di Andrea Piazza

Io sono proprio il tipo che pensa, pensa, pensa e non combina mai nulla. Si è capito, credo. È roba che si fa da adulti, magari in pensione, con i fogli impilati su una scrivania, messi lì apposta per sparpagliarsi al primo colpo di vento.

Ah, lasciamo perdere.

Oggi che sto bene, meglio lasciare veramente perdere…

Domani sarà un altro giorno, ma se resisto un po’, poi ce la farò ad essere felice, no?

Dubbi? Si, avete ragione, sono un perfetto bugiardo.

Io mento sempre, anche per le cose più stupide. Invento scuse per cose che potrei benissimo spiegare…sì, come lui, avete capito bene.

Invento per non affrontare la realtà. In effetti, solo cosi posso mantenere la mia libertà di pensiero.

Eccomi, sto tornando da solo, cammino perché non voglio andare in bici. Cammino sempre sul bordo dei marciapiedi, perché cosi sperimento il mio equilibrio, credo. Difatti non ha molto senso, ma io cammino sempre sui bordi, evito con scarti secchi le persone all’ultimo momento, evito all’ultimo i tombini, passo solo sulle strisce bianche (oppure, alterno bianco-nero-bianco-nero), passo rasente a pali, specchietti, porte, frigoriferi (una volta ne ho visto uno per strada).

Insomma, un autistico. Anche perché parlo o canto da solo. Quando sono arrabbiato tiro i guanti per terra. Da solo. Se qualcuno mi vede, non ho la minima idea di cosa possa pensare.

Ma lo faccio sempre da solo, come se ci fosse qualcosa di cui vergognarsi a tirare guanti per terra.

Entro in casa e lego la bici in cortile.

Salgo su, e non trovo le chiavi.

Ovviamente sono rimaste appese alla porta di fuori. E allora ecco che corro di nuovo, e scendo di corsa le scale, apro la porta e le trovo per qualche assurdo miracolo divino che ho richiesto la notte precedente, penso.

Fin da bambino, quando la porta si sta per chiudere, scatto per saltare i due gradini dell’atrio prima che si chiuda la porta. In effetti, non sono l’unico a farlo, ma ogni volta mi devo controllare per non farlo se sono in compagnia.

È strano esultare come un bambino per aver saltato due gradini prima che si chiudesse una porta insignificante. Vai a capire il cervello.

A volte partono idee, sensazioni o parole che non ci saremmo minimamente aspettati. È qualcosa di cosi imprevedibile che vorrei a tutti i costi prevederlo.

In fondo, prevedere i sentimenti è un po folle, ma un minimo lo vorremmo tutti.

E ora?

Dunque, la porta si è chiusa, i gradini sono saltati…

Eccomi, sono sdraiato sul letto e fisso quel soffitto bianco, dove le ombre si rincorrono e le insegne luminose di Loreto si riflettono in angoli impensabili. Conto quanto passa fra un’ illuminazione e l’altra. Oppure immagino il mio futuro, cosa accadrebbe se…come starei se…cosa farei se. Di solito sono visioni tristi, e penso come finirebbe, oppure molto felici, e allora mi lascio andare in lunghi sogni ad occhi aperti.

Il pericolo è sempre svegliarsi.

Forse per svegliarsi davvero, quando si sogna ad occhi aperti, sarebbe meglio chiuderli, per non vedere cosa ci sta attorno.

No, in realtà non è sempre cosi. Lo è solo quando si è stanchi, e sfiduciati…oggi invece penso che sono felice, e forse non so bene perché , ma ho davvero la sensazione di avere qualcuno al mio fianco. Sento che le cose miglioreranno, ancora, che è solo l’inizio, e basta poco per cambiare tutto. Un sorriso, uno sguardo…parlare un po’ e poi ridere.

È come stare seduti su un prato infinito, a guardare il cielo, sdraiati. Sai bene che prima o poi te ne dovrai andare, e non fai nulla di particolare in quel prato. Senti solo la gioia, e un po di tensione, di ansia perché non vuoi andartene da lì, vuoi che il tempo si dilati, vuoi restare sempre lì nel prato. E magari mentre ci sei nel prato, avverti solo quell’ansia leggera che ti disturba, ma quando vai via, ripensandoci, ti accorgi che era solo paura di non rivedere quel prato, quel cielo, quei fiori.

In realtà ora che sono qui sdraiato me lo vedo bene il prato, lì, che si stende fino all’orizzonte. Ogni volta che mi alzo in piedi, il mio orizzonte si allarga, e vorrei alzarmi sempre di più, e vedere orizzonti sempre più lontani..in un certo senso, volare è un po come vedere l’intero orizzonte del mondo.

