Unione Europea in bilico tra Recovery Fund e stato di diritto

Mai come negli ultimi giorni si è acceso in Italia e all’estero il dibattito sul futuro dell’Unione Europa. Il momento economico drammatico che stiamo vivendo ha evidenziato l’importanza delle istituzioni europee nell’affrontare la crisi.

Il Pepp, il  Sure e il Recovery Fund

Già a giugno la B.C.E. aveva annunciato il prolungamento del programma Pepp.

Questo ha consentito di proseguire con l’acquisto di titoli di Stato dei Paesi europei fino a giugno 2021 e di garantire la stabilità dell’intera Eurozona. L’Italia quindi potrà contare ancora sull’aiuto europeo per tutti gli interventi necessari.

Sono numerose le soluzioni che l’Unione Europea ha introdotto, pensiamo per esempio al piano SURE. Si tratta di uno strumento nato per aiutare i singoli stati a proteggere i posti di lavoro e i lavoratori messi a rischio dalla pandemia. Le risorse sono concesse sotto forma di prestiti vantaggiosi ai singoli stati che possono utilizzarli a sostegno della propria spesa pubblica. La risposta più ambiziosa ideata dall’Europa è il Recovery Fund o Next Generation Eu.

Questo fondo prevede l’utilizzo di 750 miliardi per rilanciare l’intera economia dell’Eurozona a partire dal 2021. L’accordo sull’ammontare delle risorse è stato trovato il 21 Luglio 2020, infatti il Consiglio Europeo ha approvato l’incremento temporaneo del bilancio Europeo. Il nuovo bilancio, in via straordinaria e temporanea, ammonterà a 750 miliardi (390 di contributi a fondo perduto e 360 di prestiti).

Di questi, l’Italia riceverà un totale di 209 miliardi ripartiti tra risorse a fondo perduto e a prestiti. Tuttavia la successiva approvazione del bilancio ha generato non poche tensioni.

Polonia e Ungheria

L’iter di approvazione del bilancio pluriennale europeo non è immediato. Infatti, prima dell’approvazione finale, il Parlamento Europeo propone degli emendamenti su cui poi il Consiglio  europeo, in via definitiva, deciderà all’unanimità.

Nella riunione del 16 Novembre Ungheria e Polonia hanno messo un veto sull’approvazione del bilancio pluriennale europeo valido tra il 2021 e il 2027; questo non ha permesso la ratifica dell’accordo sul bilancio che conteneva anche il Recovery Fund.

Ungheria e Polonia hanno agito in questo modo in quanto un accordo tra Parlamento e Consiglio Europeo ha introdotto un nuovo meccanismo che è stato percepito come minaccioso per l’interesse nazionale dei due Paesi dell’Est. Questo nuovo meccanismo prevede che un Paese possa usufruire delle risorse europee solamente se lo Stato di diritto è rispettato dalle proprie istituzioni. La deriva autoritaria che negli ultimi anni alcuni paesi europei hanno preso non poteva dunque non generare conflitti a riguardo.

L’accordo ha generato le proteste della Polonia e in particolar modo dell’Ungheria, tanto che Viktor Orban ha ventilato il veto, poi concretizzatosi, all’intero bilancio Europeo. Occorre però considerare come l’economia di un paese come l’Ungheria dipenda molto dalle risorse che provengono dall’Unione Europea. Il PIL ungherese ammonta a circa 160 miliardi di euro e dallo scorso bilancio europeo aveva ottenuto 30 miliardi, una cifra enorme. La stessa Polonia usufruisce delle risorse europee, nel 2019 ha ottenuto 86 miliardi in fondi strutturali da usare per la propria crescita economica.

Il nuovo accordo

La situazione creata dal veto inoltre celava un altro pericolo. Infatti la normativa UE prevede il passaggio a una fase di esercizio provvisorio senza un accordo sul bilancio pluriennale. Ursula Von Der Leyen aveva anche proposto l’ipotesi di un fondo di recupero dell’UE senza Ungheria e Polonia. Questa proposta, tuttavia, avrebbe richiesto una lunghissima elaborazione che contrastava completamente con l’urgenza del momento.

Tuttavia, dopo il 16 Novembre e dopo lunghe e complesse trattative, il 10 Dicembre è stato trovato un compromesso che ha permesso di superare il veto. Il nuovo accordo prevede il mantenimento del meccanismo sullo stato di diritto con importanti limitazioni. Il meccanismo entrerà in vigore solo dal primo Gennaio 2021 e solamente in relazione al budget appena approvato. Quindi tutte le risorse in erogazione non saranno in nessun modo fermate.

Le concessioni verso Polonia e Ungheria non si fermano qui; nel caso in cui un Paese europeo decida di fare ricorso contro il meccanismo bisognerà attendere una sentenza delle Corte di giustizia europea prima che questo venga attivato. È chiaro che il ricorso verrà esercitato non appena possibile, da Ungheria e Polonia in primis.

Anche se non si sono opposti all’accordo, tutti i paesi dell’area di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia) possono servirsi del ricorso in caso si decida di procedere all’attivazione del meccanismo nei loro confronti. Va sottolineato come l’accordo politico approvato all’unanimità è stato profondamente ricercato e voluto da Angela Merkel; la Germania, in questo momento, sta esercitando il turno semestrale di presidenza del Consiglio europeo. Ancora una volta l’opera di mediazione tedesca si è dimostrata essenziale in ambito Europeo.

Le conseguenze

Il nuovo accordo, anche se ha conservato il meccanismo dello stato di diritto, è comunque al ribasso; il meccanismo è vincolato a una serie di passaggi necessari e non immediato nel suo utilizzo. Il Recovery Fund e le enormi risorse che mette a disposizione però non sono più minacciate e tutti i paesi dell’Unione Europea potranno usufruirne.

Ungheria e Polonia non hanno fatto altro che sfruttare le debolezze che il sistema europeo si porta dietro ormai da molto tempo, se l’Unione funziona perfettamente dal punto di vista economico dal punto di vista politico la sua debolezza è evidente. Il problema ungherese e polacco si è protratto nel tempo proprio perché politicamente l’Unione non è potuta intervenire concretamente e tempestivamente; l’interesse e le logiche nazionali dei singoli stati emergono sempre a discapito dell’Unione Europea e dell’interesse collettivo.

In un periodo di crisi del genere è emersa tutta l’importanza delle istituzioni Europee, singolarmente nessun Paese  avrebbe potuto affrontare una crisi del genere. L’approvazione del Recovery Fund è un’opportunità per tutti. Le risorse messe in campo sono tantissime, ma l’obiettivo ultimo deve superare la singola volontà nazionali.

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