Il futuro immaginato in Blade Runner è un vasto oceano di visioni e sensazioni dai quali critici e studiosi hanno tratto numerosi spunti di riflessione. Il mondo proposto da Ridley Scott si distacca molto dalla concezione originale del libro ideata da Philip K. Dick, non solo per l’impostazione futuristica concepita nel film ma soprattutto per il ruolo assunto dai replicanti all’interno della narrazione. A differenza del romanzo, nel quale gli androidi sono pensati come esseri freddi e privi di umanità, gli esseri artificiali in Blade Runner sono vittime del sopruso umano e di conseguenza discriminati a causa della loro subdola natura. Tra le numerose tematiche trattate, il film di Scott si sofferma molto sul problema della discriminazione sociale e dell’impossibilità da parte dell’essere umano di accettare ciò che egli considera diverso e distante dai suoi schemi mentali.

In Blade Runner si assiste alla parabola dell’esistenza divina che vede l’uomo elevarsi a sommo creatore del frutto del suo potere. I replicanti nascono dal bisogno impellente dell’uomo di spingersi oltre i suoi limiti e superare le barriere esistenziali impostigli da una forza superiore. Tale forza, intesa come un Dio o un’entità suprema in grado di controllare l’universo, trascende le capacità e le imperfezioni che contraddistinguono l’umano. Essendo un essere imperfetto, l’uomo è costantemente alla ricerca di una condizione estrema di piacere o appagamento personale data in questo caso dall’esercizio di un potere smisurato. Avere il controllo totale della vita significherebbe poter decidere le sorti del creato e stabilire quali debbano essere le condizioni necessarie per la creazione di una civiltà che rispecchi le proprie esigenze.

Nel film di Ridley Scott, i replicanti sono degli esseri artificiali creati a immagine e somiglianza dell’uomo ma dotati di forza e intelligenza estremamente superiori. Ciò fa di essi delle creature perfette in quanto concepite come vere e proprie macchine da lavoro e piacere, se solo non fosse per l’esigua durata della loro esistenza. Progettati per durare all’incirca 4 anni, i replicanti sono utilizzati come schiavi nelle colonie extra mondo e trattati come oggetti privi di valore con il solo scopo di potenziare al massimo il sistema lavorativo e appagare le esigenze sessuali degli esseri umani. Questo contesto suggerisce un atteggiamento di discriminazione da parte dell’uomo nei confronti di un oggetto o una cosa definita di sua proprietà. Il replicante, essendo la creazione di un potere superiore e perciò soggetto al volere e alla necessità di quest’ultimo, non ha il permesso di condurre un’esistenza libera dal giudizio dell’uomo e dalla condizione di schiavitù impostagli a priori. Esso, non rispettando i canoni prescritti dalla creazione sull’essere umano, è concepito come anormale e diverso da tutto ciò che è terreno.

Impossibilitati fin dalla nascita a manifestare la propria volontà, i replicanti vengono successivamente discriminati a causa di una situazione che non hanno deciso né voluto. Nel film si assiste a un violento conflitto tra le due parti. I replicanti approdati illegalmente sulla Terra sono costretti a vivere in clandestinità mimetizzandosi tra gli umani e cercando appoggio tra i loro simili. La drammaticità di tale gesto viene tradotta come un pericolo dal quale ci si deve difendere e proteggere. Per questo esistono i Blade Runner, corpi speciali di polizia incaricati di “ritirare” i replicanti approdati irregolarmente sulla Terra. Il presunto pericolo non nasce da una condizione in cui determinati elementi possono compromettere la propria sicurezza bensì da una paura incondizionata verso ciò che non si capisce o non si vuole capire.

Come estrema conseguenza, i replicanti si ribellano al proprio creatore pretendendo la possibilità di una vita degna e legittima come quella concessa a ogni uomo. Il dottor Tyrell, il ricco scienziato che progettò i replicanti, nega la possibilità di posticipare la data di termine dei propri “figli” in quanto le tecnologie non lo consentono. La negazione del Dio-Uomo, essere imperfetto che ricerca la perfezione nella creazione artificiale della vita, è da leggersi come la condanna a morte definitiva degli esseri artificiali, incapaci di continuare a vivere per inseguire l’unica cosa che davvero abbia un senso: l’amore. Il replicante-schiavo è bisognoso di essere riconosciuto come un individuo pensante dotato di intelletto e coscienza propria, in cerca di un‘identità che non gli verrà mai riconosciuta. Un individuo desideroso di ottenere il proprio posto nel mondo nella speranza di essere accettato dalla collettività. Il senso di pericolo suscitato dalla presenza dei replicanti finisce per tramutarsi in un atteggiamento di solidarietà e dispiacere scaturiti a causa della loro condizione di vittime inermi di un sistema spietato.

In un estremo atto di rabbia e disperazione, il replicante Roy Batty, antagonista principale del film concepito dal Tyrell come l’essere perfetto, uccide il proprio creatore macchiandosi di patricidio. Roy diventa una bestia indomabile assetata di vita che insegue i suoi ultimi attimi con cieca illusione prima di spirare per sempre sotto una pioggia di lacrime scroscianti. Tyrell gioca a imitare Dio rimanendo schiacciato sotto il peso della propria superbia. Non solo crea la vita artificiale senza chiederne il permesso e il consenso ma relega quest’ultima a una condizione di schiavitù e perdizione dalla quale è impossibile uscirne. Lo scienziato muore a causa del suo nefando operato, la sua creatura ne sopprime l’esistenza confermando l’impossibilità di controllare la vita da parte di esseri corrotti e imperfetti come gli umani.

Blade Runner affronta il tema della discriminazione sociale attraverso la condizione di emancipazione vissuta dai replicanti i quali, per via della loro natura, sono visti dall’uomo come esseri pericolosi e diversi e non meritevoli di essere riconosciuti per quello che in realtà sono: individui in cerca di un posto nel mondo.