“In questa società la vita, nel migliore dei casi, è una noia sconfinata e nulla riguarda le donne: dunque, alle donne civili, responsabili e in cerca di emozioni forti non resta che rovesciare il governo, eliminare il sistema monetario, istituire l’automazione globale e distruggere il sesso maschile” (traduzione dall’inglese)

Si apre con questa frase tagliente ed esplosiva “Manifesto SCUM” di Valerie Solanas, scritto potentissimo e dissacrante, considerato oggi una delle pietre miliari della prima ondata del femminismo radicale degli anni 70. La Solanas è una presenza ambigua nel panorama canonizzato del primo femminismo internazionale: c’è chi la considera una pazza, una schizofrenica che non ha mai avuto reale coscienza delle proprie affermazioni, e chi invece la ritiene una figura fondamentale e imprescindibile nelle prime incendiarie rivendicazioni contro il patriarcato e la società maschilista. Fatto sta che, in ogni caso, la sua vita e la sua produzione letteraria non smettono di destare scalpore e interesse ancora oggi: dopo un’infanzia difficile nelle periferie del New Jersey, segnata anche dalla violenza domestica, la Solanas si sposta a New York, dove entra in contatto con la fervente Factory di Andy Warhol e la vita culturale della città. Continua comunque la sua vita in povertà e solitudine, dandosi al vagabondaggio e alla prostituzione, pur persistendo a scrivere e a raccogliere frammenti di pensiero critico sulla società e sull’ipocrita e soffocante disparità tra i sessi.

La potenza rivelatoria di “Manifesto SCUM”, prima scritto e autoprodotto dalla stessa Solanas nel ’67, che lo vende per le strade di New York a 25 centesimi alle donne e a 50 agli uomini, non viene presa sul serio all’inizio: persino Warhol, di cui è famoso lo spirito provocatorio e sovversivo, si dimostra scandalizzato da questi scritti. Il testo, infatti, una raccolta di statements incisivi e duri, si confronta con il binarismo sessuale con cui la Solanas vede la società gerarchicamente ripartita, e capovolge in senso satirico e dissacrante la teoria e il lessico psicanalitico freudiano: è l’uomo in questo caso a divenire l’essere inferiore, secondario, l'”incidente biologico”, soggetto all'”invidia della vagina”. La presa dissacrante del testo si manifesta attraverso il titolo stesso: SCUM (letteralmente: schifezza, feccia) può venire inteso sia come acronimo per Society for Cutting Up Men (società per tagliare fuori gli uomini) sia come parola atta ad indicare quella categoria di donna orgogliosa, emancipata, avventurosa, “strafottente” in contrasto con la donna timorosa di Dio e del Padre, sottomessa, insicura e ancora schiava del patriarcato. SCUM diventa, per la Solanas, l’urlo di tutte le donne che intendono sconvolgere l’ordine costituito e dare vita a una società nuova, radicalmente senza più uomini, dopo secoli di oppressione e di violenze fisiche, sociali, psicologiche.

Valerie Solanas, Manifesto Scum, 1968 (frammento)

“Un’opera dedicata a tutte le femmine insolenti”: così si riferisce a “Manifesto SCUM” Chiara Fumai, giovane artista performativa italiana purtroppo scomparsa lo scorso agosto. Famosissima è infatti l’opera “Chiara Fumai legge Valerie Solanas“, con cui l’artista vince il prestigioso Premio Furla nel 2013. Fumai coglie nelle potenti, scomode e palesemente provocatorie affermazioni della femminista statunitense un’occasione preziosa per risollevare ancora una volta problematiche spinose che, pur dopo 40 anni, rimangono radicate nella società e anche, in particolare, nel mondo dell’arte. La lecture-performance di Fumai prende la forma di una ripresa video in cui l’artista siede di fronte alla telecamera e interpreta, con fervore e un tono quasi febbricitante, brani di “Manifesto SCUM”. Pur non apportando nessuna modifica sostanziale alle parole originali, in un approccio dunque di semplice appropriazione del testo della Solanas, Fumai riesce a rendere questi statements infuriati e dichiaratamente utopici materiale vivo e urgente nella discussione attuale di genere. Senza mai assumere un tono moralistico o pedagogico, Chiara Fumai incarna e digerisce il testo della Solanas trasformandolo in un grido potente, sincero e anche perfettamente lucido, scagliato con forza anche nei confronti di una realtà artistica che non è politicamente corretta e democratica come si finge ma è spesso un sistema chiuso e pieno di scheletri nell’armadio, uno show business maschile ricco di ombre e verità non dette.

