Christopher Nolan è il nostro nuovo Leonardo di Caprio: da Memento, passando per la trilogia di Batman, fino a Inception e per ultimo Interstellar, il regista britannico è l’uomo da Oscar che ancora non è stato degnato dell’Oscar.

Nonostante si sia dimostrato capace di viaggiare a velocità pari sui binari del grande successo di pubblico e dell’elevato livello artistico, l’Academy l’ha sempre snobbato: sarà che il Cavaliere Oscuro non ha fatto presa in quanto genere supereroistico, sarà che pure la fantascienza d’Interstellar è stata considerata eccessivamente pop. Insomma, se si vuole ottenere il massimo riconoscimento cinematografico, serve un tema caro alla giuria degli Oscar: e quale storia più efficace di una storia di guerra?

Dunkirk è l’ultimo film di Christopher Nolan sulla seconda guerra mondiale e racconta le vicende dell’operazione Dynamo, volta all’evaquazione navale delle forze britannico-franco-belga bloccate dalle unità corazzate tedesche stanziatesi sulla costa della Manica. Si tratta di un salvataggio che ha del miracoloso: tra il 26 maggio e il 4 giugno 1940 furono recuperati e portati al sicuro in Inghilterra più di 338.000 uomini attraverso imbarcazioni militari e civili.

Christopher Nolan e Kenneth Branagh sul set di Dunkirk

Causa distribuzione – permettetimi il tecnicismo – sfigata, l’Italia dovrà attendere l’uscita di Dunkirk fino al 31 agosto, ma dai molti Paesi che hanno già potuto godere della visione, arrivano acclamazioni per quello che sarebbe il fulgido ritratto storico su un esempio di solidarietà e bontà della natura umana.

Non sono mancate comunque recensioni più tiepide, se non apertamente negative. In particolare, una polemica sta infuriando su testate inglesi e americane: Dunkirk ignora totalmente quanto ingiustamente il ruolo delle donne e delle minoranze nere e musulmane nelle sopraccitate vicende belliche.

Si tratta di titoli come l’Independent, che apre con “When you watch Dunkirk, remember that it’s a whitewashed version which ignores the bravery of black and Muslim soldiers”. USA Today più moderatamente ritiene che solo un paio di ruoli femminili e nessun principale attore di colore “may rub some the wrong way”. Per poi tornare su toni più accesi con il The Guardian, che definisce Dunkirk come un “fantasy-disguised-as-historical war film”, e lo butta su un’interpretazione pro Brexit perché una personalità come Nigel Farage s’è macchiata della colpa di apprezzare la pellicola. E poi c’è Marie Claire America, che parla di Dunkirk come “an excuse for men to celebrate maleness”. E fermiamoci qui perché ne abbiamo già abbastanza e partiamo con ordine.

Sul ruolo delle donne: è la seconda guerra mondiale, baby. Va dal 1939 al ’45, e nella maggior parte dei Paesi europei le donne hanno avuto accesso al servizio militare volontario solo negli anni Novanta. Già così è abbastanza chiara l’impossibilità di incastrare cronologicamente le donne in un soggetto concentrato su un’operazione militare e che assume solo marginalmente una prospettiva civile sul conflitto. Marie Claire America conclude il suo articolo con “Why not make a movie about women in World War II?”… Ma ben venga! Ci sono tante storie femminili che aspettano di essere raccontate e ricordate, e che non dipingono la donna nella solita poco avvincente cornice della fidanzatina-mogliettina-madre che attende il ritorno a casa del soldato. Ma prendersela con Dunkirk perché non racconta la storia che vuoi tu non ha senso.

Sulle minoranze etniche e religiose: dalla parte del nemico abbiamo un popolo che, fra leggi razziali e manipolazione della “bestia bionda” nietzschiana come “razza ariana”, è difficile comprendesse visi di colore e gente che si piega cinque volte al giorno in direzione de La Mecca. Dalla parte degli Alleati, dobbiamo constatare il fatto che comunque la stragrande maggioranza dei combattenti nella seconda guerra mondiale era di pelle bianca: la Francia ad esempio si impegnò nel colonizzare nuovi territori, ma una rilevante integrazione con i popoli assoggettati avvenne solo a partire dal ’45 con la prima ribellione del Vietnam, e soprattutto dal ’62 con l’indipendenza dell’Algeria.

Certo c’è la questione dell’impero britannico, che vide la partecipazione di un contingente indiano nelle vicende di Dunkerque e nella conseguente operazione Dynamo: il The Guardian gira il dito in questa piaga per sostenere l’accusa di whitewashing, in quanto è innegabile che nelle scene di massa compaiano volti indiani, ma è imperdonabile che tra i BEN DIECI attori impiegati per ADDIRITTURA UN’ORA E MEZZA di film nessuno di essi sia indiano.

Ora, il whitewashing è per definizione la pratica per cui un attore bianco ottiene il ruolo di un personaggio storicamente di un’altra etnia: è lampante la differenza fra una Scarlett Johansson che intepreta Motoko Kusanagi in Ghost in the Shell – ne avevamo parlato proprio qui e qui per il Death Note di Netflix – e un Cillian Murphy nel generico ruolo di “soldato sotto shock” in Dunkirk.

La polemica è forzata, macchinosa, insomma inutile e far degenerare la condanna di trascuratezza storica nel verdetto di un “fantasy-disguised-as-historical war film” è proprio di chi scrive non avendo capito un concetto fondamentale del cinema: il film è finzione per definizione. Se volete totale autenticità e fedeltà, cambiate sala e andatevi a vedere un documentario.

Tom Hardy in una scena del film.

Chiudiamo ribadendo che Christopher Nolan è qualcuno che il proprio lavoro lo sa fare bene: non sarà un’indigestione di politically correct a deviare il giudizio di pubblico e critica sul suo Dunkirk.

Se è un capolavoro, lo sarà.

D’altronde nella Vienna settecentesca Mozart e Salieri a malapena si calcolarono a vicenda: ma questo non rende Amadeus di Miloš Forman un’opera d’arte meno eccelsa.

Fonti:
Independent UK
The Guardian
USAToday
MarieClaire

Credits:
http://leganerd.com/wp-content/uploads/2017/07/Dunkirk-seconda-featurette.jpg

http://www.badtaste.it/2017/08/05/dunkirk-nolan

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