Il romanzo di Luis Sepulveda inizia nel giugno del 1988 ma rimane tristemente attuale. Il tema centrale è infatti quello della Natura e del trattamento, o meglio maltrattamento, che le riserva l’uomo.

Nonostante sia questo il principale argomento, benché si tratti di un’opera relativamente breve (140 pagine circa), vi sono altri temi che vi si intrecciano. Primo fra tutti la situazione cilena. Il protagonista è infatti un esule che torna in patria dopo 24 anni, passati tra la voglia di tornare e promesse continue mai rispettate.

La storia parte proprio da questo ritorno al mondo alla fine del mondo, che il protagonista credeva dimenticato. Il suo viaggio inizia con il libro di Bruce Chatwin “In Patagonia”. Il ritorno a questo mondo dimenticato ma in attesa, avvenne quindi in primo luogo in maniera figurata. Altro rimando letterario è nelle prime righe la citazione da “Moby Dick”:

“Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo.”

Questa frase viene mormorata dal protagonista mentre è in attesa di partire all’aeroporto di Amburgo. Questo mormorio apre il fiume di ricordi del protagonista: infatti il rimando è al fatto che durante la giovinezza si era appassionato alla vita marinara proprio grazie al romanzo di Herman Melville.

Così come il ritorno mentale in Cile avviene grazie a un libro, anche quello reale è conseguenza di uno scritto, sebbene di natura diversa. Infatti il protagonista parte per il limite estremo del Sud America, in seguito all’arrivo di un fax. Si tratta di un messaggio di un’agenzia giornalistica legata a Greenpeace.

 “Puerto Montt, 15 giugno 1988, ore 17,45. Con l’ausilio di alcuni rimorchiatori della Marina Militare cilena, è giunta in questo porto australe la nave officina Nishin Maru, che batte bandiera giapponese. Il capitano Toshiro Tanifuii ha riportato la perdita di diciotto membri dell’equipaggio in acque magellaniche. Un numero imprecisato di marinai feriti è ricoverato all’ospedale militare. Le autorità cilene hanno decretato al riguardo la censura informativa. È urgente mettersi in contatto con organizzazioni ecologiste. Fine”  [Luis Sepulveda “Il mondo alla fine del mondo”]

Questo è il messaggio che, porta al ritorno del protagonista in patria. La spinta ecologista riesce quindi a dare l’impulso necessario alla nostalgia di parenti e amici. Il Cile diventa quindi protagonista, la natura e il mare, il selvaggio e la cruda realtà. Così tra ricordi personali e presente si snodano le descrizioni di incontaminati paesaggi, fiordi labirintici, isole dominate dal vento e insidiosi banchi di sabbia.

Il tutto culmina nel terribile passaggio dello stretto di Magellano, la cui inquietudine si riflette nell’avvenimento in sé. Infatti la nave Nishin Maru pare essere stata demolita anni prima. Un fitto mistero in un paesaggio che avvolto nelle nebbie si lascia scoprire poco a poco. Un intricato labirinto in cui il protagonista sa muoversi perché lo ha conosciuto da adolescente in compagnia dello Zio Pepe. Un labirinto di misteri e ricordi, un labirinto in cui è piacevole perdersi per ritrovare la coscienza ambientalista che tutti dovremmo avere.

Luis Sepúlveda, facilmente identificabile con il protagonista, ha voluto in effetti con quest’opera denunciare cosa l’uomo per bieco egoismo stia facendo alla natura. Con il suo tipico stile di descrizione della realtà senza filtri, l’autore ci dà sotto forma di favola “macabra” una descrizione di cosa possa fare la natura per difendersi e al contempo un ritratto della sua patria, sia come terra in cui la natura domina e ci offre poetici paesaggi, sia come terra dilaniata politicamente e socialmente.

A emblema della denuncia dell’autore vi è questa citazione tratta dal libro stesso:

“un’agenzia giornalistica alternativa, che si occupasse soprattutto dei problemi ecologici che affliggono l’ambiente, e che ribattesse alle bugie usate dalle nazioni ricche per giustificare il saccheggio dei paesi poveri. Saccheggio non solo di materie prime, ma del futuro stesso. (….) Quando una nazione ricca installa una discarica di rifiuti chimici o nucleari in un paese povero sta saccheggiando il futuro di quell’agglomerato umano” [Luis Sepulveda, “Il mondo alla fine del mondo”]

 

Fonte: “Il mondo alla fine del mondo” Luis Sepúlveda. Editore Guarda. 1994