Pessoa è forse uno degli autori più tormentati e complessi del secolo scorso; uomo dalle mille personalità, a cui dava vita propria e che riversava nella sua opera poetica, ebbe una vita tutt’altro che avventurosa: un futuro assicurato da un vivere modesto come traduttore di corrispondenza commerciale, pochi viaggi, pochi amori, uno solo per l’esattezza, grande, di nome Ophèlia Queiroz, che tuttavia non riuscirà a tenere con sè.

Come può convivere una personalità artistica così ricca ed eccentrica accanto ad una vita scandita dalla solitudine e dalla monotonia? Forse, vien da pensare che Pirandello avesse ragione quando diceva “La vita o si vive o si scrive, io non l’ho mai vissuta, se non scrivendola”.
E così Pessoa, che in una lettera all’amico Adolfo Casais confessa: “L’origine dei miei eteronimi è il tratto profondo di isteria che esiste in me. L’origine mentale dei miei eteronimi sta nella mia tendenza organica e costante alla spersonalizzazione e alla simulazione. Questi fenomeni, fortunatamente, per me e per gli altri, in me si sono mentalizzati; voglio dire che non si manifestano nella mia vita pratica, esteriore e di contatto con gli altri; esplodono verso l’interno e io li vivo da solo con me stesso”.

Addirittura, potremmo dividere la produzione artistica di Pessoa in due filoni distinti: le opere firmare con il suo vero nome, e le opere firmate con i suoi vari eteronomi. Si parla di eteronomi e non di pseudonimi, proprio perchè Pessoa non si limitava a creare nomi e cognomi fittizzi: egli dava vita ai suoi personaggi, conferiva loro una personalità distinta, un sentire proprio, addirittura un proprio luogo e data di nascita e di morte.
È questo il caso di Alvaro de Campos, nato a Tavira, in Portogallo, alle 13.30 di un 15 ottobre del 1890. Poeta decadente, aderisce prima al simbolismo per poi approdare al futurismo. Campos forse fu il personaggio più preponderante della vita di Pessoa, tanto da rischiare di compromettere la stessa relazione con Ophèlia: il poeta parlava all’amante di Campos come fosse una persona reale, anzi, prepotentemente più volte Campos si intromise nel loro rapporto di coppia, definendo un pericoloso triangolo amoroso. Così il poeta in una lettera del 28 maggio 1920 scriveva all’amata: “Asciuga le lacrime, mio Bebè! Hai da oggi dalla tua parte il mio vecchio amico Alvaro de Campos, che di solito è stato contro di te”.

Non meno importante nella vita dell’autore sarà Ricardo Reis: medico monarchico, ateo, materialista, epicureista. Si trasferirà in Brasile a seguito della proclamazione della Repubblica in Portogallo, e da lì si perderanno le sue tracce (a tal proposito è molto interessante la lettura di L’anno della morte di Ricardo Reis, racconto con il quale Saramago porge il suo estremo saluto a Pessoa, immaginando ciò che resta della vita di Reis, facendolo tornare in Portogallo per poi farlo morire nel 1936, un anno dopo la morte effetiva di Pessoa).

Così anche Alberto Caeiro, primo tra tutti gli ortonimi, poeta-filosofo di campagna, Bernardo Soares, animo tormentato, sdoppiamento dell’animo di Pessoa, e ancora, Chevalier de Pas, Alexander Search, Raphael Baldaya, Antonio Mora, A.A. Crosse, Abilio Quaresma e altri ancora.

Questa enorme attività letteraria ci consente oggi di contare 132 testi in prosa e 299 in poesia. Ed è proprio nelle poesie che riusciamo a scorgere il più vivo sentire di Pessoa, che si esprime sia in portoghese, sua lingua madre, sia in inglese, lingua d’adozione: ad appena 8 anni infatti, in seguito alla morte del padre, si trasferisce in Sudafrica, per seguire il nuovo marito della madre, console a Durban. Lì resterà fino al 1905, quando tornerà a Lisbona per iscriversi alla facoltà di lettere, che abbandonerà dopo due anni.
La sua produzione poetica in inglese è raccolta sotto il titolo Il Violinista Pazzo, volume all’epoca della sua stesura molto più corposo di quello che ci perviene oggi. La storia della raccolta difatti è travagliata: Pessoa aveva proposto la sua pubblicazione del volume, che all’epooca contava 53 poesie divise in 8 capitoli, in Inghilterra nel 1917, ma dopo un rifiuto da parte dell’editore per impossibilità non ben precisate, l’opera subirà una serie di cambiamenti, adattamenti e frantumazioni, venendo pubblicata a sprazzi su varie riviste.

Solo nel 1988 le poesie (benchè solo 29 delle 53 iniziali) hanno visto la luce in una raccolta dal titolo O Luoco Rabequista ad opera del poeta Josè Blanc De Portugal.
In un atmosfera spesso del tutto surreale, irradiata dal chiarore della luna e resa magica da danze di folletti, Pessoa nel The Mad Fiddler, cerca di creare un legame tra il tempo e la propria coscienza, interrogandosi sullo scorrere delle Ore, sul Significato Ultimo della vita, sulla Morte. Si rapporta a questi interrogativi ora pieno d’angoscia, ora in preda ad un’euforia apparentemente ingiustificata, ora stanco, saggio, annichilito, rassegnato, in un gioco di ruoli, prospettive e opposizioni che gli valgono l’atributo di Grande che gli è stato dato.
Ed è in quest’opera che, con una lucidità disarmante, si erge come tema portante il tema della pazzia, rivissuta dal poeta sia nella sua esperienza umana sia in quella letteraria, pazzia che lo accompagnerà per tutta la vita.

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