di Elisabetta Stringhi

Corso di Porta Ticinese, civico 69. Suonato il campanello, il portone viene aperto. Si entra in un complesso condominiale tipico vecchio stile milanese: pareti color pastello, piante rampicanti, cortile interno su cui si affaccia il ballatoio comune. Qui ha sede SpazioRaw, studio fotografico nonché spazio espositivo che il 22 ottobre ha inaugurato “MILANO STREET PHOTOGRAPHY – AA.VV. collettiva fotografica” a cura di Sara Munari e Matteo Deiana. Mostra organizzata per la prima volta, come racconta Matteo i protagonisti sono Milano e la Street Photography, declinati in cinque diversi modi. L’idea alla base è quella di riunire cinque fotografi qualificati, ovvero cinque diversi sguardi sulla realtà della strada e cinque differenti modi di come catturarla in uno scatto. L’obiettivo è quello di fornire uno spaccato sulla sempre più dinamica e cosmopolita città di Milano grazie alla street photography, genere fotografico che permette un approccio sociale all’uomo e alla sua interazione con gli altri e l’ambiente. Il tutto da cinque prospettive diverse, ognuna incentrata su un aspetto in particolare.

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“L’orizzonte è muto” è il progetto di Giovanni Tamanza esposto, incentrato sulle linee, le forme geometriche, l’architettura, la ricerca della prospettiva precisa, la relazione fra la dimensione urbana e l’uomo. Come si evince dal titolo e dalla didascalia del progetto il rapporto uomo-ambiente raffigurato da Tamanza non è dei più felici: l’uomo vive solo nella dimensione urbana, come inglobato, soffocato da essa. L’architettura schiaccia l’uomo condannato inesorabilmente alla solitudine. “L’orizzonte è muto, non si riesce più a sentire la sua presenza”: le metropoli in costante crescita e evoluzione costringono i loro abitanti a un processo di adattamento e a una condizione di spaesamento. Forse solo in due fotografie in particolare è davvero possibile avvertire l’inquietudine e l’effetto spaesante desiderato.

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Le problematiche della prospettiva precisa e della “solitudine urbana” non si pongono per il progetto fotografico di Valerio Di Mauro, “Di passaggio”, la cui fotografia ha un taglio dinamico, uno stile stroboscopico e una folla di soggetti. Si tratta in in realtà di collage di più scatti riuniti in uno solo, tutti realizzati in galleria Vittorio Emanuele. Ogni volto immortalato costituisce una luce colorata di una sorta di caleidoscopio milanese e multietnico composto da visi e persone di passaggio sotto gli archi della galleria. Ciascuno costituisce una tessera di un mosaico più che mai cosmopolita in occasione di Expo Milano 2015, evento di interesse turistico globale per cui una fiumana di visitatori è giunta nella città meneghina.

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Dagli scatti di Anna Brenna non sembra invece trasparire una grande ricerca dal punto di vista tecnico e artistico, ma prevale una visione – più o meno condivisibile – di spontaneità e ironia delle fotografie, scattate quasi per caso e per scherzo. Il progetto dal titolo “Milano Summer Park-ing” ritrae vari soggetti al parco occupati in diverse attività sotto il solleone dell’estate 2015 – a quanto pare la più calda degli ultimi 136 anni, come enunciato dalla didascalia. Dietro a questi scatti c’è l’intento di rappresentare un’atmosfera surreale data da questi strani individui e un’idea di sospensione della vita quotidiana in una Milano, normalmente dinamica, diversa dal solito, immobile e alle prese con la canicola.

Proseguendo verso il piano inferiore di SpazioRaw vi sono gli ultimi due sguardi su Milano, due progetti fotografici tesi a una certa ricerca e sperimentazione e realizzati in bianco e nero.

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Decisamente un approccio artistico quello di Gabriele Lopez, i cui scatti sembrano quasi alludere alla settima arte come il grattacielo Pirelli sovrastato da un nero cielo fitto di volatili – Gli Uccelli di Hitchcock! Qui la ricerca fotografica è fatta di giochi di luci e ombre molto marcati, a prevalere sono i toni scuri che conferiscono agli scatti un’aura di mistero e cupezza insieme ai soggetti ambigui e sfuggenti. Le fotografie sono accompagnate da una altrettanto enigmatica e intrigante didascalia: “Quel capello che non si sa come è finito sulla lente del proiettore distrae bruscamente il pubblico dal racconto. Improvvisamente, quell’imperfezione possiede più fascino del film stesso. Ed altrettanto improvvisamente, sparisce. E per un istante, ne sentiamo la mancanza” – Gabriele Lopez.

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Angelo Ferrillo invece dà vita a un esempio più classico di street photo ben curata e di buona scelta di soggetti e situazioni – come le bambine ritratte in piazza Duomo in un vortice di piccioni. Infatti insieme alle persone è protagonista di questi scatti il non tanto amato pennuto: “The pigeon is street” è il titolo di questo progetto fotografico, ripreso da una frase di Garry Winograd – in effetti azzeccata per Piazza Duomo. L’impostazione e il modus fotografandi di Ferrillo rivelano un tipico intento della street photography, ovvero quello di “trasformare un momento ordinario in un attimo straordinario”, di rendere degno di nota anche il più insignificante degli eventi quotidiani della strada che sfuggono al comune passante, per poter sorridere all’equivoco e all’ilarità della vita comune.

Sebbene minimalista – all’incirca sono esposti 5 scatti a fotografo -, si tratta di un’occasione interessante per chi fosse curioso di guardare Milano con occhi diversi dai propri e con sguardi molto lontani gli uni dagli altri. L’appuntamento con SpazioRaw e i cinque fotografi di “MILANO STREET PHOTOGRAPHY” si prolungherà fino al 15 novembre, non perdetevelo.

 “What is street photography? A reflection of everyday life – real, unaltered impressions of public places, places that everybody visits every day, the street where you live, the parking lot of your favorite grocery store, the subway. Street photographers document the truth and take candid pictures of things that you don’t notice in your daily grind. […] Oftentimes, street photographers take pictures they feel; the photographer happens to be there and captures the mood in a fraction of a second. He freezes a moment that you will forget in the same amount of time…” – Markus Hartel