di Lorenza Castellani

C’era una volta un libro, con la sua bella copertina, un indice, la prefazione e una storia da raccontare. Lo si poteva trovare sopra i comodini di molti italiani, nei salotti, tra le mani di giovani, adulti e anziani.

Prima dell’avvento della televisione, la lettura era un mezzo che permetteva di sognare, amare, evadere o di conoscere culture diverse dalla propria. Emblematica a tal proposito la figura di Jane Austen che nell’omonimo film viene rappresentata come una ribelle proprio perché intenta a leggere testi di autori che parlavano di viaggi, avventure, storie di amori impossibili. Far navigare la propria fantasia e, soprattutto, mettere in moto il proprio pensiero, erano considerati inappropriati per chiunque si volesse identificare con uno status di un certo livello. Oggi possiamo dire, con un certo rammarico, che è esattamente il contrario.

Nel Maggio 2013 è stata diffusa la sintesi del Rapporto Cepell-Nielsen, il Centro per il Libro e la Lettura, dal titolo “L’Italia dei libri. Un anno, le stagioni, due trimestri a confronto”. Sebbene essi non siano aggiornati al 2015, propongo un’analisi di questi dati perché sono estremamente esaustivi e forniscono un quadro completo rispetto a molte delle variabili da prendere in considerazione quando si affrontano questi temi.

Facciamo un breve ma doveroso richiamo al metodo d’indagine. Il campione preso in considerazione è stato assai significativo: 3000 famiglie al mese per dodici mesi, ruotate all’interno delle 9000 famiglie totali. Ad ogni membro della famiglia di età maggiore o uguale ai quattordici anni è stato inviato un questionario auto-valutativo, contenente informazioni relative a ciascun acquisto e ciascun libro letto. Vi sono stati 5600 rispondenti ogni mese. L’Italia è stata suddivisa in quattro aree, corrispondenti a Nord-Est, Nord-Ovest, Centro e Sud. Un importante indicatore preso in considerazione è stato quello dell’affluency, ossia la classe socioeconomica di appartenenza.

Ebbene, considerando i dati relativi al triennio 2011-2013, si segnala un calo sintomatico sia per quanto concerne la percentuale di lettori (dal 49% al 43%) sia per gli acquirenti (dal 44% al 37%). Si notano profonde differenze anche per quanto riguarda la distribuzione geografica, l’affluency e il titolo di studio considerati nelle percentuali: infatti, si legge di più soprattutto al Centro-Nord, tra le fasce di reddito più elevate e tra chi possiede un titolo di studio più alto.

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I motivi enunciabili alla base di questa drammatica riduzione di lettori in Italia possono essere innumerevoli: le ore passate di fronte alla televisione, l’avvento dei social network, che hanno abituato ad una fruizione veloce e semplicistica delle notizie, il poco tempo a disposizione per chi lavora tanto per mantenere una famiglia e poi arriva a casa e riesce solo a dormire, il semplice disinteresse. Vi è anche la mancanza di serenità, da intendersi come il frutto amaro di un periodo di crisi economico-finanziaria. Quando il tuo bisogno primario è quello di portare il pane a casa a sera, per così dire, la mente ingombra di pensieri non ha spazio per concentrarsi su un libro. Tuttavia, credo che la causa maggiore sia da rilevarsi in una tendenza diffusa oggi tra le fila dell’italiano medio, ossia la propensione alla passività. Con questa espressione intendo dire che ogni giorno siamo bombardati di stimoli che ci spingono ad essere testimoni inerti di una vita che ci sfugge tra le mani, anche se fortunatamente a questo meccanismo si sottrae una buona fetta di popolazione che, parafrasando una famosa poesia attribuita a Pablo Neruda, non si lascia morire lentamente diventando schiavo dell’abitudine, delle passioni e dei consigli sensati.

Un discorso a parte, poi, dovrebbe essere fatto sul tipo di libri che vengono letti. Perché, ma questa è un’opinione personale, i libri non hanno tutti la stessa dignità. In testa alla classifica vi è, infatti, il genere “narrativa”, che da sempre raccoglie un miscuglio di autori e testi d’indubbia rilevanza artistica. Come dimenticare, a tal proposito, l’emblematico caso letterario di “Cinquanta sfumature di grigio” e seguenti, un romanzo simil-porno tanto famoso da essere divenuto un film.

L’immagine che emerge da questa panoramica è alquanto debilitata e debilitante. Un’Italia frammentata geograficamente, economicamente e artisticamente, con una forte propensione al pensiero appreso e uno spirito critico azzerato, appunto, dalla quasi totale assenza di un background letterario di sostegno. Sopra i nostri comodini troviamo solo smartphone e tablet. C’era una volta un libro e forse, un giorno, non ci sarà più.