Così uno dei primi versi della poesia Fuisse di Andrea Zanzotto, all’interno di quell’indimenticabile raccolta che è Vocativo. Questa vorrei fosse la base della mia argomentazione: l’odierna difficoltà o addirittura mancanza di espressione.

Oggi la comunicazione diventa un punto centrale della nostra vita: social network e nuovi media permettono, e anzi impongono, possibilità di comunicazione potenzialmente infinite, che tuttavia si traducono spesso in enunciati di tipo fàtico, continuamente riaffermanti la presenza stessa del canale. La comunicazione non ci serve più per comunicare, ma per rassicurare noi stessi della nostra esistenza. Perché la scelta poetica, dunque? Il problema della lingua si è riproposto diverse volte ai professionisti della parola in tutta l’intera storia italiana. Da Manzoni a Verga, da Pascoli a d’Annunzio la questione linguistica si è ripresentata in tutta la sua forza e complessità. Oltre alla necessità di una lingua unica e comprensibile, questio che come ben sappiamo ha travagliato assai, fra gli altri, Don Alessandro, la scelta del genere letterario si impone qui all’attenzione. Se è vero la che la civiltà del romanzo in Italia si è sviluppata tardi e non ha forse ancora dato i suoi frutti migliori (ora che anche la forma classica del romanzo è ormai agonizzante), la prosa sembra oggi preponderante, vorace, pervasiva, e la poesia languente sullo sfondo. Eppure anche nel secondo Novecento essa non è mai morta: dalla tetrarchia Sereni-Luzi-Bertolucci-Caproni ai poeti dell’avanguardia del ’63, ai più diversi Raboni, Giudici, Zanzotto, il linguaggio poetico ha sempre occupato un posto di rilievo nella nostrana repubblica delle lettere.

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Mi piace pensare che la ragione di questa immanenza e pervasività della poesia non stia oggi nella tradizione secolare o in quell’aura di onore che la circonda, ma quanto piuttosto nelle capacità insite in questo linguaggio. Capacità che sono quelle di scrutare ed indagare il mondo con una profondità insolita, alla ricerca, sempre per seguire Zanzotto, del punto in cui il significante coincide col significato:

Hölderlin: “siamo un segno senza significato”:
ma dove le due serie entrano in contatto?
Ma è vero? E che sarà di noi?
E tu perché, perché tu?
E perché e che fanno i grandi oggetti
e tutte le cose-cause
e il radiante e il radioso?

(Sì, ancora la neve, in La beltà)

Il linguaggio poetico risponde così alla funzione di porre ordine nel caos, e perché no, anche talvolta il caos nell’ordine, funzione primaria di conoscenza, di indagine esistenziale sulle cose del mondo. Linguaggio che non è solo quello dei poeti laureati, ma che spesso nel Novecento ha esplorato tutte le sue possibilità, dal balbettio prelinguistico al lessico specialistico, all’ermetismo verbale. È proprio la pressante e angosciante serie di domande che i poeti pongono al mondo e le parole che ne trovano in risposta l’argomentazione più efficace riguardo la questione della scelta poetica. Si tratta di restituire all’uomo un linguaggio che sia suo proprio, intimo e riconosciuto, in un mondo ormai privo di “dialetto”. Per dirla alla Baudelaire, «Le language des fleurs et des choses muettes!»

Samuela Serri