I libri hanno il potere di trasportare chi li legge in luoghi esotici, fantastici, immaginari, assurdi. Pochi però lo fanno in modo così convincente e offrendo ottimi spunti di riflessione come L’inattesa piega degli eventi di Enrico Brizzi, pur con una prosa molto semplice ed essenziale, quasi da racconto di cronaca giornalistica.

Questo romanzo ucronico è ambientato negli anni ’60 di un’Italia il cui destino nella Seconda Guerra Mondiale è stato completamente diverso: avendo deciso di rimanere neutrale fino al ’43 per poi entrare in guerra al fianco degli Alleati, il nostro paese ha potuto sedersi al tavolo dei vincitori nelle conferenze post-conflitto ed è diventato una grande potenza mondiale. Mussolini ha quindi potuto rimanere al potere, Capo di Stato di un’Italia laica, repubblicana e littoria che cerca di diffondere il fascismo nelle colonie e nelle repubbliche associate: Albania, Grecia, Libia e soprattutto Africa Orientale, dove la maggior parte del romanzo si svolge.

Nella Grande Storia si inserisce quella piccola di Lorenzo Pellegrini, donnaiolo incallito e noto giornalista sportivo. A seguito della conquista della figlia del suo editore, il protagonista viene mandato per punizione in Africa Orientale a seguire il campionato nazionale di calcio. Qui, in un groviglio di Presidenti dai modi provinciali, uomini d’affari, filantropi, forti passioni e rivolte contro il regime, scopre un mondo meno noto ai più, un mondo settario, in cui le tensioni tra colonizzatori e locali vanno in scena ogni domenica sui campi di calcio e ci fa scoprire un’Italia diversa ma perfettamente credibile, tanto da esplorare le “eterne passioni degli italiani: calcio, amori facili e autoritarismo”.

Sfogliando il romanzo è impossibile non innamorarsi delle vicende del San Giorgio, squadra di Addis Abeba che riunisce etiopi e altre etnie in una multiculturalità che è poco rappresentativa dell’Africa Orientale Italiana. Soprattutto, anche se si può non simpatizzare per Lorenzo Pellegrini, un italiano che come tanti non prende posizione, è impossibile non volerlo accompagnare nei suoi viaggi. Questi posti lontani prendono forma, colore e diventano quasi familiari quando il protagonista si siede nei ristoranti di Asmara per una pizza.

La prosa di Enrico Brizzi, come detto, contribuisce a dare al tutto un tono di realtà, così come i frequenti intermezzi di storia della seconda guerra mondiale e degli avvenimenti politici correnti: proprio in questo vortice l’inizialmente ignavo Lorenzo viene trascinato da Ermes Cumani, ala talentuosa e dissidente politico di professione, che alla fine riesce a far prendere posizione al protagonista, almeno parzialmente.

L’Italia e le colonie infatti sono in subbuglio perché Mussolini è sul punto di morire, i Paesi assoggettati ne approfittano per ottenere l’indipendenza e i dissidenti politici – di cui Lorenzo finisce col far parte, più o meno consapevolmente – per ottenere la democrazia. Democrazia che però arriva monca in un amaro finale, in cui l’arte del compromesso e l’individualismo sembrano emergere come altre passioni facenti parte del nostro carattere nazionale.

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