“Irlanda, vittima indossava tanga: stupratore assolto.”

“Irlanda, tanga usato per discolpare un uomo dall’accusa di stupro.”

“Vittima con il tanga: stupratore assolto.”

Circa una settimana fa tutti i maggiori quotidiani hanno riportato con titoli simili la notizia dell’utilizzo di un tanga come prova del consenso di una vittima di stupro.

Cosa è accaduto?

L’avvocato della difesa, Elizabeth O’Connell, ha portato in tribunale l’intimo indossato dalla vittima, come prova dell’innocenza del suo cliente.

“Does the evidence out-rule the possibility that she was attracted to the defendant and was open to meeting someone and being with someone? You have to look at the way she was dressed. She was wearing a thong with a lace front.”

“La prova esclude la possibilità che lei fosse attratta dal difeso e fosse disposta ad incontrare qualcuno e a stare con qualcuno? Dovete guardare al modo in cui era vestita. Indossava un tanga in pizzo.”

Queste parole, volte a screditare la testimonianza della vittima, che sosteneva di non aver mai dato il proprio consenso a un rapporto sessuale, hanno scatenato -giustamente- l’indignazione dei più. Tante donne si sono sentite chiamate in causa, perché quotidianamente utilizzano biancheria simile senza secondi fini, semplicemente per loro gusto: l’idea che ciascuna di loro potrebbe trovarsi al posto della vittima, perché non ha preferito dei casti slip bianchi in cotone, fa accapponare la pelle.

Immediatamente dopo la sentenza è iniziata una protesta, promossa dall’hashtag #thisisnotconsent. In molti stanno manifestando contro lo squallore di portare in tribunale un capo intimo, giustificando un’aggressione con esso. Negli ultimi anni le battaglie per far sì che la colpa non ricada più sulla vittima e sulle sue scelte nel vestire sono state tantissime, ma evidentemente il lavoro da fare è ancora tanto. La percezione della società è purtroppo quella che si vede in questi casi, in cui durante un processo un tanga viene accettato come prova di consenso. Di certo questo è un caso eclatante di victim blaming e si può definire barbaro il fatto che in un’aula di giustizia uno dei più stupidi e sessisti falsi miti sullo stupro sia stato accolto come un segnale di disposizione all’amplesso. Una delle cause per cui questa difesa è stata probabilmente accolta è che in Irlanda, come in molti altri stati, è chi sporge denuncia a dover dimostrare di avere chiaramente negato il consenso e non esistono leggi per regolamentare la cosa, quindi la difesa ha gioco facile con questi luoghi comuni per screditarla -che alla fine è quello che è pagata per fare. È proprio per questo che la deputata Ruth Coppinger ha portato il caso in Parlamento, denunciando l’accaduto con queste parole:

“It might seem embarrassing to show a pair of thongs here… how do you think a rape victim or a woman feels at the incongruous setting of her underwear being shown in a court?”

Potrebbe sembrare imbarazzante mostrare un paio di tanga qui… come pensate che una vittima di stupro o una donna si sentano in un contesto inadeguato in cui la loro biancheria intima è mostrata in una corte di giustizia?”

Qual è il problema di questa notizia?

È giusto che questo fatto smuova qualcosa nella morale comune, perché l’accaduto è assolutamente vergognoso e riprovevole, soprattutto considerando che l’avvocato difensore è proprio una donna. D’altra parte è curioso come questo processo sia stato strumentalizzato dai giornali per ottenere click e condivisioni facili. Non è stato fornito alcun indizio secondo il quale la giuria, che ha stabilito con un voto unanime l’innocenza dell’accusato, lo abbia fatto a causa dell’argomentazione del tanga nell’arringa finale. Tutto il processo ruotava attorno al fatto che il rapporto fosse stato o meno consensuale. La giuria, dopo aver seguito per intero il dibattimento, ascoltando anche altri testimoni, ha ritenuto che non ci fossero elementi sufficienti per emettere una sentenza di colpevolezza. Si può quindi dire che sia scorretto il modo in cui i giornali hanno riportato la notizia, dicendo che l’assoluzione sia stata una conseguenza della biancheria usata come argomentazione. La notizia riportata non era assolutamente completa e si percepisce chiaramente che l’obiettivo finale di titoli come quelli sopraccitati è la condivisione indignata sui social, che porta al giornale stesso molte visualizzazioni e quindi guadagno.

Per onestà intellettuale la storia doveva essere raccontata per esteso, citando le varie fasi del processo, fatto di testimonianze e di smentite. Certo, il risultato anche conoscendo tutta la storia può comunque non piacere, come si può essere in disaccordo con il modus operandi irlandese in queste circostanze. È giusto protestare e far capire che un perizoma non autorizza nessuno a fare di una donna ciò che vuole, anzi, è doveroso farlo perché alle porte del 2019 trovare chi crede alla favoletta del “ti sei messa questo vestito per essere attraente, quindi lo volevi” è nauseante. Bisogna, però, considerare le cose nella loro interezza: parliamo piuttosto di come la giuria fosse composta da 8 uomini e 4 donne, forse una percentuale sbilanciata per una tematica così sensibile. Oppure raccontiamo del testimone che ha visto l’imputato mettere le mani al collo della vittima, azione negata dalla difesa. Il processo è stato molto più articolato rispetto a quello che è stato raccontato in poche righe, la giuria difficilmente si sarà basata su quella singola squallida prova, come si evince dalla sentenza finale.

In un tweet il National Women Council irlandese non ha manifestato contrarietà con la sentenza, ma contro il linguaggio ricco di stereotipi di genere utilizzato nei tribunali durante processi per stupri e violenze sessuali. Sempre con un cinguettio il gruppo di supporto per le vittime di violenza sessuale I Believe Her invitava a protestare contro il commento inaccettabile della difesa. Se prove del genere sono state ritenute idonee al processo dalla Corte e dalla giuria il problema va ricercato a monte, ovvero nella cultura della nostra società e nel pensiero comune, in cui questo tipo di stereotipi è radicato. Le manifestanti stanno cercando di far emergere la mancanza di leggi che regoli l’utilizzo di oggetti del genere come dimostrazioni di innocenza.

Tutto ciò fa capire come in Irlanda il motivo per cui si manifesti sia ben chiaro, mentre in Italia si è cercato di cavalcare l’onda della notizia, provocando una protesta con basi più instabili. Come già accaduto diverse volte in passato, i titoli dei quotidiani nostrani possono distorcere la realtà degli avvenimenti a loro piacere, creando una sorta di disservizio.