Quando è iniziata a circolare la notizia che Jake Bugg fosse in procinto di ultimare il suo terzo album solista, il mondo musicale è andato in fermento.

Più che legittimo, direte e, in effetti, non avete tutti i torti.

Jake Bugg si è affacciato nell’industria musicale come un uragano; del 2012 è, infatti, il suo esordio eponimo. Un’opera coerente, forte, coesa. In quel disco il cantautore di Clifton ha espresso magistralmente la sua poetica intrisa di malinconia per amori non corrisposti e amarezza per amici persi dietro a droghe più o meno pesanti.

Questa opera gli ha portato decisamente moltissima notorietà, contratti discografici importanti  -con la EMI-, paragoni con Bob Dylan e Johnny Cash. Oltre alle attenzioni di Noel Gallagher (Oasis) e del mega-produttore statunitense Rick Rubin. Lui  -solo un anno dopo- lo spinge a registrare un secondo album: “Shangri La”.

Il secondo è album è, nella maggior parte dei casi, il giro di boa di un artista: proseguire con una direzione o inserire sperimentazioni sonore.

Sotto l’attenta cura del suono di Rick Rubin, il nostro Jake Bugg si è aperto ad un suono ancora più commerciabile di quanto già non fosse in precedenza, con un fortissimo singolo come A Song About Love, che ha monopolizzato le radio di tutto il mondo per un annetto e mezzo. Tuttavia, questo disco risente di una produzione fin troppo curata, troppo perfetto tutto.

Non che sia, necessariamente, un male una produzione del genere. La forza di Jake Bugg stava -e sta- nella sua voce sbilenca, al limite dell’intonazione, e nel suo modo di suonare sporco. Alla Johnny Cash, appunto.

Saltiamo di tre anni e arriviamo al 27 maggio 2016: data di uscita di “On My One”, la sua terza fatica discografica.

Già dal primo ascolto (e dalle foto di Bugg in rete) è palese che il suo stato psicofisico non sia di quelli ottimali.

   Jake Bugg decisamente imbolsito durante il lancio del disco (da Jake Bugg (@JakeBugg) | Twitter)

Suoni, parole, arrangiamenti e copertina sembrano un’accozzaglia di idee buttate in un calderone e mescolate fino a farle diventare una poltiglia senz’anima.

Andiamo con ordine.

Innanzitutto, a livello di suoni ci troviamo in una situazione terribile. Le canzoni non sono coese. Non si legano l’una all’altra, come se fossero un progetto più ampio; non indagano o approfondiscono sonorità già utilizzate in passato.

Semplicemente si passa da pezzi country come On My One e Put Out The Fire, a terribili cross-over funk-dance come nel singolo Gimme The Love. Per arrivare a un orribile pezzo rap  -anticipato da un pezzo ispirato dal Bon Jovi più trash. Totale imbarazzo.

I pezzi non hanno un’identità sonora, con dei singoli terribili che non rimarranno sicuramente nella storia della musica. A questo si aggiungono delle scelte liriche non azzeccate, secondo noi de Lo Sbuffo.

Le sue canzoni d’amore, in passato, facevano emozionare, ora sembrano il lamento di chi non vuole assumersi le proprie responsabilità. Di chi ha una confusione talmente grande in testa da non riuscire a scindere la vita lavorativa da quella amorosa. Più volte all’interno del disco viene buttata la croce addosso, per la fine di una relazione, ad una fantomatica Lei che, poveraccia, non l’ha capito in un momento di difficoltà.

It’s getting old and it’s all your fault

Because I won’t do what I’m told

(Bitter Salt)

Ascoltare questo disco è stato difficile soprattutto per le grosse aspettative che si riponevano in un artista che, evidentemente, non è ancora pronto per spiccare il volo da solo.

Come Icaro, ha provato a toccare il Sole e si è bruciato.

Speriamo solamente che questa bruciatura e che questo (enorme) passo falso gli inspessiscano la pelle e lo facciano tornare più forte e sicuro di sé, con un disco che possa farci ricredere tutti.