Poco tempo fa ho sentito una frase di un film che mi ha incuriosita: “L’oblio è una facoltà attiva: significa che si può scegliere cosa dimenticare”.

È davvero così? E perché dovremmo scegliere cosa dimenticare? Non è un meccanismo un po’ forzato, quasi un’arroganza nei confronti del destino o di qualunque cosa ci abbia portato a vivere una certa esperienza?

Ho trovato qualche risposta alla mia curiosità nel volume di Furio Semerari “Il gioco dei limiti: l’idea di esistenza in Nietzsche”.

Semerari scrive che nelle prime battute de «II Dissertazione» dell’opera “Genealogia della morale” Nietzsche “sottolinea l’importanza, ai fini dello sviluppo della esistenza umana, del dimenticare. Il dimenticare è qui inteso […] come il consapevole allontanarsi dell’uomo da qualcosa che ha rappresentato, fino a quel momento, un’esperienza fondamentale o comunque significativa della propria esistenza, sì da potersi aprire a una nuova, diversa esperienza. Dimenticare sta nel distanziarsi dell’uomo da qualcosa in vista del suo disporsi a qualcos’altro. Dimenticare non è una semplice vis inertiae, come ritengono i superficiali, ma piuttosto una capacità attiva.

Perché per Nietzsche è così necessario dimenticare? La risposta è un po’ la stessa che si darebbero tanti di noi, anche oggi, in base al senso comune; ossia: “Per andare avanti”.

Le ragioni, però, sono le ragioni di Friedrich Wilhelm Nietzsche, quindi, forse, vale la pena indagarle un po’ più a fondo.

La “dimenticanza attiva” è sorvegliante del nostro ordine spirituale, questo significa che non avremmo pace, serenità, felicità, se non riuscissimo a dimenticare nulla.

In realtà, non avremmo alcun presente. Infatti, continueremmo a rivivere il passato e a rendere, di conseguenza, il nostro presente una sua mera ripetizione.

Questo tipo di dimenticanza, distinta, sia chiaro, dalla semplice fuga da qualcosa che si teme, è per Nietzsche un segno di forza.

Ho detto “distinta, sia chiaro” e forse così sono anche riuscita a fare in modo che lo deste per scontato, ma come si distinguono praticamente? È proprio così semplice sapere quando è salutare lasciar andare, lasciar scorrere e fare tabula rasa?

Una volta capito che superare una situazione di stallo è necessario per la nostra crescita, quanto è difficile non viverla come una resa?

Quante volte avremmo tanto voluto vincere una battaglia, e invece è persa e bisogna andare avanti? Ha proprio ragione Nietzsche, ci vuole una grande forza per dimenticare quel che basta per guardare oltre.

Aggiungiamo un altro pezzo al puzzle: per vivere in comunità, infatti, è stato necessario per gli uomini procurarsi reciproche garanzie sui rispettivi comportamenti.

Un primo passo in questa direzione sono state le promesse che gli uomini si sono fatte. E che cos’è una promessa, se non un impegno a ricordare? Una promessa è “un attivo non voler tornare a liberarsi, un continuare ancora a volere quel che si è voluto una volta, una vera e propria memoria della volontà.”

 Insomma, non bisogna certo dimenticare tutto il passato per vivere bene, ma c’è un “limite in cui il passato deve essere dimenticato, se non vuole diventare l’affossatore del presente”.

Il senso dell’oblio è strettamente legato all’azione: agire implica anche mettere da parte una serie di pensieri, sentimenti riguardanti così il passato come il futuro, per concentrarsi su ciò che s’intende compiere, ritrovare coraggio e fiducia, senza lasciarsi scoraggiare da esperienze pregresse o pensieri negativi. Infatti:

<<Per ogni agire ci vuole oblìo: come per la vita di ogni essere organico ci vuole non solo luce, ma anche oscurità. La serenità, la buona coscienza, la lieta azione, la fiducia nel futuro dipendono dal fatto che si sappia tanto bene dimenticare al tempo giusto, quanto ricordare al tempo giusto.>>

Possiamo infine lasciarci ispirare, su questa strada, anche da un aforisma tratto da “Umano, troppo umano”, che riguarda la figura del pensatore e come questo debba essere in grado di dimenticare temporaneamente se stesso:

<<Una volta che si sia trovato se stesso, bisogna essere capace di tempo in tempo di perdersi, e poi di ritrovarsi: presupposto che si sia un pensatore. A questo è infatti dannoso essere legato sempre a una stessa cosa.>>

 Come conciliare felicità e intelligenza? Riscoprire ogni giorno l’importanza di rinnovarsi.