Osposidda è una delle aree più remote e selvagge della Sardegna, e probabilmente d’Italia. E forse, per capire la logica di ciò che successe in quella zona il 18 gennaio 1985, bisognerebbe conoscere la forte mentalità e le radici culturali che tutt’oggi permeano la società barbaricina.
Gli avvenimenti di quel giorno sono stati presentati dai media come una storia cruenta ma a lieto fine, tuttavia analizzando a freddo le dinamiche, l’irrazionalità che ha guidato le azioni dei protagonisti ha del grottesco.

Tutto è cominciato con il sequestro di Tonino Caggiari a Oliena, da parte di una banda criminale costituita per lo più da ex galeotti. Al tempo in Sardegna i sequestri erano tristemente frequenti, ma questo fu diverso.
Caggiari era un imprenditore facoltoso ma ben voluto nel suo paese e, al contrario di quanto accadeva di solito, gli abitanti quando appresero la notizia non coprirono il fatto ma partirono alla ricerca del concittadino insieme alla polizia ed ai carabinieri. Una ricerca svolta da un centinaio di persone, che durò solo qualche ora poiché i locali, al contrario delle autorità, conoscevano alla perfezione quelle campagne, compresi i posti più nascosti.

Intorno a mezzogiorno Caggiari venne rilasciato, e trovato incolume in un bosco dagli abitanti di Oliena. Ma fu a questo punto che la vicenda prese una piega quantomeno controversa, poiché durante le 6 ore successive ci fu una vera e propria battaglia tra le forze dell’ordine e i sequestratori.

Conflitto di Osposidda, di Giovanni Ricci,, via Wikimedia Commons

Questi ultimi avevano a disposizione un vero e proprio arsenale che usarono contro gli agenti, i quali diedero la caccia ai malviventi nella macchia intorno al paese. Alla fine dello scontro il bilancio fu drammatico: 5 morti – un poliziotto e 4 banditi. Oltre al soprintendente Vincenzo Marongiu, persero la vita Giovanni Corraine, Salvatore Fais, Giuseppe Mesina e Niccolò Floris. L’elemento che rende questa triste storia oggetto di dibattito, è stata l’effettiva ostilità dei sequestratori, e la necessità di dar vita alla caccia. Gli “antagonisti” avevano rilasciato l’ostaggio incolume e, secondo la logica del gesto, avrebbero dovuto accettare una resa. Ma secondo quanto venne riportato, i sequestratori decisero incoerentemente di intraprendere un’improbabile quanto tragica azione omicida-suicida. Particolarmente cruenta fu la morte di Floris, ultimo a cadere, crivellato dai colpi di arma da fuoco.

In queste terre così remote molto spesso le autorità sono viste come il nemico, dal momento che i cittadini vengono abbandonati nelle loro difficoltà. In questa storia però gli abitanti del posto sono corsi al fianco della polizia, solitamente vista con diffidenza, pur di salvare l’ostaggio.
Ma la mano dello stato per alcuni è andata oltre. Non solo per l’uccisione di banditi, ma soprattutto per il gesto irrispettoso ed evitabile, che ha concluso la vicenda. Le volanti nelle quali erano sistemati i quattro cadaveri a fine giornata sfilarono rumorosamente al centro del paese, come tradizionalmente accade al termine della caccia al cinghiale. I barbaricini non dimenticarono mai il controverso episodio, nel quale è difficile capire chi furono realmente buoni e i cattivi.

E la canzone Osposidda di Piero Marras, cantata in sardo, spiega bene lo stato d’animo di chi ha vissuto quella tragedia: ”Sonende bos passizan finas in s’istradone: omines assimizan a peddes de sirbone”. Tradotto in italiano: suonando le sirene e i clacson, vi esibiscono anche in corteo per la strada, uomini esibiti al pari di pelli di cinghiale.


Fonti:

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1985/01/19/battaglia-orgosolo-cinque-morti.html

https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?lang=it&id=25903