Lord George Byron fu un eccellente poeta, grande drammaturgo, amatore irresistibile e soldato sfortunato. Ha vissuto molte più vite da solo di quelle che centinaia di persone vivrebbero insieme. Fu definito da Goethe “il più grande genio del suo secolo”. Morì nel 1824 a Missolungi, in Grecia, combattendo per la libertà del popolo genitore della cultura europea. Il concetto di libertà è uno dei più importanti della sua opera, popolata di superuomini tormentati che per nulla al mondo venderebbero la loro indipendenza. Poco sono le leggi degli uomini di fronte a quelle dello spirito per personaggi come Manfred e Harold; a poco servono i divieti divini per altri come Cain. Ma la lotta per la libertà individuale non sconfina nell’egoismo o nell’usurpare la libertà degli altri, al contrario. Leggiamo i versi.

When a man hath no freedom to fight for at home,
let him combat for that of his neighbours,
let him think of the glories of Greece and Rome, 
and get knock’d on the head for his labours.

To do good for mankind is the chivalrous plan, 
and is always as nobly requited;
then battle for freedom wherever you can,
and, if not shot or hang’d, you’ll get knighted.

Due quartine brevi e intense, scritte certamente di getto, d’impeto. A regnare è la morale dell’uomo d’azione, per cui prima di tutto è l’agire. “In Principio fu l’Azione”, così Faust traduce l’incipit biblico, e così si comportano i personaggi byroniani e Byron stesso. Se non devi combattere per la tua libertà, combatti per quella degli altri. Diritto sacro e inalienabile, la cui difesa è dovere di chiunque lo voglia per sé. Parole che anche oggi risuonano con forza. Ancora vestite di un colore medievale (l’immagine cavalleresca della seconda quartina, v5 e 7), ma nettamente proiettate nel mondo moderno, post rivoluzione francese e post napoleonico, dove è ormai inaccettabile che un popolo non possa essere libero e governarsi da sé.

Che il combattente pensi alla Grecia e a Roma, patrie della libertà stessa e culle d’Europa, e che, se serve, muoia nel suo tentativo. Nemmeno la morte spaventi il guerriero, il cui obiettivo la trascende nettamente. I versi 3 e 4 sembrano anticipare inquietantemente la sorte del poeta stesso, esposta nel primo paragrafo. Ma d’altronde si sa, i grandi poeti sono anche profeti.

replica by Thomas Phillips, oil on canvas, circa 1835 (1813)

 

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