di Simone Bava

La Germania sorprende. Alle ripetute accuse di essere solo superficialmente interessata a un’emergenza umanitaria che tocca da anni i Paesi al sud dell’Europa, eccola rispondere mettendosi in prima linea, improvvisa sostenitrice dell’accoglienza e baluardo per i disperati del mondo: «accoglieremo i siriani», grida orgogliosa Angela Merkel. E stimola il resto dell’Unione a fare altrettanto.

È un gesto decisivo, ma che non resta immune agli interrogativi dei più scettici: a ragione o a torto, in molti hanno notato la precisazione della cancelliera sull’origine dei migranti di cui è disposta a farsi carico e le possibili interpretazioni di questo fatto non rendono onore al gesto tedesco.

In effetti, i siriani non sono migranti come gli altri. Non scappano da carestie, epidemie o povertà. Almeno fino al 2011, la Siria ha goduto di un economia forte, capace di soddisfare le esigenze primarie della maggior parte della popolazione e di garantire l’istruzione obbligatoria dai 6 ai 12 anni . Il tasso di alfabetizzazione è superiore all’80% e si ha una discreta frequentazione delle Università, Statali o private che siano.

La guerra Il demone da cui questo popolo fugge è la guerra. Da alcuni anni la Siria è il teatro di un feroce conflitto civile. E sarebbe riduttivo distinguere buoni e cattivi, essendo entrambe le fazioni fautrici di violenze indescrivibili sia contro i civili sia contro le milizie avversarie.

Siria è il nome di un Paese che sta implodendo. Sui due fronti si trovano il Governo legittimo di Bashar al-Asad, responsabile di imponenti azioni repressive contro dissidenti politici – anche nei confronti di manifestazioni pacifiche – e i ribelli, frammentati in numerosi gruppi per lo più in competizione tra loro. Tra questi gruppi spunta l’ISIS, un nome noto alla cronaca di tutto il mondo.

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L’evoluzione del conflitto – Non è fuori luogo sostenere che il presidente siriano Bashar al-Asad abbia ereditato la carica dal padre, nonché il pugno di ferro nel trattamento dei dissidenti.

Ed è proprio la scioltezza con cui l’esercito è fatto avanzare contro i civili – addirittura durante manifestazioni totalmente pacifiche –, in aggiunta alle molte insoddisfazioni nei confronti di un governo tanto repressivo, a instaurare quel circolo vizioso che esploderà in una feroce rivolta, alimentato dall’entusiasmo della Primavera Araba dai territori vicini. È il marzo 2011.

Il malcontento cresce e divora il popolo. Nemmeno i reparti dell’esercito ne sono immuni. In poco tempo si contano i primi ammutinamenti di decine, poi centinaia e infine migliaia di soldati decisi a schierarsi dalla parte dei ribelli. Si forma così l’Esercito Siriano Libero (ESL), un fattore nuovo, dalle risorse e dalle capacità organizzative tali per cui si arriva a scontri sempre più aspri e violenti. Per farla breve, si passa da una ribellione frammentata alla presenza di un movimento coordinato a cui aderiscono gruppi minori.

Trascorrono i mesi e l’aggressività delle battaglie aumenta, senza dare tregua alla popolazione, sempre meno rappresentata dalla fazione ribelle. Infatti, se fino ad ora il conflitto ha avuto una natura politica, nel 2013 assume colori diversi. Colori caldi e asfissianti. Tra i gruppi alleati all’ESL, sono gli estremismi islamici ad acquisire autorità e autonomia crescenti; uno, in particolare, emerge in mezzo a tutti gli altri: il Fronte al-Nusra, che raccoglie la branca irachena di al-Qaeda, detta anche Stato Islamico dell’Iraq o ISI.

Le offensive del Fronte al-Nusra obbligano gli altri gruppi ribelli e l’esercito legittimo a indietreggiare. Massacri, distruzioni e violenze sono all’ordine del giorno; città intere vengono distrutte e centinaia di persone costrette a convertirsi all’Islam, molte altre umiliate, imprigionate e uccise: la cronaca mondiale ha raccontato con molta attenzione queste violenze. Violenze che sono destinate ad aumentare, perché il successo del Fronte al-Nusra permette all’ISI di accrescere la propria potenza, di organizzarsi in modo autonomo, distaccandosi dal Fronte stesso, di autoproclamarsi come Stato Islamico dell’Iraq e del Sol Levante (ISIS o ISIL) e di compiere le stragi di cui siamo giorno per giorno tenuti a conoscenza.

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Gli altri Paesi – Non è chiara la posizione della Comunità Internazionale nei confronti della questione siriana. Certamente le potenze russe e statunitensi hanno offerto il proprio supporto rispettivamente al governo legittimo e alla ribellione. Nonostante le interpretazioni azzardate  che sono state fatte sul ruolo degli Stati occidentali, gli esponenti della maggior parte dei Paesi sembrano trovare un punto di incontro sempre più direzionato all’annientamento dell’ISIS, riconosciuta internazionalmente come associazione terroristica.

Quindi, chi sono i siriani? – I siriani sono un popolo a cui è stata rubata la serenità; serenità che cercano in altri Paesi – prima tra tutti, la Turchia. Sono persone quotidianamente condannate a morte da un governo che dovrebbe tutelarle e da ribelli che issano la bandiera della libertà. In questo momento, la Siria è solo un campo di battaglia. L’attenzione e le risorse dell’intera regione sono pateticamente concentrate su una lotta per il potere, mentre l’equilibrio e l’armonia sociale costituiscono gli ultimi interessi dei contendenti. Tutte le parti coinvolte sono responsabili di quella che si può definire la deportazione del nuovo millennio. Un evento terribile che sta facendo la storia.

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