Vorrei parlarvi dell’ansia
dell’ansia del – angoscia –
l’ansia dell’ essere
con_tem_po_ra_nei. L’ansia
di essere lingua tua propria
sociale, epocale, vento in poppa,
che ti porti sulla giusta rotta;
altrimenti il pioppo ombroso
ti faccia da contesto onnivoro, Titiro.
Vorrei, già!, vorrei (…). Così
ti viene il male ad usare Helàs,
perché troppo manieristico – con tono
contemporaneo, quello sì che è
contemporaneo – e, ahimè – ancora?,
ma è un viziaccio – Oh, lo è!, è un vizio!,
sì!, una catalisi ormonale,
residuo di unghie e pollici,
è un vizio desueto: si chiama
aritmia del pensiero. Un vizio,
la ricerca di un canale che sia a Tempo.
Come se la musicalità si misurasse
in base al Mi piace appena messo su
F… Ah, che pena e schifo.

No, io voglio parlarvi del metro, dell’Helàs,
dei limoni, degli arbusti, di Melibeo e Titìro;
di crasi e frasi, inerpicazioni e ipermetri,
incapacità lessicale, improprietà del linguaggio,
atonie e fraintendimenti:
piuttosto che secolare preferisco appartenermi,
farmi mio, andando incontro
alle pialle allocutorie dell’assurdo altrui.
Il piacere di me stesso sarà
qualcosa di antico. Antico
come la radice di rododendro
appena spuntato sul davanzale
di un terrazzo in viale Margutta, Milano.
Sperando infine ci si ricordi dell’eresia,
dell’alternativa all’imitazione, sperando
che la poesia sia anche Memoria, oltre
che annichilimento; sì. Non voglio più
parlarvi di strade, macchine, ultimi
modelli (l’appena). Voglio un come di distonìa del verso;
e che contenga l’origine, il migliore
dei mali: la crisi conclamata di una
contemporaneità mai esistita; il non solo.