Caro diario, …

Di Silvia Carbone

Chi non ha mai tanto desiderato, magari avuto e poi abbandonato un diario segreto?

C’è chi con grande costanza lo aggiorna almeno qualche volta a settimana, chi lo usa al bisogno, più intensamente in un periodo, meno in un altro, chi lo considera ormai parte di un lontano passato.

Spesso il diario rappresenta il primo confidente, un porto sicuro; lo si battezza come fosse un amico (pensiamo subito ad Anna Frank, che si rivolgeva a Kitty) e gli si affidano esperienze, sentimenti, riflessioni.

Col passare del tempo, il tutto sembrerà molto ingenuo alla rilettura, forse imbarazzante, ma sicuramente sarà interessante scoprirsi tanto diversi, quando i cambiamenti della nostra vita sembravano essere avvenuti in modo così fluido.

La scrittura è un atto creativo e, in quanto tale, strumento di conoscenza di sé. Non è inutile scrivere per se stessi, di se stessi. Non equivale ad ascoltare il flusso dei propri pensieri, né a tentare di dirigerli col ragionamento.

È un mezzo per sfogarsi, ma anche per capirsi. Senza troppi giri di parole o con tutti gli orpelli letterari, a volte mettere nero su bianco un’emozione come non la diremmo a nessuno, con tutto ciò che le ruota intorno, giudizi, paure, e dubbi, può essere l’unico vero modo di raccontarsi una verità. O di intercettare una propria bugia.

Se si ha voglia di analizzarsi un pochino, si possono cercare delle costanti nel proprio percorso, individuare delle strategie per apportare dei cambiamenti o semplicemente prendere atto di come noi e chi ci circonda tendiamo ad agire. Conoscersi, insomma.

Per non parlare dell’assoluta libertà di espressione. Pensieri già elaborati o spontanei, che non ammettiamo neppure a noi stessi, sgorgano facilmente dalla nostra penna, perché sappiamo, in modo assai rassicurante, che con un po’ di attenzione rimarranno ben lontani da sguardi indiscreti, custoditi da un lucchetto e sepolti nelle profondità dei nostri cassetti della biancheria.

A volte, dopo aver scritto, ci si sente sollevati; altre volte, travolti dalla tristezza.

È un rischio, ma è un modo di vivere le emozioni e non soffocarle, forse un metodo per evitare che facciano capolino, più pericolose e contorte, come fantasmi, quando ormai non le riconosciamo più.

A patto, ovviamente, di non trasformarlo nella propria unica valvola di sfogo, scrivere, secondo alcune ricerche, aiuterebbe a regolare meglio le emozioni, fronteggiare quelle negative, liberare la mente da pensieri oppressivi; tutto ciò potrebbe migliorare i rapporti col mondo sociale e con se stessi. 

In caso non foste troppo tradizionalisti o diffidenti, esistono perfino dei siti (come questo: http://diariosegreto.vtweb.it/) in cui creare il proprio diario, con la possibilità di condividere alcuni passi a scelta sui social network, ovviamente.

Ma forse, a questo punto, non sarebbe più tanto segreto.

 

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