Secondo lo psicologo Johan Huizinga, l’uomo non perde mai la capacità di giocare, nemmeno nella vita adulta e, proprio attraverso il gioco, può esprimere a pieno la propria personalità. Ciò avviene sia nel gioco di gruppo sia, soprattutto, nel gioco solitario quando il soggetto è libero di essere se stesso perché non osservato.

Il gioco spontaneo e solitario, infatti, è stato utilizzato dalla psicoanalista Melanie Klein per esplorare meglio l’inconscio dei suoi piccoli pazienti, tanto che il suo studio era una sala giochi in cui il bambino poteva scegliere autonomamente un giocattolo e utilizzarlo a proprio piacimento, mentre la studiosa lo osservava senza che lui lo sapesse. Infatti la psicoanalisi, che utilizza come mezzo privilegiato la parola, si ritrovò spiazzata davanti alla necessità di analizzare i bambini che non padroneggiano ancora a pieno il linguaggio. Melanie Klein comprese che alla base del gioco vi è la spontaneità e che esso è il mezzo primario con cui i bambini comunicano tra di loro e mostrano le preoccupazioni e le paure –ad esempio da una violenza ricevuta deriva un gioco particolarmente violento, con il bambino agente e padrone della situazione-.

Davanti alle esperienze traumatiche, Donald Winnicott codifica i metodi spontanei con cui i bambini le attraversano. Il gioco crea uno spazio magico intorno al bambino in cui egli può unire le sue esigenze a quello che gli viene imposto dalla realtà, dove non ha possibilità di scelta. Molti bambini hanno un oggetto transazionale –il tipico orsacchiotto- con cui sostituiscono momentaneamente la madre, traendone la medesima sicurezza che traggono dalla figura genitoriale. Poiché i bambini controllano il mondo del gioco, come sottolinea Sigmund Freud, riescono a sublimare una mancanza della realtà e a sopravvivere a traumi ripetuti, con stratagemmi che gli adulti con il tempo perdono e disimparano.

Un altro modo in cui il gioco aiuta i bambini ad affrontare la vita è attraverso il gioco simbolico, analizzato da Jean Piaget. I bambini tra i 3 e i 6 anni spesso giocano a “fare finta di essere…”, sia in gruppo che da soli. Oltre a copiare atteggiamenti di persone presenti, assimilano anche i comportamenti tipici di determinati ruoli –come madre, padre, insegnante- e li riproducono anche in loro assenza. Questo meccanismo viene chiamato imitazione differita e dimostra che stanno formando il concetto di ruolo nella loro mente e che sperimentano i ruoli che assumeranno in futuro, così da riuscire poi a sceglierne uno. Ed in questo periodo, infatti, iniziano a scoprire la loro identità di genere.

Crescendo, il gioco viene sostituito da altre attività, ma rimane sempre un momento di stacco dalla realtà, che rende liberi e appaga quei desideri che nella realtà non si possono realizzare.

Fonti:
Psicologia, i motivi del comportamento umano, Anna Oliverio Ferraris e Alberto Oliverio, Zanichelli, 2007
La conoscienza e la ricerca, Ugo Avalle, Michele Maranzana e Paola Sacchi, Zanichelli, 2002

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