Siamo abituati a vederle al mare lungo il bagnasciuga, e per questo sono da tutti fortemente odiate; ultimamente, invece, sono sempre più diffuse sulle tavole occidentali, dovuto alla grande influenza e diffusione della cultura orientale. Eppure, le odiate e amate alghe non solo hanno un uso alimentare; al contrario si è scoperto una loro grande funzionalità e potenzialità legata alla sostenibilità. Sembra strano e difficile a credersi, ma le alghe possono costituire le fantomatiche “tecnologie verdi”, indispensabili per salvaguardare il futuro del nostro pianeta.

Queste tecnologie possono rivelarsi in grado di fermare, o per lo meno rallentare, il cambiamento climatico: come? Un primo esempio può avvenire, appunto, attraverso l’utilizzo dei biocarburanti delle alghe. Queste ultime possono trovarsi nella schiuma verde che si crea in piscina in assenza di cloro, le quali, contendo il 50% di lipidi (grassi) e arricchite di ulteriori sostanze nutritive (ad esempio con particolari acque), con l’aggiunta di C02 e l’esposizione al calore e alla luce del sole, sono in grado di moltiplicarsi rapidamente, costituendo un’importante risorsa. Così facendo, i lipidi in esse contenuti possono essere usati per produrre biodisel (meno inquinante rispetto al gasolio) o “47Mila litri per biocarbuanti di ettari l’anno”, che corrisponde alla somma raggiunta dallo sfruttamento di questi autotrofi utili per l’autotrazione. La rimanente parte di lipidi, invece, diventa alimento per il bestiame o, diversamente, viene bruciata per costituire un combustibile da biomassa usata nel riscaldamento per stufe, caldaie o camini. Ma tutto questo è solo l’inizio dello straordinario e nascosto mondo delle alghe. Esse, infatti, sono sostanze versatili, tali da costituire importanti materie prime per le bioplastiche, le materie chimiche, i lubrificanti, fertilizzanti e anche cosmetici, fino ad approdare ad un particolare tipo di carta ricavato dalle alghe che ogni anno infestano la laguna veneziana.

Ma è dalla loro grande potenzialità che sono stati creati e portati avanti numerosi progetti “verdi” per la sostenibilità del pianeta. Un posto di primo piano in questo campo di ricerca è occupato dall’Italia, interessata e impegnata a fornire gli strumenti utili per fornire un combustibile di origine marina. Questo progetto è stato pensato e portato avanti grazie alla collaborazione e all’impegno del dipartimento di biotecnologie dell’Università di Verona, la sezione di fisica del Politecnico di Milano e l’Istituto italiano di Tecnologia, il tutto reso possibile anche attraverso i finanziamenti ricevuti dai fondi europei. Un’idea innovativa, che parte da un processo a tutti conosciuto: la fotosintesi clorofilliana.
Attraverso questo processo fisico-chimico, “le piante riescono ad accumulare l’energia raccolta, limitandone gli sprechi”. Un lavoro di ottimizzazione che, in quanto tale, gli scienziati hanno tradotto nella funzione da impartire alle alghe, le quali potranno così produrre nel giro di pochi anni il primo biocarburante verde. Un procedimento diviso in due livelli: la percezione della luce solare e la sua conseguente assimilazione. Però, al fine di rendere questo processo più efficace e produttivo, sono stati creati specifici fotobioreattori industriali in cui coltivare la alghe, per poter garantire la filtrazione della luce solare, e il suo totale assorbimento da parte di questi organismi pluri o unicellulari. In seguito alla loro localizzazione in fotobioreattori, a queste verranno iniettati, sotto forma di filamenti di DNA, le informazioni contenute nelle piante, migliorandone il sistema di contenimento.

A far parlare di Europa sono numerosi altri progetti, portati avanti con cura e dedizione.
In Spagna, ad esempio, con la cantina La Torres si è costruito un impianto sperimentale in grado di imprigionare le emissioni di C02 prodotte dalla fermentazione del vino, al fine di permettere la crescita di alghe per generare biocarburante ecologico. O ancora si ricordano le aziende PetroSun e GreenFuel Technologies che concentrano le loro forze per la commercializzazione di questa nuova fonte di energia.

Una volontà di sostenibilità alla quale si unisce il BioFat, un progetto sostenuto dalla Commissione Europea, capace di mostrare le alghe come fonte sostenibile a bassa emissione di gas a effetto serra. A capo delle principali località su cui sono state posizionate le apposite strutture di lavorazione vi sono l’Italia e il Portogallo. Insomma, un progetto che ha dimostrato il grande vantaggio economico che si ricaverebbe dalla produzione di biocarburanti dalle alghe in quanto, questa nuova energia sostenibile, garantirebbe un basso consumo di energia. Ma la vera potenzialità di questo programma di lavoro sono proprio le alghe, in grado di riprodursi facilmente e velocemente in una sola giornata, garantendo così una continua e costante creazione di biocarburante e biomassa. Questo, però, è solo una delle sue efficaci ed essenziali capacità. Infatti, dalle alghe si possono ricavare anche oli e carboidrati i quali, in seguito a un accurato lavoro di raffinazione, possono essere trasformati in biodisel ed etanolo (ottenuto dalla lavorazione dei carboidrati in esse contenuti). Gli oli rimasti, al contrario di quanto si possa pensare, non restano inutilizzati; al contrario, la biomassa estratta dalle alghe viene fatta essiccare e in seguito “pellizzata”, al fine di essere impiegata come combustibile per le caldaie industriali.

Dunque, se la domanda a questo punto è se le alghe sono in grado di salvare il mondo, la risposta è senz’altro positiva. Non solo un aiuto fondamentale per la produzione di energia, ma anche per soddisfare le esigenze e richieste di cibo. Esse, infatti, a differenza delle piante che per produrre energia necessitano di grande quantità di terreno, a discapito della produzione alimentare, non richiedono grandi spazi agricoli, costituendo in questo modo un importante punto di partenza per l’eliminazione delle difficoltà coordinative.

Il mare è ricco di fonti essenziali e innovative. In primis le alghe, seguite da un altro originale elemento: le squame di pesce. Curioso, vero? Eppure l’idea (anche se in questo caso sarebbe più opportuno parlare di lampo di genio) è venuta a un gruppo di ricercatori dell’università di Calcutta, ottenendo dagli scarti del pesce una nuova fonte di energia sostenibile. Ma come è possibile tutto questo? “Le squame di pesce sono ricche di collagene, una sostanza organica naturalmente dotata di proprietà piezoelettriche”. Quest’ultime sono hanno la capacità di catturare l’energia che, se non venisse trattata, andrebbe perduta. Così, attraverso un processo di demineralizzazione, le scaglie vengono rese flessibili e trasparenti per far loro perdere le proprietà piezoelettriche in esse contenute, per poter ricavare energia meccanica, trasformata in elettricità direttamente utilizzabile.

Questi due esempi sono la prova di come la scienza è in continua evoluzione e crescita: i problemi ambientali che affliggono il nostro pianeta rendono indispensabile associare ad un limitato consumo di energia e sostanze inquinanti, un corretto uso di energie e fonti sostenibili.