di Elisa Navarra

Giornalista del Fatto Quotidiano, Milanese, Mario Portanova ha cominciato a scrivere nel 1990 su Società civile, il mensile fondato da Nando dalla Chiesa. Ha scritto inchieste per l’Espresso, Wired, Altreconomia, Narcomafie, oltre a pubblicare diversi libri tra cui “Mafia a Milano. Sessant’anni di affari e delitti” (con Giampiero Rossi e Franco Stefanoni). Eppure per lui «scrivere è solo l’ultima parte del lavoro. Il bello e il difficile spesso vengono prima», e così il Giornalismo non è che testimonianza diretta: onesta verità.

«Cerco di trattare argomenti che conosco bene; bisogna scrivere quando si ha qualcosa di originale da dire», ci confessa durante l’evento “InformaMi” organizzato dallo Sbuffo che, come ogni 15 del mese, ha luogo in Via Laghetto 2.

Come è nata la Sua passione per il giornalismo?

«È nata come passione per la scrittura, inizialmente. Ricordo quando da piccolo mia madre, classicista, mi raccontava le etimologie greche e latine delle parole, e quando a 15 anni, come se ne avessi 20 di più, dopo pranzo, mi sedevo con giornale e caffè in mano. È stato dalla strage di Bologna che ho capito che il giornalista non è solo colui che scrive, ma colui che indaga, così a 22 anni ho iniziato a scrivere per un piccolo giornale di cronaca, ed ho compreso che il Giornalismo è racconto di quotidianità, di sfaccettature di un mondo prima per me inconcepibili».

Pensa ci sia un percorso predefinito per diventare giornalista?

«Delle due strade principali (la scuola di giornalismo con i correlati stage, e la collaborazione con una testata), che permettono di sostenere l’Esame per essere iscritti all’Albo dei giornalisti, devo ammettere che ho sempre preferito quella più pratica: il giornalista è un mestiere che si impara facendo. Diventare giornalista oggi è sempre più complicato, come ripetono tutti. Le testate continuano a chiudere, la selezione è pesante, serve molta determinazione. Bisogna anche sapersi un po’ adattare alla testata con cui si vuole collaborare, senza diventare troppo schiavi delle proprie passioni. D’altronde queste sono la chiave per un buon giornalista: individuare un settore di interesse è uno dei prerequisiti per scovare più agilmente le notizie!»

Se la figura del giornalista sta scomparendo, è anche per l’avvento del web. Come cambia il ruolo assunto in questa transazione?

«Dal momento che Internet rappresenta il futuro, occorre innanzitutto dotarsi di capacità di video, foto, montaggio richieste dalla realtà molto più dinamica del Web. L’onniscienza di Google tuttavia non implica l’inutilità del giornalista: spesso basta una telefonata ad una persona competente per ottenere molte informazioni in più. Mappe interattive, creazione di oggetti multimediali, sono tuttavia tutti strumenti che favoriscono l’attuale transazione verso il Web Journalism: tutti gli editori hanno ormai un sito che affianca il cartaceo diventandone quasi concorrente. Al riguardo è interessante la soluzione proposta da Ezio Mauro al momento del lancio del sito di La Repubblica: il sito sarebbe stato fonte di notizia, il cartaceo di approfondimento della stessa. Si vengono così a creare nuove figure giornalistiche (il programmatore, il responsabile SEO, il Social Media Manager), sparisce dai contratti il ruolo dell’inviato. Tuttavia se le opportunità del Web in espansione non si sposeranno con vantaggi anche economici, esso sarà destinato a rimanere solo la vetrina del cartaceo».

Passiamo ora all’ambito cui si è maggiormente dedicato: la Mafia. Come si è avvicinato a questo tema?

«Sono cresciuto negli anni ’80, anni in cui lo Stato giocava sempre un ruolo ambiguo, e fino al maxi processo di Palermo dell’87 non si andava in carcere per Mafia. Tramite Dalla Chiesa (insegnante di Sociologia in Bocconi, dove studiavo) sono così entrato in “Società Civile”, continuando a coltivare dal vivo e per mestiere quella passione prima fondata sui libri».

Come pensa sia cambiata la mafia nel tempo? È corretto individuare il nuovo stereotipo del “mafioso in giacca e cravatta”?

«Più che in giacca e cravatta direi affiancato da uomini in giacca e cravatta. Ho avuto infatti occasione di partecipare a vari processi per associazione mafiosa: gli imputati, nella maggior parte dei casi, non appartenevano ad una élite borghese; si esprimevano in uno stretto dialetto. Nel corso del tempo a sopravvivere maggiormente è stata la ‘ndrangheta, grazie alla sua struttura tradizionale familiare che le ha conferito una particolare unità. In conclusione potremmo affermare che quella di cui si parla oggi è una borghesia mafiosa, forte soprattutto di meccanismi di corruzione».

Un esempio non troppo lontano né nel tempo né nello spazio lo avremmo nel recente caso dell’Expo…

«Expo riunisce l’opacità e l’inefficienza della politica con la corruzione, a cui inevitabilmente si è aggiunta secondariamente la Mafia. Ci si aspetta qualche intervento della ‘ndrangheta, ma nessuno sospettava che la grande potenza criminale fosse proprio in Lombardia. Incredibili poi sono stati anche i ritardi della politica milanese».

 

Grazie mille per l’intervista, è stato un piacere averLa con noi questa sera per l’evento Informami!


Fonti e Credits: ufficio stampa Associazione le Belle Arti – Progetto Artepassante

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