Fu al crepuscolo di un vago autunno che sono partito per questo viaggio mai fatto.

Apriamo così, ex abrupto, con le parole di Pessoa, o di Bernardo Soares, eteronimo responsabile, si fa per dire, del Libro dell’Inquietudine. Due brevi inutili parole sull’opera, per la comprensione della quale indirizziamo alla stessa: una raccolta di frammenti sparsi, slegati e disordinati, brecce nell’impossibile mente di Pessoa-Soares o chi per loro, tentativi di domare un mondo caotico o di scompigliare un mondo ordinato. Né un romanzo né una raccolta di versi, ma nemmeno un anti-romanzo, piuttosto qualcosa che cammina in equilibrio fra tutte le polverose categorie nelle quali proviamo a calarlo. E questo basti, torniamo al frammento 26.

Il cielo – impossibile il ricordo – era un avanzo rossastro di oro triste.

Queste parole per apprezzare il lirismo sconfinato dell’autore e per sottolineare un elemento, sapientemente messo in un inciso: impossibile il ricordo. Impossibile considerare questo racconto come un ricordo perché ricordo non è, ma anche impossibile ricordare d’averlo immaginato. La penna di Soares sembra produrre il viaggio mai fatto mentre scrive, partendo da un vuoto assoluto, e proiettare immediatamente il tutto indietro nel tempo, nel ricordo impossibile. Perché questo viaggio mai avvenuto è non avvenuto in un qualche passato recesso nella mente del suo autore.

Non sono partito da un porto conosciuto.

o

Sono partito? Non ve lo giurerei.

Fino a

Giurarvi che sono stato io a partire e non il paesaggio, che sono stato io a visitare altre terre e non loro a visitare me – non posso farlo.

Quanto è forte l’insistenza dell’autore sulla negazione. Affermare di negare con così tanta costanza è in qualche modo paradossale, come tutto il resto. E non possiamo resistere ad associare questo giuramento alla preghiera di Montale, che voleva non gli si chiedesse la parola. Torneremmo ad un vuoto, ad un aroma di assenza, come avrebbe detto un poeta, vuoto ed assenza di significato, di accettabilità, che sono motori per così tanti grandi del Novecento. E tutto questo insistere sul vuoto non può che portare alla mente Maurice Blanchot, ma non parleremo di lui. Invece un’altra suggestione ci preme: questo viaggio immaginario che richiama l’epigrafe di un altro viaggio, quello di Louis-Ferdinand Celine, al termine della notte, viaggio verissimo nonostante l’autore stesso ci avvisi: Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Rimaniamo sospesi, funamboli, ed infatti il viaggio si compie al crepuscolo, momento limbico per eccellenza. Ma d’altronde solo camminando su una fune tesa nel nulla potremmo avvicinarci a Pessoa e ai suoi tanti sé.

Chi vi dice, e a me, che non scrivo simboli affinché solo gli dèi capiscano?

E non siamo adesso condotti da un’altra parte, vicini agli avanguardismi spagnoli, fra ultraisti e creazionisti, fra poeti-dèi e parole solo per questi ultimi? Sicuramente, ma anche no. Non dobbiamo dimenticare il gusto per il paradosso e l’assurdo, sovrani di tutta l’opera, che non potrebbero farci credere a tendenze huidobriane nel nostro. Dobbiamo piuttosto pensare e ricordare che l’intera ragionata sregolatezza è una visione interiore di una visione interiore di Pessoa, una matrioska di interiorità che amplifica la potenza della stessa visione. E non stupiamoci quindi se l’autore si chieda perché ci stia raccontando tutto ciò e che si risponda dicendo che lo fa perché è assurdo farlo. Non potrebbe fare altrimenti, in questa continua e immediata produzione di immagini dove tutto si associa e tutto si dissocia allo stesso tempo, perché questa nostra terra non era nessuna terra.

Dove pari questo articolo è un mistero, vorremmo che lo fosse quasi quanto l’opera alla quale accenna, perché di più non si può fare. Siamo convinti che non si possa parlare con senso compiuto e puntuale del Libro dell’Inquietudine, ma che si debbano far parlare le parole stesse e da sole. E poco importa se non siamo approdati in nessun porto perché forse non siamo neanche partiti.

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