problema ancora praticamente tutto aperto. Nella sua versione più ingenua trasuda uno sconcertante positivismo, che è ancora più stupefacente in chi nella questione delle fake news improvvisamente dimentica tutti quei postulati relativistici che invece applica con zelo ai campi della cultura, dell’etica e della politica: sentir parlare di verità i cantori della fine delle grandi certezze dovrebbe apparire un po’ strano. Soprattutto perché inevitabilmente si porta dietro il problema di chi e di come si deve decidere che cosa sia vero, e questo è totalmente inconcepibile per gli alfieri del libero pensiero. L’opinione pubblica è stata tendenzialmente la risposta che evitava l’imbarazzo del risorgere di autorità dogmatiche, almeno finché l’affermarsi dei cosiddetti populismi ha reso evidente che c’è un certo iato tra la volontà di essere mainstream dei mass media rispetto a ciò che pensano davvero quelle stesse masse che hanno decretato il successo di certe figure mediatiche facendole assurgere a grandi icone, a canoni di valore (apparentemente) indiscutibili. 

Il punto nodale della questione fake news quindi non sono quei messaggi grotteschi che trasudano pseudoscienza o le bufale clamorose che sono virali non solo nel successo ma anche nell’ovvia e giusta esecrazione generale. Il problema non sono nemmeno i bot, che altererebbe le libere dinamiche di condivisione dei contenuti: la propaganda è alla base della politica e delle relazioni diplomatiche da sempre, non bisognerebbe mai dimenticarlo. 

Un enorme bot invece viene colpevolmente sottovalutato: i mass media. È qui che si stabiliscono i criteri di verità, i paradigmi in cui bisogna inserire il proprio pensiero e il proprio agire per non apparire un elemento estraneo nella grande narrazione del mondo (mediatico). Non ci sono grandi vecchi che tirano le fila in cospirazioni segrete. No, ci sono solo piccoli giornalisti e operatori dei media con i loro pregiudizi, le loro lacune culturali, politiche e umane, che però il medium trasfigura in una sorta di indistinta entità obiettiva, impossibile e inesistente. 

Non dimenticare mai di guardare all’autore, non dimenticare mai la sua personalità, la sua storia e i suoi pregiudizi è il vero antidoto contro le fake news. Anche in questo caso, con questo articolo.