Chiara Fumai, Chiara Fumai legge Valerie Solanas, 2013

Sono tantissimi i lavori in cui Fumai incarna letteralmente personaggi diversi e ne fa suoi alter ego, assorbendone la storia e assumendone l’identità nelle sue intense performance: spesso sono donne realmente esistite nella storia, eroine o anti-eroine la cui voce o il cui pensiero hanno bisogno, per l’artista, di essere riportati all’attenzione del discorso storico-sociale attuale, di risuonare ancora una volta rimettendo in discussione l’opinione comune e sollevando nuove questioni. Questo è il caso dell’opera presentata a dOCUMENTA13 a Kassel, nel 2012: in una sorta di casetta da fiaba dei fratelli Grimm, all’interno del Karlsaue Park della città, l’artista ricrea un ambiente surreale, onirico e misterioso, quasi un mondo parallelo che risucchia il visitatore. Due personaggi accolgono l’ospite nella casetta di legno, che diventa scenario di “fenomeni da baraccone pseudoscientifici“: Zalumma Agra (“la stella dell’est”) e Annie Jones (“la donna barbuta”), due donne realmente protagoniste dei cosiddetti freak shows, dei circhi e delle fiere statunitensi di fine Ottocento, mostrate al pubblico per suscitare stupore, divertimento e scherno. Fumai interpreta entrambe le donne in vari momenti della mostra, e ne plasma le parole e il dialogo con gli spettatori fondendo tra di loro testi femministi (come Io dico io o Sputiamo su Hegel, entrambi di Carla Lonzi) ed altre citazioni, per dare forma visibile allo sguardo pungente, maligno ed esotizzante di una società che crea la tipologia dello “scherzo di natura” e di altre sottocategorie sociali su cui esercitare il proprio controllo.

Chiara Fumai, Moral Exhibition House, 2012

La violenza dello sguardo della società ma anche dell’artista maschio, uomo sicuro nella sua posizione di predominio, è un tema forte che compare anche in un altro lavoro di Fumai, la performance “I did not mean or say WARNING” alla Fondazione Querini Stampalia di Venezia, sempre nel 2013. In questo contesto l’artista offre ai visitatori una particolareggiata visita guidata del Palazzo della fondazione, con la sua collezione di dipinti rinascimentali, i suoi ornamenti, i suoi affreschi. Il ritmo placido del tour guidato, ricco di dettagli sulla storia dei dipinti, spesso ritratti femminili che Fumai introduce ai visitatori con estrema accuratezza e professionalità, viene spesso interrotto da un repentino cambio di tono e di espressione: improvvisamente la performer assume e svela il punto di vista dei dipinti, rivela le relazioni oscure e ambigue di queste protagoniste spesso anonime con l’artista che le ritrae. Ad esempio nel caso di Nicolosia Bellini, ritratta da Giovanni Bellini nel suo Gesù Cristo presentato al tempio, data in sposa dal fratello al pittore amico Mantegna per 20 ducati, oppure nel caso di Rosa da Scandona, concubina del pittore Giovanni Catena e da lui ritratta come seducente Giuditta. Le giovani donne, figure esemplari della bellezza e della leggiadria rinascimentali, parlano enigmaticamente attraverso il corpo dell’artista, che come un oracolo o un medium si fa portavoce reale dei segreti scomodi della storia dell’arte. A questi repentini cambi di registro si fondono anche parti di un messaggio misterioso ma intuitivamente aggressivo espresso nel linguaggio dei segni (L.I.S.), che l’artista frantuma e disperde come un virus nel corso della sua performance. Il pubblico si confonde, si inquieta, cerca di decodificare le storie soffocate delle donne cui l’artista dà voce anche attraverso questa successione di segni muti ma disperati, spezzando sovversivamente il ritmo pacato della storia dell’arte istituzionale e del suo sguardo patriarcale.

Chiara Fumai, I did not mean or say WARNING, 2013

“Io sono conservazione, io sono l’oggetto d’amore“, dicono i fantasmi della Fumai, le modelle dei pittori, le concubine, le sorelle, i cui volti interrogano lo spettatore e rimangono evanescenti, come degli enigmi ancora mai risolti, a cui nessuno ha mai veramente dato parola. Tutte le donne della Fumai, i suoi avatar, i suoi alter ego, le sue biografie parallele, da Valerie Solanas a Zalumma Agra, Annie Jones, Nicolosia Mantegna, Rosa da Scandona, ma anche Ulrike Meinhof, Eusapia Palladino e tante altre, sono le voci che non sono disposte a tacere, le storie che sfondano i silenzi in cui sono annullate, derise, limitate, schernite. Chiara Fumai rimane l’incarnazione di quella forza dirompente che condanna la violenza dello sguardo di un mondo che è ancora uomo.

Per poter vedere i video dell’artista qui di seguito i link

“I did not mean or say WARNING”, Youtube

“I did not mean or say WARNING”, Vimeo