Di Martina Difilo

All’entrata della cittadina, il cartello che ne indica il nome se ne sta, svogliato, sorretto da due pali ormai ingobbiti dal tempo, ricurvi a tal punto che quel nome ormai non è più possibile leggerlo, guarda verso il suolo.

Un tempo, fiero, quel cartello accoglieva tutti i suoi abitanti e visitatori con una grossa scritta rossa che recitava “BENVENUTI” ma, adesso, non ha più nessuno da accogliere. Si sa, oramai nessuno fa più visita agli anziani.

Le strade di questa vecchia città, un tempo decorate da variopinte insegne, luci e asfalto liscio, sono ora deturpate da buche e crepe, come rughe che si intrecciano, rendendo difficoltoso il passaggio delle rarissime automobili che la attraversano. Quelle insegne, ora spente, non si accendono più per nessuno. Persino i lampioni, quasi ciechi, emanano una luce debolissima, che non permette di vedere molto più in là del proprio naso.

Gli edifici, che prima si susseguivano in un arcobaleno di colori e fantasie, si presentano adesso grigi, con qualche sfumatura bianca. Tutti uguali nel colore, sono appassiti col tempo, perdendo l’intonaco e rendendo ogni via simile ad un’altra, che se non ci fossero sbilenchi cartelli ad indicarne il nome, qualcuno potrebbe addirittura perdersi.

A dispetto del suo aspetto, questa città non è un antico borgo medievale, non giace su quel suolo da centinaia di anni; Mariù, la prima bambina nata qui, durante il primo anno di vita della città, ha ottantacinque anni e vive ancora nella casa dov’è nata. È l’ultima abitante di questa vecchia città, è invecchiata con questo luogo. A vederla, Mariù somiglia molto alla città in cui è cresciuta: piccola di statura, magrolina e con una leggera gobba, porta i lunghi capelli ormai bianco candido sempre raccolti in un grande chignon. Le mani, increspate da rughe profonde, sono ormai abitate al costante tremolio che ogni giorno le accompagnano. Il suo viso, una volta segnato da sinceri sorrisi, ora presenta gli angoli delle bocca ricurvi verso il basso, intonati alla luce ormai spenta del suo sguardo.

Se qualcuno glielo chiedesse, Mariù potrebbe raccontare come fosse questa città quando lei era bambina: viva, colorata, coi bambini che giocavano per le strade e le mamme che facevano la spesa, mentre i papà andavano al lavoro. C’erano scuole, ragazzi che durante l’estate popolavano le piazzette, anziani seduti ai tavolini del bar che giocavano a carte. C’era la Vita a popolare questa piccola città.

Poi, a cinquant’anni dalla sua fondazione, invecchiando, questa città entrò in crisi. Cominciarono a subentrare i primi grigi ai colori sgargianti; guardandola, sembrava quasi un’altra. La vita che prima la popolava, sembrava si stesse spegnendo lentamente: molte famiglie cominciarono a trasferirsi altrove, coloro che rimasero abbandonarono le attività presenti, per dedicarsi alle stesse in una città più grande. Mariù cominciò a sentire il peso dei suoi anni, a guardarsi allo specchio e riconoscersi sempre meno ogni giorno che passava. Il suo volto e il suo corpo, segnati dal tempo, rappresentavano perfettamente i cambiamenti che stavano avvenendo nella città sua coetanea. Assisteva alla partenza delle persone a lei più care, che continuavano a ripeterle che avrebbe fatto meglio ad andarsene anche lei, a lasciare quella città destinata a morire.

Ma Mariù sapeva che non sono solo le città che muoiono: anche a lei, un giorno, sarebbe toccato di lasciare questo mondo.

Decise quindi che sarebbe accaduto con la città con cui era nata.

(Continua)

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