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26 settembre 2018

Non è sempre facile essere re! I tabù religiosi dei sovrani

Non è sempre facile essere re! I tabù religiosi dei sovrani
L'imperatore Meiji lascia Kyoto per trasferirsi a Tokyo

Chi non ha mai sognato di essere re o regina? Di avere servitori, essere ricchissimi e possedere un potere assoluto su tutto quello che ci circonda? Un bel sogno certo, ma in molti casi la vita dei sovrani non era così semplice come possiamo immaginare. E non solo per gli impegni di Stato, le rivolte, le guerre o le congiure di palazzo: in molti casi, la stessa vita del sovrano era una serie di costrizioni e di tabù da cui non ci si poteva sottrarre.

Presso molte civiltà, il sovrano era infatti considerato come il possessore di poteri sovrannaturali, o addirittura era egli stesso una divinità: era il fulcro, il centro dinamico di tutto l’universo, e la più piccola incrinatura era sufficiente per rompere questo equilibrio. Il più insignificante degli atti compiuti dal sovrano poteva scatenare conseguenze inimmaginabili e perciò ognuno di essi doveva essere strettamente compiuto secondo uno specifico protocollo.

Un esempio di questo tipo di sovrano era il mikado, l’imperatore del Giappone.

Egli infatti è l’incarnazione terrena di Amaterasu, la dea del sole che domina l’universo: una volta all’anno, tutti gli dei vengono a servirlo per un intero mese; in quel periodo, nessun uomo si reca ai templi, che sono deserti. Il mikado assume il titolo di “divinità manifesta o incarnata” ed ha autorità su tutte le altre divinità del Giappone. Tutti questi onori però, portano con loro precisi obblighi:

“Si considerava una vergognosa degradazione per lui persino toccar la terra coi piedi. Non si permetteva al sole e alla luna si splendere sul suo capo. Non gli si toglieva mai dal corpo nessuna superfluità, né gli si tagliavano mai né barba né capelli, né unghie. Qualunque cosa mangiasse veniva preparata in recipienti nuovi”

Per poter andare da qualche parte, l’imperatore doveva sempre essere portato da qualcuno, tutte le sue parti del corpo erano sacre, quindi non poteva tagliarsi capelli barba o unghie. Le cure della sua persona potevano avvenire solo durante il suo sonno, perché tutto ciò che accadeva in quel tempo era da considerarsi come “rubato”, perciò non intaccava la sua santità. In più, anticamente, il mikado era costretto a sedere sul trono ogni mattina per ore con indosso la corona imperiale, senza muovere nessuna parte del corpo (compresi gli occhi): era necessario per poter conservare la pace dell’impero. Se invece l’imperatore avesse mancato ai suoi obblighi, una grande sciagura sarebbe ricaduta sul paese.

Lo stendardo imperiale con al centro il crisantemo, simbolo della famiglia imperiale

Il sovrano in questo tipo di società è insieme una fonte di doni e di pericoli, e il popolo esige quindi un’assoluta conformità alle regole stabilite. Nei popoli che stiamo considerando, non è il popolo che esiste per il sovrano, ma esattamente il contrario: la sua vita ha valore fino a quando compie i doveri che la sua posizione esige. Ma appena quest’osservanza prescritta viene meno, devozione, cura e omaggio religioso presto mutano radicalmente, trasformandosi in odio e disprezzo: il sovrano viene deposto e se non viene ucciso è da considerarsi fortunato.

Ovviamente queste gravose imposizioni avevano anche altre conseguenze: poteva accadere infatti che degli uomini, che non erano soggetti ai tabù regali, si assumessero l’onere del potere, diventando di fatto sovrani in tutto tranne che nel nome, mentre la famiglia reale manteneva solo le sue funzioni religiose (in Giappone ad esempio, i mikado diedero il potere supremo alla famiglia dei Taicun, che rimasero alla guida del paese fino al XVI secolo).


FONTI

James G. Frazer, Il ramo d’oro.

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