Ora la luce sta calando, e mi ricordo che devo correre da un amico.

Prendere la metro o la bici…sono un po stanco – in fondo ho pensato tanto – e allora vada per la metro.

Alla fine ha il suo fascino. Non ha la carica di adrenalina e la sensazione di libertà di un buon dieci minuti in bici, però un fascino ce l’ha.

Anche andare a piedi, in fondo. Vedi i volti della gente che passa, cogli frammenti di conversazioni, che conservi nella memoria per un istante o per una vita.

Insomma, forse non è proprio così, ma ha il suo fascino.

Ho lo sguardo fisso nel vuoto, e i pensieri scorrono fugaci nella mente.

Scendo le scale della metro, biglietto, ok, scale ancora, ok, tempo di attesa 2 ½ minuti, ok. Ora sono sulla carrozza, è una di quelle ultranuove, resto in piedi e penso.

Penso a questo tempo che scorre, e scorre..a queste moltitudini di individui che passano su questo mondo. Quanto conta ognuno di essi? Quanto ha bisogno di sentire che conta, ognuno?

Guardo i visi, senza fissarli troppo a lungo.

C’è una ragazza, sono sempre le prime che si notano. Sta ascoltando musica, è appoggiata lascivamente al palo del vagone. Ma questa è solo l’apparenza. Io voglio vedere più in profondità. Ha degli occhiali scuri in pieno inverno, è dura decifrare qualcosa senza catturare il suo sguardo. Sembra perfettamente adatta alla sua condizione. Potrà essere una ragazza anche più profonda, ma non mostra nulla se non quello che deve mostrare.

Ho lo sguardo fisso nel vuoto, e i pensieri scorrono fugaci nella mente.

Ok, vago con lo sguardo per la carrozza. Noto un giovane nordafricano seduto vicino a me. Avrà si e no venticinque anni. È vestito in modo normale, jeans e maglietta, porta la barba lunga. Ha gli occhi fissi nel vuoto, come me. Ma lui non finge. Lui guarda dritto e il suo pensiero sembra aleggiare per la carrozza intera…sembra dire che vuole solo un po’ d’aiuto.

È un ragazzo arabo, forse vorrebbe studiare, ma di sicuro lavora. È un giorno normale, forse il lavoro non ce l’ha, forse è pagato a giornata. I viaggi in metro sono il suo unico momento di pace. Deve fare tutto da solo. Il suo sguardo è triste, sì, ma c’è qualcosa di più: vorrebbe aiuto, vorrebbe un po’ di soldi per vivere tranquillo con la sua famiglia, perché lui, sì, è di certo innamorato, glielo si legge negli occhi…

Ha una ragazza a casa, rigorosamente a casa, magari anche un bambino. Il lavoro è poco, i bisogni tanti. Il suo sguardo dice tutto questo, e la sua mente è troppo stanca per pensare…

Ho lo sguardo fisso nel vuoto, e i pensieri scorrono fugaci nella mente.

Di fronte al ragazzo siede una signora italiana, di mezz’età. Sembra serena, ad una prima occhiata, ma quando si accorge che la fisso e mi pianta lo sguardo nel mio, è più spaventata che altro.

Ha qualche timore, c’è qualcosa che la turba…forse è insicura, forse teme i viaggi in metro perché ha paura del resto delle persone, di questi tempi, come direbbe un qualunque vecchietto. Ma lei non è così anziana…

Mi accorgo che ha le occhiaie pronunciate, i cerchi degli occhi sono segnati, lo sguardo è spento. Il trucco e il fondotinta sono eccessivi, vogliono coprire e non esaltare..c’è qualcosa, c’è qualcosa in quegli occhi che ricorda il ragazzo di fronte. Qui non si tratta di lavoro e famiglia, qui si tratta forse di un marito nerboruto che le fa passare le notti insonni e i giorni a preoccuparsi della casa, che torna e si spalma sul divano perché tanto, è lui quello che porta a casa la pagnotta, dopotutto. Si vedono nottate di veglia, qualche schiaffo, molta incomprensione, e il timore e la paura di tutto e di tutti…sono occhi verde chiaro, ma appaiono grigi dopo un po’ che li si guarda.

Fissa per terra, il ragazzo nordafricano di fronte fissa il finestrino alle sue spalle. Il loro sguardo non si incrocia, non in questo luogo, non in questo mondo.

Non in questa vita.

Ho lo sguardo fisso nel vuoto, e i pensieri scorrono fugaci nella mente.


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